Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi, 1961

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copertina"Sai fare qualcosa che nessuno sa fare in Italia: il racconto documentario su di un problema, dando una compiuta informazione su questo con vivezza visiva, finezza letteraria, abilità, scrittura sorvegliatissima, gusto saggistico quel tanto che ci vuole e non più, colore locale quel tanto che ci vuole e non più, inquadramento storico e nazionale e di tutto il mondo intorno che ti salva dal ristretto regionalismo e un polso morale che non viene mai meno".
(lettera di Italo Calvino a Leonardo Sciascia del 23 settembre 1960)

Siamo in Sicilia, in un paese dell'entroterra palermitano. Un piccolo imprenditore edile, Salvatore Colasberna, viene ucciso con due colpi di arma da fuoco mentre sta salendo su un autobus. Si cerca di far passare l'omicidio come delitto passionale, i carabinieri indagano. Subito scatta l'omertà e, sullo sfondo si profilano diffidenze, protezioni, collusioni politiche che arrivano fino a Roma e al governo.

L'illuminista, disilluso, terso Sciascia, analizza e denuncia il fenomeno mafia, oscura manifestazione dell'inconscio collettivo siciliano. L'indimenticabile e razionale capitano Bellodi, ex partigiano, giovane e colto uomo del Nord, si misura con una realtà corrotta per lui difficilmente comprensibile. Egli incarna una dignità possibile al di fuori dei trionfanti (dis)valori di una criminalità che non si riconosce come tale. Rappresenta le virtù dell'integrità, della nobiltà d'animo, del diritto, della giustizia.

Il suo antagonista è don Mariano Arena, capomafia, semianalfabeta, ma spietato, potente, con un codice d'onore e un'autorità antitetici alla nozione di Stato.

Sciascia evidenzia i pesanti retaggi storici che gravano sulla mentalità dei siciliani e sul loro sentirsi altro rispetto alla comunità nazionale. Ma sarà lo stesso don Mariano a tributare all'ufficiale dei carabinieri un doveroso riconoscimento. - Io - proseguì poi don Mariano - ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, che mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.

Si delineano, dunque, già in questo romanzo, una delle prime prove narrative dello scrittore siciliano, molti dei temi cari a Sciascia: il genere "giallo" come grimaldello per rappresentare e interpretare la realtà siciliana e italiana, la solitudine quasi impotente e l'idealismo donchisciottesco dell'eroe positivo, il pessimismo intellettuale che tuttavia non rinuncia all'impegno di indagare la realtà civile, sociale e politica che ci circonda, la criminalizzazione dello Stato borghese. Un racconto poliziesco alto, che si situa, per certi versi, fuori dalle convenzioni del genere, che non termina, come d'uso, con la rassicurante catarsi della punizione dei colpevoli.

Da questo libro, un'ammirazione che dura tuttora per lo scrittore di Racalmuto.

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