Pietro  Bembo

Rime

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[CXI-CLV]

      SONETTO   LXXXV.  (CXI.)

      Sento l'odor da lunge, e 'l fresco e l'ora
Dei verdi campi, ove colei soggiorna,
Che co' begli occhi suoi le selve adorna
Di fronde, e con le piante l'erba infiora.

      Sorgi dall'onde avanti all'usat'ora
Dimane, o Sole, e ratto a noi ritorna,
Ch'io possa il Sol, che le mie notti aggiorna,
Veder più tosto, e tu medesmo ancora.

      Ché sai tra quanto scaldi e quanto giri,
Beltade e leggiadria sì nova e tanta,
Perdonimi qualunque altra, non miri.

      E se qual alma quel bel velo amanta
Ancor sapessi, e quanto alti desiri;
L'inchineresti come cosa santa.

       CANZONE XXV. (CXII.)

      Nè le dolci aure estive,
Nè 'l vago mormorar d'onda marina,
Nè tra fiorite rive
Donna passar leggiadra e pellegrina,
Fur giammai medicina,
Che sanase pensero infernio e grave;
Ch'io non gli aggia, per nulla
Di quel piacer, che dentro mi trastulla
L'anima, di cui tene Amor la chiave:
Sì è dolce e oave.

            SONETTO LXXXVI. (CXIII.)

      Ombre, in cui spesso il mio Sol vibra e spiega
Suoi raggi, e talor parla, e talor ride;
E dolcemente me da me divide;
E i vaghi e lievi spirti prende e lega;

      Mentre venir tra voi non mi si niega,
Non curo, Amor se m'arde, o se m'ancide:
Che 'n queste chiuse valli e sole e fide
Ogni mia pena, e morte ben s impiega.

      Sento una voce fuor dei verdi rami
Dir, sì leggiadra donna, e sì gentile
Esser non può, che non gradisca ed ami.

      Onde 'l superno Re devoto umile
Prego, non tosto in ciel la si richiami:
Ch'io farei cieco, e 'l mondo oscuro e vile.

         SONETTO LXXXVII. (CXIV.)

     Fiume, onde armato il mio buon vicin bebbe,
Quando del gorgo e de la destra riva
Fugò lo stuol di Sparta, che veniva
Di quel cercando, che trovar gl'increbbe;

      Qual ti fè dono e quant'onor t'accrebbe
Quel dì, che 'l corso tuo leggiadra e schiva
Vincea Madonna, e 'n contro a te saliva
Co 'l Sol, ch'a lei mirando invidia n'ebbe:

      E d'un oscuro nembo ricoperse
La ricca navicella d'ogn'intorno,
Che di ventosa pioggia la consperse.

      Ma poi, come temesse infamia e scorno
Di tal vendetta, il ciel turbato aperse,
Rendendo a Teti chiaro e puro il giorno.

     SONETTO LXXXVIII. (CXV.)

     Se voi sapete, che 'l morir ne doglia,
Però che da noi stessi ne diparte,
Sapete ond'è, che, quand'io sto in disparte
Di Madonna, mi preme ultima doglia.

      Ella è l'alma di me, ch'ogni sua voglia
Ne fa, siccome donna in serva parte:
Io, che lei seguo, in altro non ho parte,
Che 'n questa grave, e frale, e nuda spoglia.

      E poi che non pote uom senza lo spirto
Tenersi in vita, ognor ch'io le son lunge,
Morte m'assale, ond'i' m'agghiaccio e torpo.

      Vero è, ch'un crin di lei negletto ed irto
Ch'io miri, o l'ombra pur del suo bel corpo,
Trifon mio caro, a me mi ricongiunge.

  SONETTO LXXXIX.   (CXVI.)

      Molza, che fa la donna tua, che tanto
Ti piacque oltra misura? e fu ben degno,
Poi che sì chiaro e sì felice ingegno
Veste di sì leggiadro e sì bel manto.

      Tienti ella per costume in doglia e pianto
Mai sempre, onde ti sia la vita a sdegno?
O pur talor ti mostra un picciol segno,
Che le 'ncresca del tuo languir cotanto?

      Che detta il mio Collega, il qual n'ha mostro
Col suo dir grave e pien d'antica usanza,
Sì come a quel d'Arpin si può gir presso?

      Che scrivi tu, del cui purgato inchiostro
Già l'uno e l'altro stil molto s'avanza?
Star neghittoso a te non è concesso.

         SONETTO XC.   (CXVII.)

      Se la più dura quercia, che l'Alpe aggia,
V'avesse partorita, e le più infeste
Tigri Ircane nodrita; anco devreste
Non essermi sì fera e sì selvaggia.

      Lasso, ben fu poco avveduta e saggia
L'alma, che di riposo in sì moleste
Cure si pose, e le mie vele preste
Girò dal porto a tempestosa piaggia.

      Altro da indi in qua, che pene e guai,
Non fu meco un sol giorno, ed onta e strazio
E lagrime, che 'l cor profondo invia.

      Nè sarà per innanzi, e se pur fia,
Non fia per tempo: ch'i son, Donna, omai
Di viver, non che d'altro, stanco e sazio.

     SONETTO XCI.   (CXVIII.)

      Per far tosto di me polvere ed ombra,
Non v'hann'uopo erbe, Donna, in Ponto colte:
Tenete pur le luci in se raccolte,
Mostrandovi d'amor e pietà sgombra.

      L'alma, cui grave duol dì e notte ingombra,
Non par omai, che più conforto ascolte,
Misera: e le speranze vane e stolte
Del cor già stanco in aspettando sgombra.

      Breve spazio, che dure il vostro orgoglio,
Avrà fin la mia vita: e non men pento:
Non viver pria, che sempre languir voglio.

      Morte, che tronca lungo aspro tormento,
È riposo, e chiunque a suo cordoglio
Si toglie per morir, moia contento.

          SONETTO XCII.   (CXIX.)

      Sì levemente in ramo alpino fronda
Non è mossa dal vento, o spica molle
In colto e verde poggio, o nebbia in colle,
O vaga nel ciel nube, e nel mar onda;

      Come sotto bel velo e treccia bionda
In picciol tempo un cor si dona e tolle;
E disvorrà quel che più ch'altro volle:
E di speranze e di sospetti abonda.

      Gela, suda, chier pace, e move guerra:
Nostra pena, Signor, che noi legasti
A così grave e duro giogo in terra.

      Se non che sofferenza ne donasti:
Con la qual chi le porte al dolor serra,
Pur vive, e par che prova altra non basti.

        SONETTO XCIII.    (CXX.)

      Tanto è ch'assenzo e fele e rodo e suggo,
Ch'omai di lor mi pasco e mi nodrisco,
E son sì avezzo al foco, ond'io mi struggo,
Che volontariamente ardo e languisco.

      E se del carcer tuo pur talor fuggo
Per fuggir da la morte, e tanto ardisco,
Tosto ne piango ed a pregion rifuggo,
Amor, più dura, in pena del mio risco.

      E fo come augellin, che si fatica
Per uscir della rete, ov'egli è colto;
Ma quanto più si scuote, e più s'intrica.

      Tal fu mia stella il dì, che nel bel volto
Mirai primier dell'aspra mia nemica,
Ch'a me tutt'altro, e più me stesso ha tolto.

        CANZONE XXVI. (CXXI.)

      Poscia che 'l mio destin fallace ed empio
Nei dolci lumi dell'altrui pietade
Le mie speranze acerbamente ha spento;
Di pena in pena, e d'uno in altro scempio
Menando i giorni, e per aspre contrade
Morte chiamando a passo infermo e lento,
Nebbia e polvere al vento
Son fatto, e sotto 'l Sol falda di neve;
Ch'un volto segue l'alma, ov'ella il fugge;
E un penser la strugge
Cocente sì, ch'ogni altro danno è leve:
E gli occhi, che già fur di mirar vaghi,
Piangono e questo sol par che gli appaghi.

      Or che mia stella più non m'assicura,
Scorgo le membra via di passo in passo
Per cammin duro e 'n penser tristo e rio:
Ch'io dico pien d'error e di paura,
Ove ne vo, dolente? e che pur lasso?
Chi mi t'invidia, o mio sommo desio?.
Così dicendo un rio
Verso dal cor di dolorosa pioggia,
Che può far lacrimar le petre istesse;
E perché sian più spesse
L'angoscie mie, con disusata foggia,
U' che 'l piè movo, u' che la vista giro,
Altro che la mia donna unqua non miro.

      Co 'l piè pur meco, e co 'l cor con altrui
Vo camminando, e dell'eterna riva
Bagnando for per gli occhi ogni sentero,
Alor ch'i penso: ohimè, che son, che fui?
Del mio caro tesoro or chi mi priva;
E scorge in parte, onde tornar non spero?
Deh perché qui non pero,
Prima ch'io ne divenga più mendico?
Deh chi sì tosto di piacer mi spoglia,
Per vestirmi di doglia
Eternamente? ahi mondo, ahi mio nemico
Destin, a che mi trai, perché non sia
Vita dura mortal, quanto la mia?

      Ove men porta il calle o 'l piede errante,
Cerco sbramar piangendo, anzi ch'io moia,
Le luci, che desio d'altro non hanno:
E grido, o disaventuroso amante,
Or se' tu al fin della tua breve gioia,
E nel principio del tuo lungo affanno.
E gli occhi, che mi stanno
Come due stelle fissi in mezzo a l'alma;
E 'l viso, che pur dianzi era 'l mio Sole;
E gli atti e le parole,
Che mi sgombrâr del petto ogni altra salma;
Fan di pensieri al cor sì dura schiera,
Che meraviglia è ben, com'io non pera.

      Non pero già, ma non rimango vivo;
Anzi pur vivo al danno, alla speranza
Via più che morto d'ogni mia mercede.
Morto al diletto, a le mie pene vivo;
E, manco del gioir, nel duol s'avanza
Lo cor, ch'ognor più largo a pianger riede:
E pensa e ode e vede
Pur lei, che l'arse già sì dolcemente,
E or in tanto amaro lo distilla:
Né sol d'una favilla
Scema 'l gran foco de l'accesa mente:
E me fa gir gridando: o destin forte,
Come m'hai tu ben posto in dura sorte!

      Canzon, omai lo tronco ne ven meno,
Ma non la doglia che mi strugge e sforza;
Ond'io ne vergherò quest'altra scorza.

     CANZONE XXVII. (CXXII.)

     Lasso, ch'i fuggo e per fuggir non scampo,
Nè 'n parte levo la mia stanca vita
Del giogo, che la preme ovunque i vada:
E la memoria, di ch'io tutto avvampo,
A raddoppiar i miei dolor m'invita,
E testimon lasciarne ogni contrada.
Amor, se ciò t'aggrada,
Almen fa con Madonna, ch'ella il senta:
E là ne porta queste voci estreme,
Dove l'alta mia speme
Fu viva un tempo, ed or caduta e spenta
Tanto fa questo esilio acerbo e grave,
Quanto lo stato fu dolce e soave.

      S'in alpe odo passar l'aura fra 'l verde,
Sospiro e piango, e per pietà le cheggio,
Che faccia fede al ciel del mio dolore.
Se fonte in valle, o rio per cammin verde
Sento cader, con gli occhi miei vaneggio
A farne un del mio pianto via maggiore.
S'io miro in fronda o 'n fiore,
Veggio un, che dice: o tristo peregrino,
Lo tuo viver fiorito è secco e morto.
E pur nel pensier porto
Lei, che mi diè lo mio acerbo destino:
Ma quanto più pensando io ne vo seco,
Tanto più tormentando Amor ven meco.

       Ove raggio di Sol l'erba non tocchi,
Spesso m'assido, e più mi sono amici
D'ombrosa selva i più riposti orrori:
Ch'io fermo 'l penser vago in que' begli occhi,
Che  solean far miei dì lieti e felici,
Or gli empion di miserie e di dolori:
E perché più m'accori
L'ingordo error, a dir de' miei martiri
Vengo lor, com'io gli ho di giorno in giorno.
Poi quando a me ritorno,
Trovomi sì lontan da' miei desiri,
Ch'io resto, ahi lasso, quasi ombra sott'ombra;
Di sì vera pietate Amor m'ingombra.

      Qualor due fiere in solitaria piaggia
Girsen pascendo simplicette e snelle
Per l'erba verde scorgo di lontano;
Piangendo a lor comincio: o lieta e saggia
Vita d'amanti, a voi nemiche stelle
Non fan vostro sperar fallace e vano:
Un bosco, un monte, un piano,
Un piacer, un desio sempre vi tene.
Io da la donna mia quanto son lunge?
Deh, se pietà vi punge,
Date udienzia inseme a le mie pene.
E 'n tanto mi riscuoto e veggio espresso
Che per cercar altrui perdo me stesso.

      D'erma rivera i più deserti lidi
M'insegna Amor, lo mio avversario antico:
Che più s'allegra, dov'io più mi doglio.
Ivi 'l cor pregno in dolorosi stridi
Sfogo con l'onde, ed or d'un ombilico
E dell'arena li fo penna e foglio.
Indi per più cordoglio
Torno al bel viso, come pesce ad esca:
E con la mente in esso rimirando,
Temendo, e desiando,
Prego sovente che di me gl'incresca.
Poi mi risento, e dico: O penser casso,
Dov'è Madonna? e 'n questa piango e passo.

      Canzon, tu viverai con questo faggio
Appresso all'altra, e rimarrai con lei:
E meco ne verranno i dolor miei.

   SONETTO XCIV.   (CXXIII.)

      La nostra e di Giesù nemica gente,
Ch'or lieta, come fosse un picciol varco,
L'Istro passando, in parte ha l'odio scarco
Sovra quei, che la fer già sì dolente;

      Di cui trema il Tedesco, e 'n van si pente,
Ch'al ferro corse pigro, a l'oro parco;
E vede incontro a sé riteso l'arco,
C'ha Rodo e l'Ungheria piagate e spente;

      Tu, che ne sembri Dio, raffrena e doma
L'empio furor con la tua santa spada,
Sgombrando 'l mondo di sì grave oltraggio,

      E noi di tema, che non pera e cada
Sopra queste Lamagna, Italia, e Roma:
E direnti Clemente e forte e saggio.

     SONETTO XCV.    (CXXIV.)

      Da torvi agli occhi miei s'a voi diede ale
Fortuna ria, cui del mio bene increbbe;
Di levarmi al penser forza non ebbe,
Ch'è con voi sempre, al volar vostro equale.

      Questi vi mira, quanto sete e quale:
E se 'l poteste udir, vi conterebbe
Di me, degli altri vostri: e ne devrebbe
Valer, se vero amor suo pregio vale.

      Che poi che Pisa n'ha disciolti e privi
Di vostra compagnia, sem fatti quasi
Selve senz'ombra, o senza corso rivi.

      Pochi degli onor tuoi ti son rimasi,
Padova mia: che i più son translati ivi
Col buon Ridolfo nostro, onde fiorivi.

     SONETTO XCVI.    (CXXV.)

      Pon Febo mano a la tua nobil arte,
Ai sughi, all'erbe: e quel dolce soggiorno
De' miei pensier, cui piove entro e d'intorno
Quanta beltà fra mille il ciel comparte,

      Ch'or langue e va mancando a parte a parte,
Risana e serba: a te fia grave scorno,
Se così cara donna anz'il suo giorno
Dal mondo, ch'ella onora, si diparte.

      Torna co 'l chiaro sguardo, ch'è 'l mio Sole,
La guancia, che l'affanno ha scolorita,
A far seren, qual pria, delle vostre ugge.

      E sì darai tu scampo alla mia vita,
Che si consuma in lei, nè meco vvle
Sol un dì sovrastar, s'ella sen fugge.

   SONETTO XCVII.   (CXXVI.)

      Tenace e saldo, e non par, che m'aggrave,
è 'l nodo, onde mi strinse a voi la Parca,
Che fila il viver nostro; e ben è parca
Tutto lo stame far chiaro e soave.

      Che qual avinta dietro a ricca nave
Solca talor la sua picciola barca
L'Egeo turbato, e di par seco il varca,
E procella sostien noiosa e grave;

      Tal io; mentre fra via l'onde avvolgendo
Vi percosse repente aspra tempesta,
Passai quel mar con travagliato legno;

      Ma poi fortuna più non v'è molesta,
Corro sedato voi lieta seguendo,
Fatale e prezioso mio ritegno.

  SONETTO XCVIII.   (CXXVII.)

      Mentre navi, e cavalli, e schiere armate,
Che 'l ministro di Dio sì giustamente
Move a ripor la misera e dolente
Italia, e la sua Roma in libertate,

       Son cura de la vostra alta pietate,
Io vo, Signor, pensando assai sovente
Cose, ond'io queti un desiderio ardente
Di farmi conto a più d'un'altra etate.

      Dal vulgo intanto m'allontano, e celo
Là dov'io leggo e scrivo, e 'n bel soggiorno
Partendo l'ore fo picciol guadagno.

      Peso grave non ho dentro o d'intorno:
Cerco piacer a Lui, che regge il cielo:
Di duo mi lodo, e di nessun mi lagno.

     SONETTO XCIX.    (CXXVIII.)

      Arsi, Bernardo, in foco chiaro e lento
Molt'anni assai felice: e se 'l turbato
Regno d'Amor non ha felice stato,
Tennimi almen di lui pago e contento.

      Poi per dar le mie vele a miglior vento,
Quando lume del ciel mi s'è mostrato,
Scintomi del bel viso in sen portato,
Sparsi co 'l piè la fiamma, e non men pento.

      Ma l'imamgine sua dolente e schiva
M'è sempre innanzi, e preme il cor sì forte,
Ch'io son di Lete omai presso a la riva.

      S'io 'l varcherò; farai tu, che si scriva
Sovra 'l mio sasso, com'io venni a morte,
Togliendomi ad Amor, mentr'io fuggiva.

         SONETTO C.   (CXXIX.)

      Se delle mie ricchezze care e tante,
E sì guardate, ond'io buon tempo vissi
Di mia sorte contento, e meco dissi:
- Nessun vive di me più lieto amante;

      Io stesso mi disarmo: e queste piante
Avezze a gir per là, dov'io scoprissi
Quegli occhi vaghi, e l'armonia sentissi
Delle parole sì soavi e sante,

      Lungi da lei di mio voler sen vanno,
Lasso, chi mi darà, Bernardo, aita?
O chi m'acqueterà, quand'io m'affanno?

      Morrommi; e tu dirai, mia fine udita:
Questi, per non veder il suo gran danno,
Lasciata la sua donna, uscìo di vita.

         SONETTO CI.   (CXXX.)

      Signor, che parti e tempri gli elementi,
E 'l Sole e l'altre stelle e 'l mondo reggi,
Ed or col freno tuo santo correggi
Il lungo error de le mie voglie ardenti;

      Non lasciar la mia guardia, e non s'allenti
La tua pietà; perch'io tolto alle leggi
M'abbia d'Amor, e disturbato i seggi,
In ch'ei di me regnava, alti e lucenti.

      Ché, come audace lupo suol degli agni
Stretti nel chiuso lor, così costui
Ritenta far di me l'usata preda.

      Acciò pur dunque in danno i miei guadagni
Non torni, e 'l lume tuo spegner si creda;
Con fermo piè dipartirmi da lui.

        SONETTO CII.    (CXXXI.)

      Che gioverà da l'alma avere scosso
Con tanta pena il giogo, che la presse
Lunga stagion, s'Amor con quelle stesse
Funi il rilega, ed io fuggir non posso?

      Meglio era che lo strale, onde percosso
Fui da' begli occhi, ancor morto m'avesse:
Che fosse il braccio tuo, ch'allor mi resse,
Da me, superno Padre, unqua rimosso.

      Ma poi ch'errante e cieco mi guidasti,
Tu sentiero e Tu luce; ora ti degna
Voler, che ciò far vano altri non basti:

      E lei sì del tuo foco incendi e segna,
Che poggiando in desir leggiadri e casti
Rivoli a te, quando 'l suo dì ne vegna.

     SONETTO CIII.    (CXXXII.)

     Signor, che per giovar sei Giove detto,
E sempre offeso giammai non offendi,
Da quel folle tiranno or mi difendi,
Del qual fui cotant'anni sì suggetto.

      Se per donarmi a te chiaro disdetto
Ho fatto a lui, sovra 'l mio scampo intendi:
E perché 'l fallo mio tutto s'ammendi,
Co 'l tuo favor tranquilla il mio sospetto.

      Di riaprirsi Amor questo rinchiuso
Fianco, e raccender la sua fiamma spenta
Cerca: tu dammi, ond'ei resti deluso.

      Ché l'ardir suo conosco e l'antico uso:
E so come scacciato al cor s'avventa:
E dentro v'è, quando ne pare escluso.

     SONETTO CIV.    (CXXXIII.)

      Uscito fuor de la prigion trilustre
E deposto de l'alma il grave incarco,
Salir già mi parea, spedito e scarco
Per la strada d'onor montana illustre:

      Quand'ecco Amor, ch'al suo calle palustre
Mi richiama, e lusinga, e mostra il varco,
Nè di pregar, nè di turbar è parco,
Per rimenarmi alle lasciate lustre.

      Ond'io, Padre celeste, a te mi volgo:
Tu l'alta via m'apristi, e tu la sgombra
De le costui contra 'l mio gir insidie.

      Mentre da questa carne non mi sciolgo,
Scaccia da me sì col tuo Sole ogni ombra,
Che 'l bel preso cammin nulla m'invidie.

      SONETTO CV.    (CXXXIV.)

      Signor del ciel, s'alcun prego ti move,
Volgi a me gli occhi, questo solo, e poi,
S'io il vaglio, per pietà coi raggi tuoi
Porgi soccorso a l'alma e forze nove:

      Tal ch'Amor questa volta indarno prove
Tornarmi ai già disciolti lacci suoi:
Io chiamo te, ch'assecurar mi puoi:
Solo in te speme aver posta mi giove.

      Gran tempo fui sott'esso preso e morto:
Or poco, o molto a te libero viva,
E tu mi guida al fin tardi, o per tempo.

      Se m'ha falso piacer in mare scorto,
Vero di ciò dolor mi fermi a riva:
Non è da vaneggiar omai più tempo.

   SONETTO CVI.   (CXXXV.)

      O pria sì cara al ciel del mondo parte,
Che l'acqua cigne, e 'l sasso orrido serra:
O lieta sovra ogni altra, e dolce terra,
Che 'l superbo Appennin segna e diparte;

      Che giova omai, se 'l buon popol di Marte,
Ti lasciò del mar donna, e de la terra?
Le genti a te già serve or ti fan guerra,
E pongon man ne le tue trecce sparte.

      Lasso, nè manca de' tuoi figli ancora
Chi le più strane a te chiamando inseme
La spada sua nel tuo bel corpo adopre.

      Or son queste simili all'antiche opre?
O pur così pietate, e Dio s'onora?
Ahi secol duro, ahi tralignato seme!

    SONETTO CVII.   (CXXXVI.)

      Trifon, che 'n vece di ministri e servi,
Di loggie e marmi, e d'oro intesto e d'ostro,
Amate intorno elci frondose, e chiostro
Di lieti colli, erbe e ruscei vedervi,

      Ben deve il mondo in riverenza avervi,
Mirando al puro e franco animo vostro,
Contento pur di quel, che solo il nostro
Semplice stat,o e natural conservi.

      O alma, in cui riluce il casto e saggio
Secolo, quando Giove ancor non s'era
Contaminato del paterno oltraggio;

      Scendesti a far qua giù matino e sera:
Perché non sia tra noi spento ogni raggio
Di bel costume, e cortesia non pera.

    SONETTO CVIII.   (CXXXVII.)

     Quel dolce suon, per cui chiaro s'intende,
Quanto raggio del ciel in voi riluce,
Nel laccio, in ch'io già fui, mi riconduce
Dopo tant'anni, e preso a voi mi rende.

      Sento la bella man, che 'l nodo prende,
E strigne sì, che 'l fin de la mia luce
Mi s'avvicina: e chi di fuor traluce,
Nè rifugge da lei, nè si difende:

      Ch'ogni pena per voi gli sembra gioco,
E 'l morir vita: ond'io ringrazio Amore,
Che m'ebbe poco men fin dalle fasce,

      E 'l vostro ingegno, a cui lodar son roco,
E l'antico desio, che nel mio core,
Qual fior di primavera, apre e rinasce.

        SONETTO CIX.   (CXXXVIII.)

      Così mi renda il cor pago e contento
Di quel desio, ch'in lui più caldo porto,
E colmi voi di speme e di conforto
Lo ciel, quetando il vostro alto lamento:

      Com'io poco m'apprezzo, e talor pento
De le fatiche mie, che 'l dolce e scorto
Vostro stil tanto onora, e sommi accorto,
Ch'Amor in voi dritto giudicio ha spento.

      Ben son degni d'onor gl'inchiostri tutti,
Onde scrivete, e per le genti nostre
Ne va 'l grido maggior, che suon di squille.

      Però s'avven che 'n voi percota e giostre
L'empia fortuna; i sospir vostri e i lutti
Sì raro don di Clio scemi e tranquille.

   SONETTO CX.   (CXXXIX.)

      Cingi le costei tempie dell'amato
Da te già in volto umano arboscel, poi
Ch'ella sorvola i più leggiadri tuoi
Poeti col suo verso alto e purgato:

      E se 'n donna valor, bel petto armato
D'onestà, real sangue onorar vuoi;
Onora lei, cui par, Febo, non puoi
Veder qua giù, tanto dal ciel l'è dato.

      Felice lui, ch'è sol conforme obietto
All'ampio stile, e dal beato regno
Vede, Amor santo quanto pote e vale;

      E lei ben nata, che sì chiaro segno
Stampa del marital suo casto affetto,
E con gran passi a vera gloria sale.

          SONETTO CXI.   (CXL.)

      Alta Colonna, e ferma alle tempeste
Del ciel turbato, a cui chiaro onor fanno
Leggiadre membra avvolte in nero panno,
E pensier santi, e ragionar celeste,

      E rime sì soavi, e sì conteste,
Ch'all'età dopo noi solinghe andranno
E scherniransi del millesim'anno,
Già dolci e liete, ora pietose e meste:

      Quanti vi dier le stelle doni a prova,
Forse estimar si può, ma lingua o stile
Nel gran pelago lor guado non trova.

      Solo a sprezzar la vita, alma gentile
Desio di lui, che sparve, non vi muova:
Nè vi sia lo star nosco ingrato e vile.

        SONETTO CXII.   (CXLI.)

      Caro e sovran de l'età nostra onore,
Donna d'ogni virtute intero esempio,
Nel cui bel petto, come in sacro tempio,
Arde la fiamma del pudico amore;

      Se 'n ragionar del vostro alto valore
Scemo i suoi pregi, e 'l dever mio non empio;
Scusimi quel, ch'in lui scorgo e contempio,
Novitate e miracol via maggiore,

      Che da spiegar lo stile in versi o 'n rime;
Se non quel un, col quale al Signor vostro
Spento tessete eterne lode e prime.

      Rara pietà, con carte e con inchiostro
Sepolcro far, che 'l tempo mai non lime,
La sua Fedele al grande Avalo nostro.

    SONETTO CXIII.   (CXLII.)

      Carlo, dunque venite a le mie rime
Vago di celebrar la donna vostra,
Ch'al mondo cieco quasi un Sol si mostra
Di beltà, di valor chiaro e sublime?

      E non le vostre prose elette e prime,
Come gemma s'indora, o seta inostra,
Distendete a fregiarla: onde la nostra
E ciascun'altra età più l'ami e stime?

      A tal opra in disparte ora son volto,
Che per condurla più spedito a riva,
Ogni altro a me lavoro ho di man tolto.

      Voi, cui non arde il cor fiamma più viva,
Devete dir, omai di sì bel volto,
D'alma sì saggia, è ben ragion, ch'io scriva.

     SONETTO CXIV.   (CXLIII.)

      Girolamo, se 'l vostro alto Quirino,
Cui Roma spense i chiari e santi giorni,
Cercate pareggiar, sì che ne torni
Men grave quel protervo aspro destino;

      Perché la nobil turba, onde vicino
Mi sete, a gradir voi lenta soggiorni,
Nè v'apra a i desiati seggi adorni,
Alle civili palme anco il cammino,

      Non sospirate: il meritar gli onori
è vera gloria, che non pate oltraggio:
Gli altri son falsi e torbidi splendori

      Del men buon più sovente, e del men saggio,
Che sembran quasi al vento aperti fiori,
O fresca neve d'un bel Sole al raggio.

     SONETTO CXV.   (CXLIV.)

      Se col liquor che versa, non pur stilla,
Sì largo ingegno, spegner non potete
La nova doglia, onde pietoso ardete,
Perché v'infiammi usata empia favilla;

      Sperate nel Signor, che può tranquilla
Far d'ogni alma turbata: indi chiedete;
Tosto averrà, che lieto renderete
Grazie campato di Cariddi e Scilla.

      Tacquimi già molt'anni; e diedi al tempio
La mal cerata mia stridevol canna,
E volsi a l'opra, che lodate, il core.

      Così fan, che 'l desir vostro non empio,
Oblio de l'arte, e quei, che più m'affanna
Ch'adorne lui, del mio bel nido Amore.

      SONETTO CXVI.   (CXLV.)

      Varchi, le vostre pure carte, e belle,
Che vergate talor per onorarmi,
Più che metalli di Mirone, e marmi
Di Fidia mi son care, e stil d'Apelle.

      Ché se già non potranno e queste e quelle
Mie prose, cura di molt'anni, o carmi,
Nel tempo, che verrà, lontano farmi,
Eterna fama spero aver con elle.

      Ma dove drizzan ora i caldi rai
Dell'ardente dottrina, e studio loro
I duo miglior, Vittorio e Ruscellai?

      Questi, e 'l vostro Ugolin, cui debbo assai,
Mi salutate: o fortunato coro,
Fiorenza e tu, che nel bel cerchio l'hai.

        SONETTO CXVII.   (CXLVI.)

      Donna, cui nulla è par bella nè saggia,
Nè sarà, credo, e non fu certo avante;
Degna, ch'ogni alto stil vi lodi e cante
E 'l mondo tutto in reverenzia v'aggia;

      Voi per questa vital fallace piaggia
Peregrinando a passo non errante,
Coi dolci lumi e con le voci sante
Fate gentil d'ogni anima selvaggia.

      Grazie del ciel, via più ch'altri non crede,
Piover in terra, scopre chi vi mira,
E ferma al suon de le parole il piede.

      Tra quanto il Sol riscalda e quanto gira,
Miracolo maggior non s'ode e vede:
O fortunato chi per voi sospira!

    SONETTO CXVIII.   (CXLVII.)

      Se stata foste voi nel colle Ideo
Tra le Dive, che Pari a mirar ebbe,
Venere gita lieta non sarebbe
Del pregio, per cui Troia arse e cadeo.

      E se 'l mondo v'avea con quei, che feo
L'opra leggiadra, ond'Arno e Sorga crebbe,
Et egli a voi lo stil girato avrebbe,
Ch'eterna vita dar altrui poteo.

      Or sete giunta tardo alle mie rime,
Povera vena e suono umile, a lato
Beltà sì ricca, e 'ngegno sì sublime.

      Tacer devrei: ma chi nel manco lato
Mi sta, la man sì dolce al core imprime,
Che per membrar del vostro obblio 'l mio stato.

   SONETTO CXIX.   (CXLVIII.)

     Sì divina beltà Madonna onora,
Ch'avanza ogni ventura il veder lei:
Ben è tre volte fortunato, e sei,
Cui quel Sol vivo abbaglia e discolora.

      E s'io potessi in lui mirar, qual ora
Di rivederlo braman gli occhi miei,
Per poco sol, non pur quant'io vorrei,
Questa mia vita a pien beata fora.

      Ché da ciascun suo raggio in un momento
Sì pura gioia per le luci passa
Nel cor profondo, e con sì dolce affetto,

      Ch'a parole contarsi altrui non lassa:
Nè posso anco ben dir, quanto diletto
Sol in pensar de la mia donna sento.

     SONETTO CXX.   (CXLIX.)

      Se mai ti piacque, Apollo, non indegno
Del tuo divin soccorso in tempo farmi;
Detta ora sì felici e lieti carmi,
Sì dolci rime a questo stanco ingegno;

      Che 'n ragionar del caro almo sostegno
Della fral vita mia possa quetarmi:
Le cui lode, e scemar del vero parmi,
Foran al Mantovan troppo alto segno:

      La donna, che qual sia tra saggia e bella
Maggior non può ben dirsi, e sola agguaglia,
Quanti fur del ciel doni unqua fra noi:

      Ch'io tanto onorar bramo; e se forse ella
Non ave onde gradirmi; almen mi vaglia,
Ch'io vivo pur del Sol degli occhi suoi.

        SONETTO CXXI.   (CL.)

      Se in me, Quirina, da lodar in carte
Vostro valor e vostra alma bellezza
Fosser pari al desio l'ingegno e l'arte;
Sormonterei qual più nel dir s'apprezza:

      E Smirna, e Tebe, e i duo, ch'ebber vaghezza
Di cantar Mecenate, minor parte
Avrian del grido: e fora in quella altezza
Lo stil mio, ch'è in voi l'una e l'altra parte.

      Nè sì viva riluce all'età nostra
La Galla espressa dal suo nobil Tosco,
Tal che sen duol Lucrezia e l'altre prime;

      Che non più chiara assai, per entro 'l fosco
De la futura età, con le mie rime
Gisse la vera e dolce immagin vostra.

         SONETTO CXXII.   (CLI.)

      Quella, che co' begli occhi par, che 'nvoglie
Amor, di vili affetti, e penser casso,
E fa me spesso quasi freddo sasso,
Mentre lo spirto in care voci scioglie;

      Del cui ciglio in governo le mie voglie,
Ad una ad una, e la mia vita lasso,
La via di gir al ciel con fermo passo
M'insegna, e 'n tutto al vulgo mi ritoglie.

      Legga le dotte ed onorate carte,
Chi ciò brama: e per farsi al poggiar ale,
Con lungo studio apprenda ogni bell'arte.

      Ch'io spero alzarmi, ove uom per se non sale,
Scorto dai dolci amati lumi, e parte
Dal suono a l'armonie celesti equale.

        SONETTO CXXIII.   (CLII.)

      Giovio, che i tempi e l'opre raccogliete
Del faticoso e duro secol nostro
In così puro e sì lodato inchiostro,
Che chiaro eternamente viverete;

      Perché lo stile omai non rivolgete
A questa, novo in terra, e dolce mostro,
Donna gentil, che non di perle e d'ostro,
Ma sol d'onor e di virtute ha sete?

      Questa risplenderà, come bel Sole,
Fra gli altri lumi de le vostre carte,
E le rendrà via più gradite e sole.

      Quest'una ha inseme, quanto a parte a parte
Dar a mille ben nate a pena suole,
Di beltà, di valor, natura ed arte.

     SONETTO CXXIV.   (CLIII.)

      Signor, poi che fortuna in adorarvi,
Quant'ella possa, chiaramente ha mostro,
Vogliate al poggio del valor col vostro
Giovenetto pensero e studio alzarvi.

      Ratto ogni lingua, se ciò fia, lodarvi
Udrete, e sacreravvi il secol nostro
Tutto 'l suo puro e non caduco inchiostro,
Per onorato e sempiterno farvi.

      Ambe le chiavi del celeste regno
Volge l'avolo vostro, e Roma affrena
Con la sua gran virtù, che ne 'l fè degno.

      La vita più gradita e più serena
Ne dà virtute, caro del ciel pegno:
Di vile e di turbato ogni altra è piena.

         SONETTO CXXV.   (CLIV.)

      Se qual è dentro in me, chi lodar brama,
Signor mio caro, il vostro alto valore,
Tal potesse mostrarsi a voi di fore,
Quando a rime dettarvi Amore il chiama,

      Ovunque vero pregio e virtù s'ama,
S'inchinerebbe il mondo a farvi onore,
Securo dall'oblio delle tarde ore,
Se posson dar gl'inchiostri eterna fama.

      Nè men di quel, che santamente adopra
Il maggior padre vostro, andrei cantando;
Ma poi mi nega il ciel sì leggiadra opra.

      S'appagherà tacendo ed adorando
Mio cor, infin che terra il suo vel copra:
Non poca parte uom di se dona amando.

       SONETTO CXXVI.   (CLV.)

      Casa, in cui le virtuti han chiaro albergo,
E pura fede e vera cortesia,
E lo stil, che d'Arpin sì dolce uscia,
Risorge, e i dopo sorti lascia a tergo;

      S'io movo per lodarvi, e carte vergo,
Presontuoso il mio penser non sia:
Ché mentre e' viene a voi per tanta via,
Nel vostro gran valor m'affino e tergo.

      E forse ancora un amoroso ingegno,
Ciò leggendo, dirà: più felici alme
Di queste il tempo lor certo non ebbe.

      Due Città senza pari, e belle ed alme
Le dier al mondo, e Roma tenne e crebbe:
Qual può coppia sperar destin più degno?


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Edizione telematica  a cura di: Giuseppe Bonghi, 1999
Revisione, Edizione HTML e impaginazione a cura di: Giuseppe Bonghi, Aprile 1999
Tratto da: Rime di Pietro Bembo, corrette, illustrate ed accresciute con le annotazioni di Anton-Federico Seghezzi, e la vita dell'autore novellamente rifatta sopra quella di Monsig. Lodovico Beccatelli. Edizione seconda - In Bergamo )(  MDCCLIII appresso Pietro Lancellotti Con Licenza de' Superiori

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Ultimo aggiornamento: 02 maggio, 1999