Note biografiche
Sciascia è nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, nel 1921 ed è
morto a Palermo nel 1989.
Padre e nonno avevano lavorato come impiegati in una zolfara. Sciascia
dimostra precoce interesse per la lettura e la scrittura; diventa
maestro elementare e sostiene qualche esame universitario a Magistero.
La sua vera università saranno tuttavia le conversazioni con Luigi
Monaco, un preside particolarmente colto.
Nel 1941, sposa Livia Andronico, da cui avrà due figlie. Il matrimonio
gli porta molta serenità.
Nel 1948, gli muore, suicida, il fratello,
Nel 1958, Sciascia abbandona l'insegnamento per un incarico
amministrativo al Patronato scolastico. Cominciano a uscire, uno dopo
l'altro, i suoi romanzi, non sempre accolti con benevolenza dalla
critica.
Nel 1975, come indipendente di sinistra, viene eletto consigliere
comunale a Palermo: si dimetterà due anni dopo. Nel 1979 è eletto
deputato nelle liste del Partito Radicale. Rimane in Parlamento sino
al 1983, occupandosi soprattutto dei lavori della Commissione
specifica istituita per indagare sulla morte di Aldo Moro.Opere
Le parrocchie di Regalpetra (1956); Gli zii di Sicilia (1958); Il
giorno della civetta (1961); Il consiglio d'Egitto (1963); A ciascuno
il suo (1966); Il contesto (1971); Il mare colore del vino (1973); Todo
modo (1974); La scomparsa di Majorana (1975); I pugnalatori (1976);
Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia (1977); L'affaire Moro
(1978); Dalle parti degli infedeli (1979); Nero su nero (1979); Il
teatro della memoria ( 1981); Occhio di capra (1985); La strega e il
capitano (1986); Il Cavaliere e la morte (1989); Una storia semplice
(1989).
Le parrocchie di Regalpetra
È una serie di cronache su un immaginario paese siciliano, nel
quale sono ravvisabili le condizioni di qualsiasi altro paese
dell'isola. In Sciascia c'è una risentita dimensione civile, una
speranza nei poteri della ragione e nelle conquiste liberatrici della
Storia, ma nel contempo una dolente coscienza delle carenze e delle
colpe delle classi dirigenti di ieri e di oggi e del prezzo di dolore
e di miseria che esse comportano.
L'opera di Sciascia assume sin dall'inizio il valore di
testimonianza:in questo caso, denuncia del fascismo e denuncia sociale
(condizioni del Meridione).
Lo stile è molto semplice. In questa prima opera c'è una marcata
tendenza al neorealismo: il linguaggio è aderente al mondo
rappresentato. Sciascia evita, tuttavia, di cadere nel folclore. Egli
va più a fondo, alla sostanza dei problemi della Sicilia.
Gli zii di Sicilia
Consta di quattro racconti: La zia d'America, La morte
di Stalin, Il quarantotto, L'antimonio. Ne Il
quarantotto si parla della spedizione di Garibaldi in Sicilia.
mentre La zia d'America e La morte di Stalin, presentano
in chiave ironica - ma si tratta di un'ironia garbata, mista a molta
umana simpatia - la Sicilia del dopoguerra.
Ne La zia d'America c'è una demitizzazione del Nuovo Mondo: la
zia ha i suoi personali interessi da difendere, così come l'America
penserà prima a se stessa che ai problemi dell'Italia. Il racconto
vira al genere saggistico.
In La morte di Stalin, la Storia viene registrata attraverso le
impressioni di un singolo individuo, Calogero, che fatica a rinunciare
al mito di Stalin, nonostante ne venga a conoscere le malefatte. Attraverso
questo personaggio, Sciascia ci fa capire come l'adesione al comunismo
possa essere motivata più da una situazione di miseria che da scelte
ideali e morali.
L'antimonio descrive la drammatica esperienza di un minatore
siciliano che la disperazione e la fame spingono volontario in Spagna,
nelle file dei legionari fascisti che combattono al fianco
dell'esercito franchista. Egli si renderà finalmente conto della vera
natura del fascismo, al di là delle esaltazioni retoriche e delle
vane promesse.
Il tema di fondo è lo sfruttamento dei poveri da parte del fascismo.
Viene messa in evidenza la miseria delle classi inferiori.
Il giorno della civetta
In quest'opera la tensione tra fiducia nella ragione e
constatazione della sua continua sconfitta si fa più dolente.
Tuttavia, non resta altro che credere, seppur disperatamente, nella
ragione. È un romanzo sulla mafia, un'analisi chiara ed esauriente,
un'indagine sulle sue cause sociali, storiche, politiche, morali. È
l'opera principale di Sciascia.
Protagonista è un ufficiale dei carabinieri, settentrionale, di
stanza in Sicilia, ma soprattutto un uomo che crede nei valori di una
società democratica e moderna, contro l'immobilità d'un mondo di
vecchi interessi costituiti. La narrazione si muove su due piani:
quello dell'inchiesta che l'ufficiale conduce su una catena di delitti
di mafia e quello delle complicità, più o meno forti, più o meno
segrete, che scattano a fermarla o a vanificarne i risultati.
Subito viene rappresentato uno degli aspetti tipici della realtà
meridionale: l'omertà.
Lo scrittore è scettico circa la possibilità di cambiare la
situazione: vi è nei siciliani una sfiducia radicata nei confronti
della giustizia. Il senso di estraneità nei confronti della legalità
e dello Stato conosce cause storiche: dominazioni straniere che,
avvicendandosi, hanno scavato un solco fra oppressi e oppressori.
Interessante il personaggio del mafioso ritratto in questo romanzo:
don Mariano Arena.
Il Consiglio d'Egitto
Palermo, 1783; i baroni, pur fremendo di sdegno per le tentate
riforme del vicerè Caracciolo, continuano a giocarsi interi feudi al
biribissi; le nobildonne leggono romanzi francesi proibiti e il
quarantenne abate Vella, sensibile alle dolcezze di questa società,
coltiva speranze di vedersi assegnata una pingue abbazia che gli
assicuri l'agiatezza. Per ingraziarsi la Sacra Real Maestà di Napoli,
Vella inventa ex novo, con gusto di narratore e umanista, un antico
codice arabo, appunto Il Consiglio d'Egitto, che fa giustizia di tutti
i privilegi baronali e restituisce al Regno la piena potestà
sull'isola. Le prime indiscrezioni gettano lo scompiglio nella città.
La risonanza è enorme. L'abate diventa "il grande Vella";
il papa in persona si interessa alla sua salute.
Una delle più straordinarie imposture che la storia ricordi ha così
inizio nel bel mezzo dell'"epoca delle riforme" e la sua
vicenda si lega a quella di una congiura giacobina: quella che il
giovane avvocato De Blasi, spinto dall'esempio dei rivoluzionari di
Francia a rinnovare secondo ragione gli ordinamenti del Regno, tenta
invano di condurre a termine contro le usurpazioni e gli arbitri
dell'aristocrazia.
A ciascuno il suo
Siamo in un paese dell'entroterra siciliano. Una lettera anonima
minaccia di morte il farmacista, uno "che viveva tranquillo, non
aveva mai avuto questioni, non faceva politica". L'uomo pensa ad
uno scherzo, ma la minaccia si avvera, al termine di una giornata di
caccia, coinvolgendo l'amico dottore che si trova con lui. Un altro
delitto che sembra immotivato ed offre pochi appigli al professore di
liceo Paolo Laurana che, quasi mosso da una astratta passione intellettuale, si
ritrova a cercarne il bandolo in una rete di silenzi e di complicità.
Sciascia torna sulla Sicilia di oggi, continuando il discorso
iniziato con Il giorno della civetta, in un giallo divertito e
amaro, che non rispetta i canoni del romanzo poliziesco tradizionale.
Pagine animate da passione civile, denuncia civile e compiuta
raffigurazione poetica.
Il personaggio del professore rappresenta la ribellione, per quanto
ancora oscura e contraddittoria, del singolo
laddove è fallita la giustizia. Per lo scrittore ognuno deve farsi
della mafia un problema personale e vincerlo.
Il contesto
Al centro della vicenda è l'ispettore Rogas, un letterato mosso
da un geometrico rigore intellettuale, che si immerge nel
"caso" con una tenacia ossessiva, alla caccia
dell'assassino: un tale, forse, "accusato di tentato uxoricidio
attraverso una concatenazione di indizi che sembrano essere stati
fabbricati, predisposti ed offerti dalla moglie stessa".
Il romanzo si presenta al lettore come un racconto poliziesco
perfetto. Al di là del "giallo", emergono l'allegoria e la
passione politica.
Il mare colore del vino
Raccolta di racconti che costituisce una piccola "summa"
dei temi e dello stile della narrativa di Leonardo Sciascia,
segnata da un'intelligenza lucida e amara.
Todo modo
Il romanzo è ambientato in un eremo albergo adibito agli esercizi
spirituali. Il protagonista è un pittore quarantenne di successo.
Nell'eremo si svolge un ritiro annuale di particolare interesse, a cui
partecipano vescovi, cardinali, uomini politici, industriali, notabili
di ogni genere, accomunati dalla medesima trama di intrallazzi e
complicità. Diventa presto evidente che gli esercizi spirituali sono
solo un pretesto e offrono una copertura neppur troppo dissimulata a
traffici e trattative che hanno come scopo una più lucrosa
spartizione del potere.
Una serie di delitti inspiegabile viene però a mettere a soqquadro
quel microcosmo in apparenza ben ordinato.
Sciascia usa ancora il genere "giallo" per denunciare la
sostanza, le modalità e l'arroganza del potere, il degradarsi della
convivenza civile a sistema clientelare e mafioso, l'impossibilità di
una giustizia: in una parola, la crisi di civiltà che oggi stiamo
vivendo.
La scomparsa di Majorana
Si tratta di un romanzo-saggio, attraverso il quale il narratore
Sciascia non si preoccupa di ricostruire con esattezza i fatti reali,
ma lascia libere le sue facoltà immaginative in una possibile
ricostruzione degli avvenimenti, capace di produrre alcune verità
esistenziali.
Nel marzo del 1938 Ettore Majorana si imbarca sul postale
Napoli-Palermo, dopo aver espresso in due lettere il proposito di
uccidersi. A 32 anni è il fisico più geniale della generazione di
Fermi, con cui ha studiato. I maggiori scienziati dell'epoca ne
ammirano le straordinarie qualità speculative. Solitario, scontroso,
riservato, il giovane Majorana ha le doti per arrivare a risolvere i
problemi connessi all'invenzione dell'atomica. Poi, l'improvvisa
scomparsa. I familiari pensano ad una fuga dettata dalla follia, ma a
nulla servono le ricerche dei servizi segreti, spronati dallo stesso
Mussolini: il corpo non verrà ritrovato. Majorana si è davvero
ucciso? È stato rapito? O forse, di fronte alle sconcertanti
prospettive aperte dalla scoperta dell'atomica nell'Europa di Hitler e
Mussolini, ha preferito scomparire? Che cosa si nasconde dietro il
mistero Majorana?
Un altro giallo di Sciascia che scava nei problemi del nostro tempo
con la passione civile e la lucida intelligenza, che migliaia di
lettori gli riconoscono.
I pugnalatori
Il 25 maggio del 1862 l'avvocato Guido Giacosa, piemontese, viene
nominato Sostituto Procuratore Generale del Re presso la Corte
d'Appello di Palermo.
Egli diventa ben presto "impaziente e insofferente" di
fronte alla realtà siciliana.
La sera del primo ottobre del 1862 accade a Palermo "un fatto
criminale di orrida novità": tredici persone in diversi
punti della città vengono accoltellati alla stessa ora da feritori
tanto simili da assomigliare a uno stesso uomo.
Uno dei feritori, Angelo d'Angelo, confessa e fa i nomi degli
esecutori e dei presunti mandanti. Il movente dell'attentato sembra
quello di seminare il terrore per far rimpiangere alla popolazione il
vecchio ordine borbonico. Condannati gli imputati, la sera stessa
della sentenza si verifica un'altra "pugnalazione".
La città è presa dal panico. La gente gira munita di bastoni.
Sciascia ci racconta in questo libro una vicenda storica che manifesta
inquietanti parallelismi con altre vicende patrie a noi più vicine.
Del caso dei pugnalatori si occupano il procuratore Giacosa e il
Consigliere Mari. Tre degli arrestati vengono condannati a morte,
mentre il presunto mandante, il principe di Sant'Elia, senatore del
Regno, malgrado i pesanti indizi a suo carico, continua a godere di
tutte le protezioni e di tutti gli onori.
La classe dirigente siciliana appare nel racconto come ambigua,
nostalgica, irresponsabile, doppiogiochista.
Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia
Il romanzo racconta la storia di Candido Munafò, nato nel 1943,
nella notte dello sbarco alleato in Sicilia, figlio di un avvocato e
della signora Maria Grazia, che presto sarebbe fuggita con un
ufficiale dell'esercito americano. Candido cresce con il padre
(ma, rivelando un importante segreto professionale, ne causerà il
suicidio), il nonno, ex gerarca fascista, e la governate Concetta, che
cerca invano di educarlo secondo principi cattolici e borghesi.
L'impassibile Candido diventa l'allievo preferito di don Antonio
Lepanto, prete inquieto che tenta di coniugare cattolicesimo,
psicoanalisi e marxismo: cerca di psicanalizzarlo, ma il ragazzo
resiste; gli fa frequentare la sezione del Pci, ma entrambi lasceranno
il partito, delusi. Nel frattempo Candido ha conosciuto l'amore, prima
portando via al nonno la giovane amante Paola, poi, partita costei,
innamorandosi di Francesca, con la quale lascia il paese - e,
serenamente, i suoi beni -per andare a vivere prima a Torino, come
operaio, poi a Parigi, come meccanico; lei fa la traduttrice ed
entrambi vivono felici, amandosi e amando la città libera e
tollerante. Li raggiunge don Antonio, sempre in cerca di idee in cui
credere, il quale alla fine del romanzo, davanti alla statua di
Voltaire, lo propone a Candido come il "nostro vero padre".
Candido lo allontana dalla statua e "Non ricominciamo coi padri -
disse. Si sentiva figlio della fortuna; e felice". (G.
Traina)
Riscrittura del capolavoro di Voltaire, il libro costituisce
"un'operazione liberatoria" da alcuni miti in auge nel
Novecento: il cristianesimo, il comunismo, la psicoanalisi e
l'Illuminismo. Lo scrittore propone, come alternativa, alcuni valori
gioiosi: il sesso, la semplicità, la chiarezza, la sincerità, la
passione per il lavoro ben fatto.
L'affaire Moro
Appare ispirato, già nel titolo, a Voltaire e Zola, a quella
letteratura francese che Sciascia tanto amava. In questo libro,
lo scrittore siciliano ricostruisce i giorni del sequestro Moro,
soprattutto attraverso l'analisi e l'interpretazione delle lettere
scritte dal Presidente della Dc dalla sua prigione di via Gradoli e
indirizzate, per la maggior parte, ai principali dirigenti del partito
cattolico. Dopo l'agguato di via Fani e il sequestro, Moro
temporeggia, prende tempo, probabilmente per favorire le indagini e il
suo ritrovamento, poi invoca le autorità di tenere una linea morbida,
umanitaria, orientata alla trattativa e allo scambio dei prigionieri,
coerente in questo con i suoi precedenti convincimenti. Afferma che la
sua famiglia versa in condizioni pietose e che abbisogna di lui. Gli
ex colleghi di partito, con cui ha condiviso "le ore liete"
del potere, lo delegittimano, ritenendolo pazzo, e intendono far
valere la ferrea ragion di Stato, ostile a ogni trattativa. Si arriva,
secondo Sciascia a un'esecuzione che poteva essere evitata e che
andava oltre i propositi delle stesse BR. Brigate Rosse che Sciascia ritiene
un fenomeno tutto italiano e che accomuna, per metodi e
organizzazione, alla mafia. Nel lanciare un atto d'accusa contro una classe
politica ritenuta responsabile della morte di Aldo Moro, rilevando i
ritardi, l'imperizia e la svogliatezza con cui sono state
condotte le indagini in quei giorni, Sciascia adombra come, dietro la
volontà di sacrificare Moro, si celino ancora una volta gli oscuri
disegni del potere.
All'uomo politico democristiano, incarnazione del notabile meridionale
con quell'oratoria sfuggente, specializzata nel "non dire",
che quando appariva in televisione "sembrava preda della più
antica stanchezza, della più profonda noia", che più che un
grande statista era, secondo Sciascia, "un grande politicante:
vigile, accorto, calcolatore", va tuttavia la pietà dello scrittore che vede in lui la vittima sacrificale di un
intero regime politico.
Dalle parti degli infedeli
Al vescovo di Patti, monsignor Angelo Ficarra, viene racapitata,
nel marzo del 1947, una lettera anonima unita a un ritaglio dell'Osservatore
romano. Al vescovo si rimprovera di non adoperarsi in favore del
partito politico che difende le ragioni della religione cattolica e
della Chiesa, vale a dire la Democrazia Cristiana. Già durante il
fascismo, monsignor Ficarra, a causa del suo candore evangelico, era
entrato in conflitto con le autorità.
Ora, nonostante il vescovo di dichiari estraneo a manovre politiche,
preso com'è in verità "dai suoi diletti studi, dalla
meditazione, dalla preghiera, dall'operosa carità quotidiana, dalla
tolleranza meglio che professata vissuta", egli viene fatto
oggetto di un processo inquisitoriale o stalinista, in cui lo si vuole
costringere ad accettare la propria colpa anche se innocente.
Le autorità ecclesiastiche esercitano pressioni affinché il
prelato si dimetta, invocando, con ipocrisia, inesistenti motivi di
salute. Di fronte alla menzogna e alla persecuzione, monsignor Ficarra
non si arrende, come vorrebbero i suoi avversari, all'ingiustizia. Ma,
prima gli viene affiancato un altro vescovo, poi egli viene rimosso
ricorrendo all'escamotage della sua nomina a vescovo di
Leontopoli di Augustamnica: in partibus infidelium.
Come spesso succede nel corso dell'umana esistenza, si assiste
all'ennesimo scacco alla giustizia, alla verità, alla fede, alla
speranza, alla dignità umana.
Nero su nero
Diario che inserisce Sciascia nella corrente degli "scrittori
di cose", come li definiva Pirandello, in opposizione agli "scrittori di parole"
Un libro che sembra rifarsi, per quanto riguarda la tradizione
letteraria italiana, ai diari di Vittorini, Brancati e Alvaro.
Cruciverba
Raccolta di saggi, redatti da Sciascia negli anni Settanta e nei
primi anni Ottanta.
Il teatro della memoria
Tratta del caso, reso famoso dalle cronache giornalistiche degli
anni Venti, dello smemorato di Collegno.
Un tale sorpreso a rubare nel cimitero ebraico di Torino, viene
ricoverato nel manicomio di Collegno perché non sa dire chi sia. La
sua foto viene pubblicata dai giornali. La vedova del professor
Canella lo riconosce come il proprio marito, dato per disperso in
guerra. Per la polizia, invece, l'uomo è il tipografo e truffatore
Mario Bruneri. Ne nasce un caso umano e giudiziario che appassiona
tutta l'Italia. Un caso pirandelliano, che tratta di identità e di
memoria.
La strega e il capitano
È la storia di Caterina Medici, serva del senatore milanese Melzi,
che egli accusa di volerlo avvelenare. La donna viene processata come
strega, lei si lascia convincere di confessare la sua
"stregoneria" e viene condotta al rogo.
Omaggio ad Alessandro Manzoni, è un libro contro l'intolleranza e il
malgoverno.
Il cavaliere e la morte
Un Vice commissario di polizia indaga sull'omicidio dell'avvocato
Sandoz. Conducendo investigazioni private, il Vice giunge a scoprire
il colpevole, il potentissimo industriale Aurispa, la cui mano è
dietro molti delitti insoluti avvenuti in Italia.
Il Vice però non ha prove, egli ha tratto i propri convincimenti dai
colloqui avuti con due signore e un ex agente dei servizi segreti,
tale Rieti. Il Commissario Capo, succube del potere, cerca invece di
far cadere la colpa su un sedicente gruppo terroristico: i "Figli
dell'ottantanove".
Il Vice, minato nel fisico da un tumore che lo sta devastando, si
accinge ad andare in ferie, quando viene ucciso da un colpo di
pistola, proprio nel momento in cui aveva deciso di riaprire le
indagini, dopo l'assassinio di Rieti.
Un potere, distruttivo come un cancro sta corrodendo l'Italia.
Dall'omologazione e dalla collusione col potere sfugge il Vice, che
viene per questo eliminato. Novello Gesù Cristo, il Vice, che
possiede un esemplare dell'amato Il cavaliere, la morte e il
diavolo di Dürer, si oppone alla pervasività del potere e
all'arrivo della morte, facendo uso di intelligenza e ironia.
Il protagonista ha molti punti di contatto con Sciascia, anch'egli
negli ultimi anni straziato da un tumore: il fumo di sigaretta,
il caffè forte, la bellezza e l'intelligenza delle donne, i libri, le
incisioni, il pensiero.
Ne Il cavaliere e la morte Sciascia svela finalmente le sue
paure, le sue emozioni e i suoi desideri, che in altre opere aveva
schermato.
Una storia semplice
Il console Roccella, alla ricerca di vecchie lettere di Pirandello,
si reca nella sua vecchia casa di campagna e non la trova disabitata.
Avverte di ciò la polizia e il giorno dopo viene ritrovato morto. Ma
non si tratta di suicidio. La sua abitazione era diventata un deposito
di droga. Il brigadiere Lagandara scopre che l'assassino è il
commissario. Ne segue fra i due un conflitto a fuoco, fatto poi
passare per un incidente, in cui però il commissario ha la peggio.
Un romanzo sulla corruzione e gli intrecci illeciti che coinvolgono
e minano le istituzioni stesse, in primo luogo la giustizia, anche nei
suoi gangli periferici.
Altro tema importante è quello della malattia (il vecchio professor
Franzò è in dialisi).
Bibliografia:
C. Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia, Mursia, Milano
1988
N. Fano, Come leggere Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia,
Mursia, Milano 1993
M. Onofri, Storia di Sciascia, Laterza, Bari 1994
G. Traina, Leonardo Sciascia, Bruno Mondadori, Milano, 1999
I
libri di Leonardo Sciascia
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| appunti |
Approfondimenti: 
Giuseppe Traina, Leonardo Sciascia, Bruno Mondadori, 1999, pagine
288 ordina

Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra, Tea, 2000, pagine
406 ordina

Massimo Onofri, Storia di Sciascia, Laterza, 2004, pagine
302 ordina
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