Pietro  Bembo

Rime

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[CLVI-CLXXIX]

RIME
DI
MESSER PIETRO BEMBO
IN MORTE
DI MESSER CARLO SUO FRATELLO
E di molte altre persone

*      *       *      *

  CANZONE XXVIII.   ( CLVI.)

     Alma cortese, che dal mondo errante
Partendo ne la tua più verde etade
Hai me lasciato eternamente in doglia,
Da le sempre beate alme contrade,
Ov'or dimori cara a quello amante,
Che più temer non puoi, che ti si toglia,
Risguarda in terra, e mira u' la tua spoglia
Chiude un bel sasso: e me, che 'l marmo asciutto
Vedrai bagnar te richiamando, ascolta.
Però che sparsa e tolta
L'alta pura dolcezza, e rotto in tutto
Fu 'l più fido sostegno al viver mio,
Frate, quel dì, che te n'andasti a volo:
Da indi in qua nè lieto, nè securo
Non ebbi un giorno mai, nè d'aver curo;
Anzi mi pento esser rimaso solo,
Che son venuto senza te in obblio
Di me medesmo, e per te solo er'io
Caro a me stesso: or teco ogni mia gioia
È spenta, e non so già, perch'io non moia.

      Raro pungente stral di ria fortuna
Fè sì profonda e sì mortal ferita,
Quanto questo, onde 'l ciel volle piagarme.
Rimedio alcun da rallegrar la vita
Non chiude tutto 'l cerchio de la luna,
Che del mio duol bastasse a consolarme.
Sì come non potea grave appressarme,
Alor ch'io partia teco i miei pensieri
Tutti, e tu meco i tuoi sì dolcemente;
Così non ho dolente
A questo tempo, in che mi fidi, o speri,
Ch'un sol piacer m'apporte in tanti affanni.
E non si vide mai perduta nave
Fra duri scogli a mezza notte il verno
Spinta dal vento errar senza governo,
Che non sia la mia vita ancor più grave;
E s'ella non si tronca a mezzo gli anni,
Forse averrà, perch'io pianga i miei danni
Più lungamente, e siano in mille carte
I miei lamenti e le tue lode sparte.

      Dinanzi a te partiva ira e tormento,
Come parte ombra a l'apparir del Sole:
Quel mi tornava in dolce ogni atto amaro,
O pur con l'aura delle tue parole
Sgombravi d'ogni nebbia in un momento
Lo cor, cui dopo te nulla fu caro;
Nè mai volli al suo scampo altro riparo,
Mentre aver si poteo, che la tua fronte
E l'amico, fedel, saggio consiglio.
Perso, bianco, o vermiglio
Color non mostrò mai vetro; nè fonte
Così puro il suo vago erboso fondo,
Com'io negli occhi tuoi leggeva espressa
Ogni mia voglia sempre, ogni sospetto:
Con sì dolci sospir, sì caro affetto,
De le mie forme la tua guancia impressa
Portavi, anzi pur l'alma e 'l cor profondo.
Or, quanto a me, non ha più un bene al mondo:
E tutto quel di lui, che giova e piace,
Ad un col tuo mortal sotterra giace.

      Quasi stella del polo chiara e ferma
Nelle fortune mie sì gravi, e 'l porto
Fosti dell'alma travagliata e stanca:
La mia sola difesa e 'l mio conforto
Contra le noie della vita inferma,
Ch'a mezzo il corso assai spesso ne manca:
E quando 'l verno le campagne imbianca,
E quando il maggior dì fende 'l terreno,
In ogni risco, in ogni dubbia via
Fidata compagnia
Tenesti il viver mio lieto e sereno:
Che mesto e tenebroso fora stato,
E sarà, Frate, senza te mai sempre.
O disavventurosa acerba sorte!
O dispietata intempestiva morte!
O mie cangiate e dolorose tempre!
Qual fu già, lasso, e qual ora è 'l mio stato?
Tu 'l sai; che poi ch'a me ti sei celato
Nè di qui rivederti ho più speranza;
Altro che pianto e duol nulla m'avanza.

      Tu m'hai lasciato senza sole i giorni,
Le notti senza stelle, e grave ed egro
Tutto questo, ond'io parlo, ond'io respiro:
La terra scossa, e 'l ciel turbato e negro,
E pien di mille oltraggi e mille scorni
Mi sembra in ogni parte, quant'io miro.
Valor e cortesia si dipartiro
Nel tuo partir, e 'l mondo infermo giacque,
E virtù spense i suoi più chiari lumi:
E le fontane ai fiumi
Negar la vena antica e l'usate acque:
E gli augelletti abandonaro il canto:
E l'erbe e i fior lasciar nude le piaggie:
Nè più di fronde il bosco si consperse.
Parnaso un nembo eterno ricoperse,
E i lauri diventar quercie selvaggie:
E 'l cantar de le Dee, già lieto tanto,
Uscì doglioso e lamentevol pianto:
E fu più volte in voce mesta udito
Di tutto 'l colle: o BEMBO, ove se' ito?

      Sovra 'l tuo sacro ed onorato busto
Cadde grave a se stesso il padre antico,
Lacero il petto, e pien di morte il volto:
E disse: ahi sordo e di pietà nemico
Destin predace e reo, destino ingiusto,
Destin a impoverirmi in tutto volto,
Perché più tosto me non hai disciolto
Da questo grave mio tenace incarco,
Più che non lece e più ch'io non vorrei,
Dando a lui gli anni miei,
Che del suo leve inanzi tempo hai scarco?
Lasso, allor potev'io morir felice:
Or vivo sol per dare al mondo esempio,
Quant'è 'l peggio far qui più lungo indugio,
S'uom de' perdere in breve il suo refugio
Dolce, e poi rimanere a pena e scempio:
O vecchiezza ostinata ed infelice
A che mi serbi ancor nuda radice,
Se 'l tronco, in cui fioriva la mia speme,
è secco, e gelo eterno il cigne e preme?

      Qual pianser già le triste e pie sorelle,
Cui le treccie in su 'l Po tenera fronde,
E l'altre membra un duro legno avvolse,
Tal con gli scogli, e con l'aure, e con l'onde,
Misera, e con le genti, e con le stelle,
Del tuo ratto fuggir la tua si dolse.
Per duol Timavo indietro si rivolse:
E vider Manto i boschi e le campagne
Errar con gli occhi rugiadosi e molli:
Adria le rive e i colli
Per tutto, ove 'l suo mar sospira e piagne,
Percosse, in vista oltra l'usato offesa,
Tal ch'a noia e disdegno ebbi me stesso:
E se non fosse, che maggior paura
Frenò l'ardir; con morte acerba e dura,
Alla qual fui molte fiate presso,
D'uscir d'affanno arei corta via presa.
Or chiamo, e non so far altra difesa,
Pur lui, che l'ombra sua lasciando meco,
Di me la viva e miglior parte ha seco.

      Che con l'altra restai morto in quel punto,
Ch'io senti' morir lui, che fu 'l suo core:
Nè son buon d'altro, che da tragger guai.
Tregua non voglio aver col mio dolore,
Infin ch'io sia dal giorno ultimo giunto.
E tanto il piangerò, quant'io l'amai.
Deh perché innanzi a lui non mi spogliai
La mortal gonna, s'io men vestì prima?
S'al viver fui veloce, perché tardo
Sono al morir? un dardo
Almen avesse ed una stessa lima
Parimente ambo noi trafitto e roso:
Che siccome un voler sempre ne tenne
Vivendo, così spenti ancor n'avesse
Un'ora, ed un sepolcro ne chiudesse.
E se questo al suo tempo o quel non venne,
Nè spero degli affanni alcun riposo;
Aprasi per men danno a l'angoscioso
Carcere mio rinchiuso omai la porta,
Ed egli a l'uscir fuor sia la mia scorta.

      E guidemi per man, che sa 'l cammino
Di gir al ciel; e nella terza spera
M'impetri dal Signor appo se loco.
Ivi non corre il dì verso la sera,
Nè le notti sen' van contra 'l mattino;
Ivi 'l caso non può molto nè poco:
Di tema gelo mai, di disir foco
Gli animi non raffredda, e non riscalda,
Nè tormenta dolor, nè versa inganno:
Ciascuno in quello scanno
Vive e pasce di gioia pura e salda,
In eterno, fuor d'ira e d'ogni oltraggio,
Che preparato gli ha la sua virtute.
Chi mi dà il grembo pien di rose e mirto,
Sì ch'io sparga la tomba? o sacro spirto,
Che qual a' tuoi più fosti o di salute
O di trastullo; agli altri o buon, o saggio,
Non saprei dir: ma chiaro e dolce raggio
Giugnesti in questa fosca etate acerba,
Che tutti i frutti suoi consuma in erba.

      Se, come già ti calse, ora ti cale
Di me; pon dal ciel mente, com'io vivo,
Dopo 'l tu' occaso, in tenebre e 'n martiri.
Te la tua morte più che pria fè vivo,
Anzi eri morto, or sei fatto immortale:
Me di lagrime albergo e di sospiri
Fa la mia vita, e tutti i miei desiri
Sono di morte, e sol quanto m'incresce,
È, ch'io non vo più tosto al fin ch'io bramo.
Non sostien verde ramo
De' nostri campi augello, e non han pesce
Tutte queste limose e torte rive:
Nè presso, o lunge a sì celato scoglio
Filo d'alga percote onda marina:
Nè sì riposta fronda il vento inclina,
Che non sia testimon del mio cordoglio.
Tu Re del ciel, cui nulla circonscrive,
Manda alcun de le schiere elette e dive
Di su da quei splendori giù in quest'ombre,
Che di sì dura vita omai mi sgombre.

      Canzon, qui vedi un tempio a canto al mare,
E genti in lunga pompa, e gemme ed ostro,
E cerchi, e mete, e cento palme d'oro:
A lui, ch'io in terra amava, in cielo adoro,
Dirai: così v'onora il secol nostro.
Mentre udirà querele oscure e chiare
Morte; Amor fiamme arà dolci ed amare;
Mentre spiegherà il Sol dorate chiome;
Sempre sarà lodato il vostro nome.

      A lei, che l'Appennin superbo affrena,
Là 've parte le piagge il bel Metauro;
Di cui non vive dal mar Indo al Mauro,
Da l'Orse a l'Austro, simil nè seconda,
Va prima: ella ti mostre, o ti nasconda.

   SONETTO CXXVII.   (CLVII.)

      Adunque m'hai tu pur, in su 'l fiorire
Morendo, senza te, Frate, lasciato;
Perché 'l mio dianzi chiaro e lieto stato
Ora si volga in tenebre e 'n martire?

      Gran giustizia era, e mio sommo desire,
Da me lo stral avesse incominciato:
E come al venir qui son primo stato,
Ancora stato fossi al dipartire.

      Ché non arei veduto il mio gran danno,
Di me stesso sparir la miglior parte;
E sarei teco fuor di questo affanno.

      Or ch'io non ho potuto innanzi andarte,
Piaccia al Signor, a cui non piace inganno,
Ch'io possa in breve e scarco seguitarte.

   SONETTO CXXVIII.   (CLVIII.)

      Leonico, che 'n terra al ver sì spesso
Gli occhi levavi e 'l penser dotto e santo;
Et or nel cielo il guiderdon promesso
Ricevi al tuo di lui studio cotanto;

      A te non si conven doglia, nè pianto:
Ch'omai pien d'anni, e pago di te stesso
Chiudi il tuo chiaro dì; ma festa e canto
Del grande a la tua vita onor concesso.

      Qual dalla mensa uom temperato e sazio,
Ti diparti dal mondo, e torni a lui,
Che t'ha per nostro ben tardo ritolto.

      Conviensi a me, che non ho più, con cui
Sì securo fornir quel poco o molto,
Che de la dubbia via m'avanza, spazio.

      SONETTO CXXIX.   (CLIX.)

      Navager mio, ch'a terra strana volto
Per giovar a la patria il mondo lassi,
Te piango: e piangon meco i liti, i sassi
E l'erbe, che per te crebber già molto.

      Tu le palme latine hai di man tolto
Ai nostri tutte, con sì fermi passi
Salisti 'l colle: or quando più vedrassi
Tanto valor in un petto raccolto?

      Grave duol certo; pur io mi consolo,
Ch'or ti diporti con quell'alme antiche,
Che tanto amasti, e teco è 'l buono e saggio

     SAVORGNAN, che contese alle nemiche
Schiere il suo monte, e fu d'alto coraggio,
E poco inannzi a te prese il suo volo.

        SONETTO CXXX.   (CLX.)

      Anime, tra cui spazia or la grande ombra
Del dotto NAVAGER, per sorte acerba
Di questo secol reo, che miete in erba
Tutti i suoi frutti, o li dispiega in ombra,

      Qual gioia voi della sua vista ingombra,
Tal noi preme dolor: poi sì superba
è stata morte, ch'i men degni serba,
E del maggior valor prima ne sgombra.

      Piacciavi dir, quando il nostro emispero
Diede agli Elisi più sì chiaro spirto;
Ed egli qual da voi riceve onore

      Raro dopo gli antichi: a questo Omero
Basciò la fronte e cinsela di mirto:
Virgilio parte seco i passi e l'ore.

        SONETTO CXXXI.   (CLXI.)

      Porto, che 'l piacer mio teco ne porti,
La vita e noi sì tosto abbandonando,
Che farò qui senza te lasso? e quando
Udirò cosa più, che mi conforti?

      Invidio te, che vedi i nostri torti
Dal tuo dritto sentier, già posti in bando
Gli umani affetti; e vo pur te chiamando
Beato e vivo, e noi miseri e morti.

      Deh che non mena il Sole omai quel giorno,
Ch'io renda la mia guardia, e torni al cielo,
Di tanti lumi in sì poche ore adorno?

      Nel qual, lasciato in terra il suo bel velo,
Fa con l'eterno Re colei soggiorno,
Onde ho la piaga, ch'ancor amo e celo.

     SONETTO CXXXII.   (CLXII.)

      Or hai de la sua gloria scosso Amore,
O morte acerba: or delle donne hai spento
L'alto Sol di virtute e d'ornamento,
E noi rivolti in tenebroso orrore.

      Deh perchè sì repente ogni valore,
Ogni bellezza inseme hai sparso al vento?
Ben potei tu de l'altre ancider cento,
E lei non torre a più maturo onore.

      Fornito hai, bella donna, il tuo viaggio:
E torni al ciel con giovenetto piede,
Lasciando in terra la tua spoglia verde.

      Ben si può dir omai, che poca fede
Ne serva il mondo, e come strale, o raggio,
A pena spunta un ben, che si disperde.

    SONETTO CXXXIII.   (CLXIII.)

      Ov'è, mia bella, e cara, e fida scorta,
L'usata tua pietà, che sol mi lassi
Al cammin duro, ai perigliosi passi,
Da me cotanto dilungata e torta?

      Vedi l'alma, che trema e si sconforta
Per lo tuo dipartire, e 'n prova stassi
D'abbandonarmi; e sfida i membri lassi,
Per seguir te, qual viva, or così morta.

      Ben le dice mio cor, chi t'assecura?
E forse a lei sua pace turberai,
Che di nostra salute in cielo ha cura .

      Ella, che fo più qui? risponde: mai
Sostegno tale, e ben tanto, e ventura
Perdè null'altra: e tu misero il sai.

    SONETTO CXXXIV.   (CLXIV.)

      L'alto mio dal Signor tesoro eletto
De' suoi gemmai più ricchi, e con più cura,
Quella, che nè giudicio, nè misura
Usa nel tor, m'ha tolto, ond'io l'aspetto.

      Che sì mendica e piena di sospetto
È rimasa quest'alma e 'n così dura
Vita, ch'assai le fora a gran ventura
Cenere farsi omai del suo ricetto:

      Tal che leggera e di quel nodo sciolta
Potesse tanto in su levarsi a volo,
Che si posasse a piè de la sua donna.

      O per me chiaro, e lieto, e dolce solo
Quel dì, nè può tardar, s'ella m'ascolta,
Che squarcerà questa povera gonna.

     SONETTO CXXXV.   (CLXV.)

      Quando, forse per dar loco a le stelle,
Il Sol si parte, e 'l nostro cielo imbruna,
Spargendosi di lor, ch'ad una ad una,
A diece, a cento escon fuor chiare e belle;

      I penso e parlo meco, in qual di quelle
Ora splende colei, cui par alcuna
Non fu mai sotto 'l cerchio della Luna;
Benché di Laura il mondo assai favelle?

      In questa piango, e poi ch'al mio riposo
Torno, più largo fiume gli occhi miei,
E l'imagine sua l'alma riempie

      Trista: la qual mirando fiso in lei
Le dice quel, ch'io poi ridir non oso:
O notti amare, o Parche ingiuste ed empie!

    SONETTO CXXXVI.   (CLXVI.)

      Tosto che la bell'alba solo e mesto
Titon lasciando a noi conduce il giorno;
E ch'io mi sveglio, e rimirando intorno
Non veggo 'l Sol, che suol tenermi desto;

        Di dolor, e di panni mi rivesto:
E sospirando il bel dolce soggiorno,
Che 'l ciel m'ha tolto, a lagrimar ritorno:
La luce ingrata, e 'l viver m'è molesto.

      Talor vengo agl'inchiostri, e parte noto
Le mie sventure; ma 'l più celo e serbo
Nel cor: che nullo stile è che le spieghi.

      Talor pien d'ira e di speranze voto,
Chiamo, chi del mortal mi scinga e sleghi:
O giorni tenebrosi, o fato acerbo!

      SONETTO CXXXVII.   (CLXVII.)

      S'al vostro amor ben fermo non s'appoggia
Mio cor, che ad ogni obbietto par che adombre,
Pregate lei, che ne' begli occhi alloggia,
Che di sì dura vita omai mi sgombre.

      Non sempre alto dolor, che l'alma ingombre,
Scema per consolar, ma talor poggia:
Come lumi del ciel per notturne ombre:
Come di foco in calce esca per pioggia.

      Morte m'ha tolto a la mia dolce usanza:
Or ho tutt'altro e più me stesso a noia,
Anzi a disdegno, e sol pianger m'avanza.

      COSMO, chi visse un tempo in pace e 'n gioia,
Poi vive in guerra e 'n pene, e più speranza
Non ha di ritornar, qual fu; si moia.

    SONETTO CXXXVIII.   (CLXVIII.)

      Ben devrebbe Madonna a sé chiamarmi
Su nel beato e lieto asilo eterno;
E 'n questo pien di noia e pene inferno
Vita mortale omai più non lasciarmi:

      Ché non è sotto 'l Sol ben da quetarmi,
Sì gli ho tutti col mondo inseme a scherno:
Nè può conforto al grave affanno interno,
Sendo di fuor chiusa ogni via, passarmi.

      Ma s'ella il nodo a l'alma non discioglie,
Vedendo me di tacito e contento
Volto a sì triste e lamentose tempre;

      E per sé non m'ancide, e quinci toglie
Il duol, che del suo ratto sparir sento;
Soranzo, i piango, e son per pianger sempre.

     SONETTO CXXXIX.   (CLXIX.)

      Donna, che fosti oriental Fenice
Tra l'altre donne, mentre il mondo t'ebbe,
E poi che d'abitar fra noi t'increbbe,
Angel salisti al ciel novo e felice;

      L'alta beltà del nostro amor radice
Col senno, ond'ei tanto si stese e crebbe,
Vento fatal sì tosto non devrebbe
Aver divelta, l'un penser mi dice,

      Per cui d'amaro pianto il cor si bagna;
Ma l'altro ad or ad or con tai parole
Prova quetarmi; a che ti struggi, o cieco?

      Non era degno di sì chiaro Sole
Occhio di mortal vista; or Dio l'ha seco,
Dal cui voler uom pio non si scompagna.

     SONETTO CXL.   (CLXX.)

      Deh, perché inanzi a me te ne se' gita,
Se tanto dopo me fra noi venisti?
Od io non me n'andai, quando partisti,
Teco? e tempo era ben d'uscir di vita.

      Porgimi almen or tu dal cielo aita,
Ch'io chiuda questi dì sì neri e tristi,
Mostrandomi la via, per cui salisti
Al ben nato conciglio, alma e gradita.

      Mentre i duo poli e 'l lucido Orione
Ti stai mirando, che tra lor si spazia,
Più giù qui, dov'io piango, e me risguarda:

      E per Giesù, ch'al mondo oggi fe' grazia
Di se nascendo, a trarmi di pregione
E guidar costa su, non esser tarda.

      SONETTO CXLI.   (CLXXI.)

      S'Amor m'avesse detto: ohimè, da morte
Fieno i begli occhi prima di te spenti;
Avrei di lor con disusati accenti
Rime dettato, e più spesse e più scorte,

      Per mio sostegno in questa dura sorte,
E perché le ben chiare ed apparenti
Note rendesser le lontane genti
De l'alma lor divina luce accorte:

      Ché già sarebbe oltre l'Ibero, e 'l Gange,
La Tana, e 'l Nilo intesa, e divulgato,
Com'io solfo a quei raggi ed esca fui.

      Or, poi ch'altro che pianger non m'è dato,
Piango pur sempre, e son; tanto duol m'ange;
Nè di me stesso ad uopo, nè d'altrui.

    SONETTO CXLII.   (CLXXII.)

      Un anno intero s'è girato a punto,
Che 'l mondo cadde del suo primo onore,
Morta lei, ch'era il fior d'ogni valore
Col fior d'ogni bellezza inseme aggiunto.

      Come a sì mesto e lagrimoso punto
Non ti divelli e schianti, afflitto core,
Se ti rimembra, ch'a le tredici ore
Del sesto dì d'agosto il Sole è giunto?

      In questa uscìo de la sua bella spoglia
Nel mille cinquecento e trentacinque
L'anima saggia, ed io cangiando il pelo

      Non so però cangiar pensieri e voglia,
Ch'omai s'affretti l'altra e s'appropinque,
Ch'io parta quinci, e la rivegga in cielo.

    SONETTO CXLIII.   (CLXXIII.)

      Quella per cui chiaramente alsi ed arsi
Undici ed undici anni, al ciel salita,
Ha me lasciato in angosciosa vita:
O guadagni del mondo incerti e scarsi!

      Che s'uom sotto le stelle ha da lagnarsi
Di suo gran danno, e di mortal ferita;
I son colui, ch'a morte cheggio aita;
Nè fine altronde al mio dolor può darsi.

      Ben la scorgo io sin di là su talora,
D'amor e di pietate accesa il ciglio
Dirmi: tu pur qui sarai meco ancora:

      Ond'io mi riconforto, ed in quell'ora
Di volger l'alma al ciel prendo consiglio:
Poi torna il pianto tristo, che m'accora.

    SONETTO CXLIV.   (CLXXIV.)

      Era Madonna al cerchio di sua vita
Trigesimo ed ottavo, quando morte
La spogliò del bel velo eletto in sorte
A vestir alma sì dal ciel gradita.

      Perché, crudeli Parche, ancora unita
Mente a trar me del mio non foste accorte?
Cosa non ho, ch'altro che duol m'apporte:
Col suo piè freddo ogni mia festa è gita.

      Qual alga in mar, che quinci e quindi l'onde
Sospingan, vivo; o qual abete in cima
D'altissim'alpe, all'austro, al borea segno.

      Se quei pur vive, ch'assai lieto in prima,
Perde poi la sua guida e 'l suo sostegno,
E sempre chiama, e nessun mai risponde.

      SONETTO CXLV.   (CLXXV.)

      Che mi giova mirar donne e donzelle,
E prati e selve e rivi, e 'l bel governo,
Che fa del mondo il buon motore eterno,
Mar, terra, cielo, e vaghe, o ferme stelle?

      Spenta colei, ch'un sol fu tra le belle
E tra le sagge, or è mio nembo interno:
Forme d'orror mi sembra quant'io scerno:
Esser cieco vorrei per non vedelle.

      Ch'i' non so volger gli occhi a parte, ov'io
Non scorga lei fra molte meste, o lasso,
Chiuder morendo le sue luci sante.

      Ond'io viver non curo, anzi desio
Di girle dietro con veloce passo:
Ed era me', ch'i' le fossi ito avante.

   CANZONE XXIX.   (CLXXVI.)

      Donna, de' cui begli occhi alto diletto
Trasser i miei gran tempo, e lieto vissi,
Mentre a te non dispiacque esser fra noi,
Se vedi, che quant'io parlai nè scrissi,
Non è stato se non doglia e sospetto
Dopo il quinci sparir dei raggi tuoi,
Impetra dal Signor, non più ne' suoi
Lacci mi stringa il mondo, e possa l'alma,
Che devea gir inanzi, omai seguirti.
Tu godi, assisa tra' beati spirti,
Della tua gran virtute, e chiara ed alma
Senti, e felice dirti:
Io senza te rimaso in questo inferno,
Sembro nave in gran mar senza governo:
E vò là dove il calle, e 'l piè m'invita,
La tua morte piangendo, e la mia vita.

      Sì come più di me nessuno in terra
Visse de' suoi pensier pago e contento,
Te qui tenendo la divina cura;
Così cordoglio equale a quel, ch'io sento,
Non è, nè credo ch'esser possa: e guerra
Non fè giamai sì dispietata e dura
La spada, che suoi colpi non misura,
Quanto or a me, che 'n un sol chiuder d'occhi
Le mie vive speranze ha tutte estinto:
Ond'io son ben in guisa oppresso e vinto,
Che pur che 'l cor di lagrime trabocchi,
Mentre d'intorno cinto
Sarò de la caduca e frale spoglia,
Altro non cerco: o quando fia che voglia
Di vita il Re celeste e pio levarmi?
Prega 'l tu, Santa, e così poi quetarmi.

      Avea per sua vaghezza teso Amore
Un'alta rete a mezzo del mio corso,
D'oro e di perle, e di rubin contesta,
Che veduta al più fero e rigid'orso
Umiliava e 'nteneriva il core
E quetava ogni nembo, ogni tempesta;
Questa lieto mi prese, e poscia in festa
Tenne molt'anni: or l'ha sparsa e disciolta,
Per far me sempre tristo, acerba sorte.
Ahi cieca, sorda, avara, invida morte;
Dunque hai di me la parte maggior tolta,
E l'altra sprezzi? O forte
Tenor di stelle, o già mia speme, quanto
Meglio m'era il morir, che 'l viver tanto!
Deh non mi lasciar qui più lungo spazio;
Ch'io son di sostenermi stanco e sazio.

      Sovra le notti mie fur chiaro lume
E nel dubbio sentier fidata scorta
I tuoi begli occhi, e le dolci parole.
Or, lasso, che ti se' oscurata e torta
Tanto da me, convien ch'io mi consume
Senza i soavi accenti e 'l puro Sole:
Nè so cosa mirar, che mi console,
O voce udir, che 'l cor dolente appaghi
Nè mica in questo lamentoso albergo,
Lo qual dì e notte, pur di pianto aspergo,
Chiedendo che si volga e me rimpiaghi
Morte, nè più da tergo
Lasci, e m'ancida col suo stral secondo;
Poichè col primo ha impoverito il mondo,
Toltane te, per cui la nostra etade
Sì ricca fu di senno e di beltade.

      Avess'io almen penna più ferma, o stile
Possente agli altri secoli di mille
De le tue lode farne passar una;
Che già di leggiadrissime faville
S'accenderebbe ogni anima gentile:
E io mi dorrei men di mia fortuna,
E men di morte, in aspettando alcuna
Vendetta contra lei da le mie rime.
E per chieder ancora, o se 'l mio inchiostro,
Mantova e Smirna, s'avanzasse al vostro
Tanto, che non pur lei la più sublime
In questo basso chiostro,
Ma tal là su facesse opra, che 'l cielo
La sforzasse a tornar nel suo bel velo:
Perché non fosse uom poi così beato,
Con ch'io cangiassi il mio gioioso stato.

      Se tu stessa, Canzone,
Di quel vedermi lieto mai non credi,
Che più vo desiando; a pianger riedi,
E dì, del pianto molle, ovunque arrive,
Madonna è morta, e quel misero vive.

    SONETTO CXLVI.   (CLXXVII.)

      O Sol, di cui questo bel sole è raggio,
Sol, per lo qual visibilmente splendi,
Se sovra l'opre tue qua giù ti stendi;
Riluci a me, che speme altra non aggio.

      Da l'alma, ch'a te fa verace omaggio
Dopo tanti e sì gravi suoi dispendi,
Sgombra l'antiche nebbie, e tal la rendi,
Che più dal mondo non riceva oltraggio.

      Omai la scorga il tuo celeste lume:
E se già mortal fiamma, e poca l'arse;
All'eterna ed immensa or si consume

      Tanto, che le sue colpe in caldo fiume
Di pianto lavi, e monda, da levarse
E rivolar a te vesta le piume.

SONETTO CXLVII.   (CLXXVIII.)

      Se già ne l'età mia più verde e calda
Offesi te ben mille e mille volte,
E le sue doti l'alma ardita e balda
Da te donate, ha contra te rivolte;

      Or che m'ha 'l verno in fredda e bianca falda
Di neve il mento e queste chiome involte,
Mi dona, ond'io con piena fede e salda
Padre t'onori, e le tue voci ascolte.

      Non membrar le mie colpe, e poi ch'addietro
Tornar non ponno i mal passati tempi,
Reggi tu del cammin quel, che m'avanza:

      E sì 'l mio cor del tuo desio riempi,
Che quella, che 'n te sempre ebbi, speranza,
Quantunque peccator, non sia di vetro.

CANZONE XXX.   (CLXXIX.)

      Signor, quella pietà, che ti constrinse
Morendo far del nostro fallo ammenda,
Da l'ira tua ne copra e ne difenda.

      Vedi, Padre cortese,
L'alto visco mondan com'è tenace,
E le reti, che tese
Ne son dall'avversario empio e fallace,
Quanto hanno intorno a se di quel che piace.
Però s'aven, che spesso uom se ne prenda,
Questo talor pietoso a noi ti renda.

      Non si nega, Signore,
Che 'l peccar nostro senza fin non sia.
Ma se non fosse errore;
Campo da usar la tua pietà natia
Non avresti: la qual perché non stia
In oscuro, e quanta è fra noi, s'intenda,
Men grave esser ti dee, ch'altri t'offenda.

      Tu, Padre, ne mandasti
In questo mar, e tu ne scorgi a porto:
E se molto ne amasti,
Allor che 'l mondo t'ebbe vivo e morto;
Amane a questo tempo: e 'l nostro torto
La tua pietosa man non ne sospenda;
Ma grazia sopra noi larga discenda.


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Edizione telematica  a cura di: Giuseppe Bonghi, 1999
Revisione, Edizione HTML e impaginazione a cura di: Giuseppe Bonghi, Aprile 1999
Tratto da: Rime di Pietro Bembo, corrette, illustrate ed accresciute con le annotazioni di Anton-Federico Seghezzi, e la vita dell'autore novellamente rifatta sopra quella di Monsig. Lodovico Beccatelli. Edizione seconda - In Bergamo )(  MDCCLIII appresso Pietro Lancellotti Con Licenza de' Superiori

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Ultimo aggiornamento: 02 maggio, 1999