La vita
Nasce a Modica (Ragusa) nel 1901. Il padre è capostazione nelle
ferrovie. Si diploma all'istituto tecnico e, nel 1919, si trasferisce a
Roma dove frequenta la facoltà di ingegneria. Abbandona presto gli
studi per guadagnarsi da vivere come impiegato. Studia il latino e il
greco e, nel 1929, prende contatti, a Firenze, tramite Elio Vittorini,
con Montale e l'ambiente di Solaria.
Nel 1940, "per chiara fama", diventa docente di letteratura
italiana al conservatorio G. Verdi di Milano.
Nel 1959 riceve il premio Nobel per la letteratura. Raggiunge una vasta
notorietà. L'alloro dell'accademia svedese gli giunge come
riconoscimento del suo nuovo corso poetico, caratterizzato da un caldo
impegno civile e umano e da un'accessibilità, che la sua prima
produzione non possedeva.
Muore a Napoli, in seguito ad emorragia cerebrale, nel 1968.
Opere
Acque e terre (1930); Oboe sommerso (1932); Erato ed
Apollion (1936); Ed è subito sera (1942); Giorno dopo
giorno (1947); La terra impareggiabile (1958; Tutte le
poesie (1960)
L'equilibrio iniziale
Già nella prima raccolta, Acque e terre, si ravvisano forti
legami con la tradizione: certe movenze e cadenze pascoliane, certi echi
del D'Annunzio di Alcyone.
Pur movendo dalla tradizione, Quasimodo non ignora il clima già
instaurato dai poeti nuovi (la poetica della parola, la tecnica
dell'analogia).
Acque e terre rappresenta una felice sintesi, dunque, fra
tradizione e innovazione.
L'equivoco ermetico
Con Oboe sommerso e Erato ed Apollion, Quasimodo rompe
con la tradizone, abbracciando le tecniche e i dettami della scuola
ermetica. La sua adesione è tuttavia tutta esteriore, il linguaggio
impiegato è allusivo e oscuro, nel tentativo piuttosto provinciale di
superare i maestri portandone all'estremo certi moduli critici.
Le nuove poesie
Grazie alla proficua attività di traduttore dei lirici greci,
Quasimodo, nella raccolta di poesie scritte tra il 1936 e il 1942,
ritrova il felice equilibrio della sua primissima produzione.
Ritorna la sua Sicilia, qui mitizzata nell'evocazione, con toni e colori
da paradiso perduto, simbolo di quell'Eden, incorrotta infanzia
dell'uomo e del mondo, che ognuno sente di aver perduto e aspira a
ritrovare.
Quasimodo dà inoltre voce al tema del dolore dell'uomo, della sua
condizione di angelo caduto, ma lo fa con modulazioni più aperte. La
lezione degli antichi e quella dei moderni si fondono armoniosamente.
Continuità e sviluppo
Quando, in seguito all'esperienza della guerra, Quasimodo pubblica Giorno
dopo giorno, si ha l'impressione di una frattura, di una nuova
poesia nella quale irrompe la recente tragedia e trovano posto i dolori
e le speranze dei popoli.
La meditazione sul dolore dell'uomo ora si arricchisce, si sostanzia in
una più concreta trama di relazioni con la realtà storica. Quasimodo
si impegna nella vita civile; il linguaggio stesso muta facendosi più
piano e discorsivo, più direttamente comprensibile.
Pur nell'impegno civile, il poeta continua ad esprimere la
consapevolezza delle angosciose fragilità e solitudine umane, motivo
fondamentale della sua ispirazione.
Ed è subito sera
È una delle liriche più brevi e più conosciute del poeta
siciliano. Efficace come un epigramma greco, origina da un bisogno
disperato di comunione con gli altri uomini e da una pietà intensa.
La solitudine dell'uomo, l'assaporamento fondo di quell'intenso e
fuggevole fulgore che tocca ad ognuno; e, subito, in quel breve ardore,
la sera, cioè la fine.
Alle fronde dei salici
Il poeta parla in nome di tutti coloro che avevano avuto in comune
con lui l'esercizio vocale. Come potevano cantare mentre il piede
straniero premeva sul cuore e i giovani erano crocifissi ai pali del
telegrafo? La cetra oscillava lieve al triste vento, appesa alle
fronde dei salici.
Uomo del mio tempo
Una lirica di denuncia: gli uomini, nonostante la loro scienza
esatta, sono ancora quelli della pietra e della fionda. L'unica
salvezza non è nella memoria dei padri, ma nel loro ripudio. Le loro
tombe devono affondare nella cenere.
Milano, agosto 1943
La voce è quella di una morte cosmica, in cui non solo la città,
ma il pianeta stesso pare spento a causa della pazzia degli uomini,
dopo l'ultimo scoppio di bombe sul Naviglio. È inutile cercare tra la
polvere, è inutile scavare i pozzi: i vivi non hanno più sete. È
inutile seppellire i cadaveri, così rossi, così gonfi: i cadaveri
sono già sepolti tra le macerie della città, anch'essa morta.
Bibliografia
Guglielmino S. Guida al novecento. Principato, Milano,
1971
Cudini P., Conrieri D. Manuale non scolastico di letteratura
italiana. Rizzoli, Milano, 1992