Il razzismo degli italiani
Ogni tanto sui
giornali si riaccende la discussione sul razzismo degli italiani. Le ronde
padane, gli episodi di piccola e grande criminalità, i fischi e i cori
negli stadi contro i calciatori di colore costituiscono spesso il pretesto
di accese polemiche circa la nostra capacità di accogliere chi è di
un'altra razza, lo straniero, l'estraneo, il diverso. Io credo che la diffidenza nei confronti dello straniero, specialmente se ha un colore della pelle diverso dal nostro, sia naturale. Gli psicologi e ci insegnano come qualsiasi gruppo umano fatichi ad integrare un nuovo entrato e gli etologi ci mostrano come gli animali tendano a segnare e difendere il proprio territorio. Competizioni per il cibo, il sesso, lo spazio possono scatenare, all'interno di qualsiasi società, umana e non, l'aggressività. E infatti la Storia è un susseguirsi di conflitti fra popoli diversi. Il pregiudizio poi, ossia le costruzioni mentali che ci fanno etichettare negativamente il diverso, è così tenace nella psiche dell'uomo perché la nostra mente ha la necessità di generalizzare. Generalizzare è un processo psichico che risponde all'istinto di conservazione. Probabilmente, senza la capacità di generalizzare ci saremmo già estinti. La xenofobia, ossia la paura del diverso,e il razzismo sono dunque fenomeni inevitabili? Assolutamente no. Nell'uomo la natura si contempera con la cultura, la capacità di elaborare le informazioni e di modificare reazioni e comportamenti. La cultura ci insegna che la diversità è arricchimento, ci aiuta ad identificarci con lo straniero, a riconoscerlo come un essere umano con le nostre medesime prerogative. La cultura e l'esperienza ci permettono di operare delle distinzioni fra gli uomini, di distinguere il buono dal cattivo, il lavoratore dal criminale. La storia ci insegna come persino popoli nemici, una volta venuti a contatto, possano integrarsi. Sappiamo che i Romani, pur vincitori, seppero apprezzare l'arte e i costumi dei Greci. Dalla cultura greca, anzi, trassero motivo per migliorare la propria società e la propria vita. La convivenza tra popoli ed etnie diverse è quindi assolutamente possibile. Può contribuire all'arricchimento e al perfezionamento reciproco. E la scuola ha il dovere di diffondere i valori della tolleranza e l'apprezzamento del diverso. Possibile non significa, tuttavia, facile. Ecco, forse oggi in Italia si tende, a mio avviso, a semplificare, a una faciloneria, nell'affrontare i problemi, priva di riscontri concreti . Si coltivano così utopie superficiali, buone per la pubblicità: la società multietnica e multirazziale del Mulino Bianco, gli united colors of Benetton. Mentre il processo di globalizzazione dell'economia ci rende sempre più poveri, la famiglie faticano a far quadre i bilanci, la disoccupazione aumenta. All'interno di questo quadro, credere che l'Italia possa farsi carico di tutti i problemi dell'Africa e del Quarto Mondo, che le frontiere vadano aperte a chiunque, che l'immigrazione non sia altro che un fenomeno positivo, privo di risvolti oscuri ed inquietanti, mi sembra poco realistico, un sogno infantile di onnipotenza. Esistono, per esempio, culture che hanno in odio l'Occidente e che alimentano le schiere del terrorismo internazionale. Esistono stranieri che vogliono sentirsi italiani e altri che intendono conservare esclusivamente le proprie tradizioni. Ci sono coloro che entrano in Italia per lavorare onestamente e contribuire al progresso della nazione e altri che vengono nel nostro Paese per delinquere impunemente, facendo leva proprio su un certo clima di lassismo generalizzato. Su queste semplici realtà mi sembra inutile e dannoso chiudere gli occhi. Per prima cosa, secondo me, deve essere chiaro a tutti, italiani e stranieri, che esistono obblighi e divieti, diritti e doveri e soprattutto leggi da rispettare, indipendentemente dall'etnia di appartenenza. Contrariamente a quanto fanno credere gli ottimistici messaggi degli spettacoli televisivi, l'Italia è un Paese densamente popolato, in difficoltà economica, dove i problemi drammaticamente aperti sono tanti: la disoccupazione, ma non solo, anche la povertà di molti pensionati, di molti padri separati, dei senza casa, dei malati non autosufficienti e privi di assistenza, oltre ai problemi delle donne lavoratrici con figli e dei giovani senza prospettive per il futuro, nonostante l'alta scolarizzazione. Una nazione così malridotta, incapace di risolvere le proprie annose questioni, può soltanto, a mio avviso, cercare di governare il flusso dell'immigrazione, non subirlo. La civile, pacifica e fruttuosa convivenza di etnie diverse può avvenire soltanto in una cornice di ordine e prosperità. Nello stesso interesse degli stranieri, cui oggi si fanno molte promesse, per poi lasciarli, con indifferenza, alla mercé della malavita organizzata e di sfruttatori senza scrupoli, in una condizione di schiavismo che, quella sì, ci deve far vergognare. (tema svolto da n.l.)
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Pagina aggiornata il 16.02.10 |