"Sai fare
qualcosa che nessuno sa fare in Italia: il racconto documentario su
di un problema, dando una compiuta informazione su questo con
vivezza visiva, finezza letteraria, abilità, scrittura
sorvegliatissima, gusto saggistico quel tanto che ci vuole e non
più, colore locale quel tanto che ci vuole e non più,
inquadramento storico e nazionale e di tutto il mondo intorno che ti
salva dal ristretto regionalismo e un polso morale che non viene mai
meno".
(lettera di Italo Calvino a Leonardo Sciascia del 23 settembre
1960)
Siamo in Sicilia, in
un paese dell'entroterra palermitano. Un piccolo imprenditore edile,
Salvatore Colasberna, viene ucciso con due colpi di arma da fuoco
mentre sta salendo su un autobus. Si cerca di far passare l'omicidio
come
delitto passionale, i carabinieri indagano. Subito
scatta l'omertà e, sullo sfondo si profilano
diffidenze, protezioni, collusioni politiche che
arrivano fino a Roma e al governo.
L'illuminista, disilluso, terso Sciascia, analizza e denuncia il fenomeno mafia, oscura manifestazione
dell'inconscio collettivo siciliano. L'indimenticabile e
razionale capitano Bellodi, ex partigiano, giovane e
colto uomo del Nord, si misura con una realtà corrotta per
lui difficilmente comprensibile. Egli incarna una
dignità possibile al di fuori dei trionfanti
(dis)valori di una criminalità che non si riconosce
come tale. Rappresenta le virtù dell'integrità,
della nobiltà d'animo, del diritto, della giustizia.
Il suo antagonista è don Mariano Arena,
capomafia, semianalfabeta, ma spietato, potente, con
un codice d'onore e un'autorità antitetici alla
nozione di Stato.
Sciascia evidenzia i pesanti retaggi storici che
gravano sulla mentalità dei siciliani e sul loro
sentirsi altro rispetto alla comunità nazionale. Ma
sarà lo stesso don Mariano a tributare all'ufficiale
dei carabinieri un doveroso riconoscimento. - Io -
proseguì poi don Mariano - ho una certa pratica del
mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci
riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola
piena di vento, la divido in cinque categorie: gli
uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto
parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi
gli uomini; i mezz'uomini pochi, che mi contenterei
l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no,
scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono
come i bambini che si credono grandi, scimmie che
fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in
giù: i pigliainculo, che vanno diventando un
esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero
vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro
vita non ha più senso e più espressione di quella
delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste
carte come un Cristo, lei è un uomo.
Si delineano, dunque, già in questo romanzo, una
delle prime prove narrative dello scrittore
siciliano, molti dei temi cari a Sciascia: il genere
"giallo" come grimaldello per rappresentare
e interpretare la realtà siciliana e italiana, la
solitudine quasi impotente e l'idealismo
donchisciottesco dell'eroe positivo, il pessimismo
intellettuale che tuttavia non rinuncia all'impegno
di indagare la realtà civile, sociale e politica che
ci circonda, la criminalizzazione dello Stato
borghese. Un racconto poliziesco alto, che si situa,
per certi versi, fuori dalle convenzioni del genere,
che non termina, come d'uso, con la rassicurante
catarsi della punizione dei colpevoli.
Da questo libro, un'ammirazione che dura tuttora
per lo scrittore di Racalmuto.
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