Mio padre conobbe la prigionia in un
campo di concentramento nazista, pur non essendo
ebreo, ma prigioniero di guerra.
Mi parlava spesso di questa sua drammatica vicenda,
per cui, quando lessi a quindici anni questo
libro-testimonianza di Primo Levi sulla sua
detenzione nel lager di Auschwitz, fu come ritrovare
le radici, vedere espressa, in una lingua
impeccabile, la sofferta esperienza della generazione
che precedette la mia.
Del libro, pubblicato nel 1947, mi piacque
immensamente la poesia iniziale, di cui conservo
frammentaria memoria, una delle poche cose che mi
sono rimaste degli anni scolastici.
Il libro, nella sua interezza, è una lettura che mi
ha segnato, che ritengo utile mantenere inserita,
qualora lo sia, nei programmi scolastici, un vero
vaccino contro la violenza, specialmente quella
fredda, burocratica, impersonale, così facile a
svilupparsi nelle società di massa.
Quella che nasce dall'odio istituzionalizzato,
dall'ideologia, dal conformismo, dalla stupidità
collettiva, dalla sottomissione all'autorità.
Se questo è un uomo ci indica, senza retorica e senza sottintesi, di quali abomini può macchiarsi l'uomo
se solo abbassa la guardia, dimentica di riflettere,
si lascia irretire dagli slogan e dalle
parole d'ordine, abdica al proprio spirito critico.
L'inferno descritto da Levi è un monito e uno
scherno alla facile ideologia del progresso, alle magnifiche
sorti e progressive.
Ci insegna a non dimenticare la nostra duplice
natura di uomini, capaci di eroismi e di bassezze, di
aneliti ideali e di insensate efferatezze.
Di Levi narratore, apprezzerò, in seguito, altre
opere; uno scrittore, il torinese, nitido, austero,
preciso, che seppe trasfondere nella sua prosa le
proprie conoscenze tecniche e scientifiche (Levi era
laureato in chimica); uno dei pochi narratori
italiani, che seppe superare il dualismo cultura
umanistica - cultura scientifica, trovando appunto in
questa sintesi, la propria originalità e identità
nel panorama letterario nazionale.
ordina