Vita
Cominciò a comporre intorno al 1820, a
22 anni, ma morì giovanissimo (39 anni) nel 1837.
Leopardi fu essenzialmente un lirico incline a
esplorare se stesso e a sviluppare una sua storia
interiore e quindi non fece parlare molto personaggi
diversi da lui. E questo perché in quegli anni
Leopardi e altri lirici avevano intrapreso una strada
che portava a una concezione nuova dell'arte, non
più legata ad un contesto generale e
universalizzato, espressione di comportamento
sociale, ma come libero sfogo degli stati d'animo
individuali, appunto nella loro individualità
irripetibile. Tale concezione nuova era legata agli
aspetti di fondo dell'età: il venire meno
dell'aristocrazia; il prevalere dei modi borghesi di
concepire arte e vita; la necessità di esprimere i
diritti dell'individuo contro i fatti che potessero
comprimerlo; il ripiegarsi su se stesso dell'uomo,
tutto preso da "una morsa di cose più grandi di
lui". Così come il romanzo si affermava come
genere atto a cantare l'epopea morale e sociale del
mondo borghese, la lirica celebrava i diritti dell'individuo, la sua vita interiore, la ribellione
contro una società che non gli permetteva sempre
di espandersi liberamente.
Quindi la biografia è molto importante per un lirico
ed in Leopardi essa si fonde con l'arte. La vita del
Leopardi va divisa in momenti diversi, in ognuno dei
quali è presente una fase dello sviluppo
intellettuale e sentimentale del poeta stesso e un
momento della sua opera. Anche nei luoghi, biografia
e lirica si fondono, specie per quanto riguarda
Recanati ("il natio borgo selvaggio"),
dove Leopardi visse la maggior parte della sua vita.
Ma i luoghi in cui visse furono normalissimi, quindi
fu la sua immensa potenza lirica a trasfigurarli in
miti poetici altissimi, tanto che sembra quasi che
senza quei luoghi sia impossibile comprendere il
Leopardi.
Rapporto vita-opera
L'ambiente familiare giovanile fu
affettivamente povero, la madre era severa e presa
totalmente da problemi pecuniari. La cultura di
Giacomo era vastissima, lo studio "matto e
disperatissimo", è interessato da ogni cosa.
Ha una prima fase, cosiddetta di erudizione, in cui
compone due opere importanti: Storia dell'astronomia,
che riflette il suo amore per le stelle, Saggio sopra
gli errori popolari degli antichi (un'opera
dall'ispirazione illuminista, contro l'ignoranza e le
superstizioni del popolo).
Compie traduzioni importanti e studi filologici.
Nel 1819 vive una profonda crisi e si avvicina alla
poesia. Conosce un purista, Pietro Giordani, che lo
spinge ad uscire dall'ambiente chiuso in cui vive.
Conosce l'amore, platonico e idealizzato, per una
cugina. Passa dalla poesia dell'immaginazione a
quella del sentimento.
Nella polemica fra classici e romantici, si schiera
coi classici, considerando il romanticismo gusto
eccessivo dell'orrido.
Compone due canzoni, All'Italia e Sopra
il monumento di Dante, che esprimono un amore
sentimentale verso la patria, letterario più che
politicamente attivo. influenzato da Petrarca,
esalta il passato e disprezza il presente.
La ragione, mettendo a nudo il reale, scopre il lato
doloroso di esso (in Alla primavera, il
credere alle favole diventa motivo di felicità).
Durante la crisi matura la sua concezione
pessimistica della vita, influenzata dalle esperienze
personali e compie il distacco dalla fede religiosa.
Intraprende un deludente viaggio a Roma, facendogli
sperimentare il penoso scollamento fra sogno e
realtà, che continuerà anche in altri tentativi di
"fuga", seguiti da ritorni a Recanati.
Conobbe difficoltà economiche e altri amori, che
sfociarono in una demitizzazione della donna (Aspasia).
Fece una sola raccolta di Canti; essi vennero però
divisi per contenuto e forma:
1) dieci canzoni civili (Angelo Mai, Primavera,
All'Italia);
2) primi idilli (Infinito, Alla luna);
3) il Passero solitario rappresenta il
passaggio dai primi idilli ai grandi idilli;
4) 1823-24: le Operette morali e poi il
ritorno alla poesia con altri canti (grandi idilli,
per distinguerli dai primi: A Silvia ecc.)
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Approfondimenti:

Franco Cassano, Oltre il nulla. Studio su Giacomo Leopardi,
Laterza, 2003, pagine 103, Euro 5,00 ordina

Vincenzo Guarracino, Guida alla lettura di Leopardi, Mondadori,
1998, pagine 495, Euro 8,26 ordina

Renato Minore, Leopardi. L'infanzia, le città, gli amori,
Bompiani, 2001, pagine 298, euro 5,78 ordina
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Canzoni
Ispirate da fatti occasionali o da
esperienze familiari, vi troviamo due tendenze:
a) civile;
b) sentimentale.
Leopardi è alla ricerca di una sua personale forma
espressiva. Dopo l'incontro col Giordani, Leopardi
sembra prendere parte alla vita politica presente,
anche se mai, oltre a non partecipare direttamente
alla vita politica, dimostra un ideale di patria.
Insiste molto, specie in Angelo Mai, sul contrasto
fra il passato, esaltato e il presente, condannato
(Angelo Mai con le sue scoperte filologiche fa
rivivere i tempi gloriosi del Rinascimento, le opere
di Dante e Petrarca, Ariosto, Tasso e Alfieri).
Arriva all'amara conclusione che è inutile la lotta.
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Zibaldone.
Fu composto fra il luglio del 1817 e il
dicembre del 1832. Su questo scartafaccio lasciato
inedito sta tutto il lavorio di sistemazione del
pensiero del Leopardi. Contiene un grandissimo numero
di pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note,
conversazioni e discussioni. Si tratta di filosofia,
letteratura, politica, uomo, nazioni, universo. Sono
considerazioni poi liberissime e senza
preoccupazioni, come di tale che scriveva di giorno
in giorno per se stesso e non per gli altri.
Libro moderno, ancor oggi la sua lettura è fonte
inesauribile di stimoli e riflessioni.
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Idilli
Vennero pubblicati nel 1826. Si tratta
di sei liriche: L'Infinito; La sera del
dì di festa; Alla luna; Il sogno;
Lo spavento notturno; La vita solitaria.
Il titolo, desunto da Mosco, era adoperato nel senso
greco di quadretto. Cadono, negli Idilli, le
costruzioni artificiose della canzone, con le sue
strofe tutte uguali e le sue rime ripetute e
subentrano gli endecasillabi sciolti. Cadono i temi
occasionali, desunti dalla storia o da vicende
esterne e subentrano temi o occasioni interiori,
scaturiti da situazioni quotidiane. E scompaiono i
ricordi e i richiami di cultura, l'erudizione
accumulata con tanta fatica e resta solo il succo di
quel tanto sapere, la lezione della vanità delle
cose.
L'infinito. E' il primo di quei
componimenti che il poeta pubblicò nel 1825 col nome
di Idilli. L'idillio leopardiano si
distingue profondamente da quello della tradizione;
non è più un quadretto bucolico, un componimento
piacevole di ispirazione pastorale, ma l'espressione
poetica di un'avventura interiore, di un moto dello
spirito, nato dalla contemplazione nuova ed attonita
dei un aspetto della Natura o della rinnovata
capacità di sentire e vedere.
Che l'idillio leopardiano sia trasferito tutto nel
soggetto e la Natura vi compaia solo come stimolo e
occasione, rivela meglio di ogni altro L'infinito.
Gli elementi esteriori si riducono ad un colle, ad
una siepe che limita l'orizzonte, ad uno stormire di
fronde. Ma da questi motivi, quale contemplazione
stupita dell'infinito, quali sillabe eterne.
Sulla cima di un colle una siepe impedisce allo
sguardo la vista di una grande parte dell'orizzonte.
Ma quello che è ostacolo alla vista degli occhi
diviene stimolo alla visione interiore,
all'immaginazione del poeta. E sorgono dentro di lui
gli interminati spazi del cielo e i sovrumani silenzi
e la profondissima quiete del vuoto e quasi il cuore
del poeta si spaura e ritrae da quel nulla. E da
quella voce il poeta è ricondotto alle cose finite e
al confronto di esse con l'eterno, al pensiero delle
morte stagioni e della stagione presente, così viva,
così reale, con i suoi rumori intorno al poeta,
eppure destinata a disperdersi, a svanire, inafferrabile anzi e sparente nell'atto stesso che
trascorre.
La ricerca logica dell'infinito si conclude nel
Leopardi con uno "scacco". Se il breve
canto termina con una punta di dolcezza, ciò avviene
solo perché il Leopardi rinuncia all'indagine e dove
la ragione fallisce, il recupero avviene tramite
l'abbandono a uno stato sentimentale, o meglio di
natura mistico-religiosa.
La sera del dì di festa. Il
primo motivo poetico dell'idillio è il
vagheggiamento di una quieta notte lunare. Emerge
chiaramente in tutto l'idillio il pessimismo di
Leopardi.
Il secondo motivo poetico che si può rilevare è
quello del canto notturno che si disperde nella
campagna e muore poco a poco, allontanandosi.. Un
idillio, anche questo, che reca con sè il senso
della fugacità, del trapassare e spegnersi di ogni
vaghezza. Un idillio cui si accompagna la
rimembranza, cioè la capacità di rinvenire nelle
contemplazioni attuali gli stupori, gli incanti e le
malinconie degli anni passati.
Alla luna. L'idillio è tutt'uno,
in ogni sillaba, con la rimembranza, cioè con il
ricordo delle contemplazioni passate. Il poeta
contempla la luna dalla cima del monte Tabor e
ricorda che allo stesso modo saliva a contemplarla
l'anno precedente e che il volto dell'astro appariva
nebuloso e tremulo attraverso le sue lacrime; nè
minori o diverse sono oggi le sue pene. Eppure come
dolce e gradito è negli anni giovanili il ricordo di
ogni cosa passata ancora che triste e che l'affanno
continui.
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Operette morali.
Nel 1824, in parte rielaborando pensieri già
annotati nello Zibaldone, in parte sviluppando idee
precedenti, in parte inventando originalmente,
Leopardi scrisse con foga crescente alcune prose fra
satiriche, fantastiche e filosofiche, prose che
uscirono in volume nel giugno del 1927 col titolo di Operette
morali.
Negli anni successivi al 1824, ner aggiunse alle
venti già scritte altre cinque operette, scritte in
epoche diverse.
Dialogo della Natura e di un Islandese.
Vi compare per la prima volta, condotto sino
all'estremo delle sue conclusioni, il
"pessimismo cosmico" di Leopardi.
La Natura non è più considerata la "madre
benigna" degli esseri viventi; i colpevoli non
sono più gli uomini che hanno deviato
volontariamente dalle leggi naturali, ma la Natura
sempre e dovunque indifferente se non ostile ad
ognuno dei suoi figli, incapace di procurar loro
quella felicità che è nel fine di ogni vivente.
Cantico del gallo silvestre.
Leopardi si ricollega ad alcune tracce di una
sperduta leggenda di derivazione biblica. Immagine
l'esistenza di un immenso gallo selvatico, che
risiede fra il cielo e la terra e finge di aver
ritrovato una cartapecora antica, in cui sono
riprodotte le parole che il gallo rivolge agli uomini
ad ogni rinnovarsi del giorno. A ogni alba il gallo
spinge gli uomini a svegliarsi e a riprendere il peso
doloroso della vita e li assicura che verrà un
giorno in cui potranno giacere immobili per sempre
nella quiete del sonno; l'universo intero
precipiterà infine nel buoi, prima che nessuno abbia
potuto comprendere le ragioni della sua esistenza,
l'arcano mirabile e spaventoso della vita.
L'invenzione del gallo silvestre testimonia di quel
gusto del bizzarro, del peregrino, dell'umoresco che
informa le Operette; ma la materia è senza
dubbio fra le più dolenti e severe del Leopardi.
Dialogo di Tristano e di un Amico.
Il poeta si difende dall'accusa di aver formulato le
sue teorie pessimistiche in conseguenza dei mali
fisici. Sul finire del dialogo, il poeta si distacca
da ogni accento polemico ed esprime l'infelicità del
proprio animo e il proprio desiderio di morte.
Dialogo di Plotino e di Porfirio.
Il poeta finge di riprodurre i discorsi che il
filosofo Plotino tenne al discepolo Porfirio per
distoglierlo dall'idea del suicidio; scrive alcune
fra le righe più malinconiche e dolci del suo libro.
Il suicidio può anche apparire conforme al
pessimismo leopardiano, giustificato, un gesto di
natura eroica, di ribellione o di sfida; tuttavia
contrasta con le voci più intime e segrete
dell'animo, con quel senso profondo che ci lega ai
nostri compagni, alla nostra sorte di uomini. Plotino
non confuta le osservazioni teoriche del discepolo,
ma parla mosso da quel senso dell'animo che vuole la
collegazione fraterna, il rispetto e la pietà dei
propri simili.
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Grandi Idilli
Comprendono: A Silvia, Le
ricordanze, Il sabato del villaggio, La
quiete dopo la tempesta, Il passero
solitario, Canto di un pastore errante
dell'Asia.
Idillici sono i richiami costanti alla natura e a
Recanati, il tono di intimità raccolta, il colloquio
con se stessi e la natura; idillico è ancora il
sollevare l'umile realtà intorno a saè o il triste
passato in una luce ferma e pura di mito.
A Silvia. Alle origini della
lirica sta il ricordo di Teresa Fattorini, la figlia
del cocchiere di casa Leopardi, morta ancor giovane,
di mal sottile, nel 1818. Teresa, qui, diventa
Silvia, cioè una fanciulla che si affaccia lla
giovinezza nei medesimi anni in cui la fiducia
arrideva al cuore del poeta.
Silvia muore prima di giungere al fiore dei suoi
anni, così come cade e muore la speranza prima che
si faccia piena la giovinezza del poeta.
Silvia diventa il simbolo della speranza e del suo
cadere. Silvia rappresenta la giovinezza e le
illusioni che vengono infrante. ritratta nel suo
ambiente familiare, il poeta si rivolge a Silvia come
fosse ancora viva, ma in tono malinconico. Accusa la
natura matrigna. Nel finale c'è l'amara
constatazione che la realtà diverge dagli ideali
della giovinezza.
Le ricordanze. L'inizio è dato
dal nascere nel poeta di uno stato d'animo idillico,
dallo stupore di rivedere rinascere in se stesso la
capacità antica e perduta di contemplare i cieli e
le stelle, le immagini che durante gli anni della
fanciullezza avevano parlato così spesso al suo
cuore. Non gli diceva il cuore che sarebbe stato
dannato a consumare a Recanati, fra gente zotica, la
sua giovinezza. il tempo giovanile vola più caro
della fama e dell'alloro. Frattanto, dalla torre,
sorge il suono dell'orologio. Il poeta viene portato
nuovamente alla passata fanciullezza, trascorsa fra
le mura paterne. Rievoca le speranze giovanili e
Nerina, una dolce ragazza amata dal poeta.
L'idillio deriva da un incontro col passato più
remoto e più dolce del poeta. Per Leopardi
l'adolescenza e la giovinezza appaiono le uniche età
immuni dal tedio, le età dei sogni luminosi, degli
occhi liberi e vergini dinnanzi alle meraviglie del
mondo; i colori stessi delle cose sono più vividi e
luminosi; le capacità di vedere e di sentire
appartengono ancora a un cuore intatto.
Più tardi, svaniti i sogni, l'unica possibilità per
l'uomo di attingere alla commozione consisterà nella
rievocazione delle sensazioni e dei moti della
fanciullezza.
I ricordi non si susseguono seguendo uno svolgimento
logico, ma sono innescati da sensazioni esterne,
dalle immagini e dagli aspetti più vari di Recanati.
si risolvono, infine, in un'immagine femminile,
anch'essa simbolo della giovinezza, Nerina, morta e
rimpianta come Silvia. Nerina assurge a incarnazione
di quella figura femminile che gli uomini rinvengono
al fondo dei loro ricordi.
In Nerina non figura nessun elemento che incrini la
gioia e la luce. Nerina è la giovinezza pura,
inseguita da Leopardi. Ricorre in tutto il canto la
consapevolezza che le speranze e i sogni sono
fantasmi vuoti, eppure così saturi di incanto, di
bellezza, di dolcezza.
Canto notturno di un pastore errante
dell'Asia. Leopardi apprese, da alcune note
di un viaggiatore russo, che molti kirghisi avevano
l'abitudine di passare le notti seduti su una pietra
a contemplare la luna, improvvisando parole assai
tristi. Da questa notizia l'ispirazione per il Canto
notturno di un pastore errante dell'Asia, in cui
il poeta immagina che il pastore si rivolga
direttamente alla luna e la interroghi circa il
significato dell'esistenza, il dolore universale, lo
scopo e le ragioni dell'universo. Il canto riflette
un certo gusto dell'esotico, tipico del
Romanticismo.. Leopardi dimostra di non avercela coi
genitori per averlo messo al mondo, ma con la Natura.
Viene fuori il tedio di Leopardi, che non è generica
stanchezza.
Il poeta finirà coll'invidiare agli animali
l'assoluta assenza di ogni sentimento del bene e del
male.
La quiete dopo la tempesta. Il
poeta, rinverdito e come snebbiato dalla pioggia,
descrive il senso di gioia che è nel villaggio dopo
la tempesta, quell'alacrità che subentra nell'animo
di tutti i viventi, che è nelle cose medesime,
quella maggiore nettezza di colori e di forme. La
quiete dopo il temporale simboleggia la quiete dopo
un dolore temporaneo: in fondo, quel poco di piacere
di cui fruiscono gli uomini non deriva che dalla fine
di un dolore; la morte, che porrà fine ad ogni male,
è dunque, per l'uomo, il bene più grande.
Il sabato del villaggio. Si
ricollega alla Quiete. Entrambi gli idilli
furono composti nel settembre del 1829, in uno dei
momenti di più felice ispirazione del poeta. Anche
in questi versi, l'autore coglie un momento della
vita del borgo: le ultime ore del sabato,
l'animazione del villaggio alla vigilia della festa,
la distensione tranquilla degli animi. Come il
precedente, anche questo idillio è seguito da un
commento morale, da una riflessione di natura
filosofica. Il sabato è migliore della domenica, il
piacere consiste nel futuro. Il piacere consiste o
nella fine del dolore o nell'aspettativa di un bene:
mai nel presente effettivo.
Il poeta si rivolge, negli ultimi versi, a un ideale
giovinetto, anzi a un adolescente e gli confida che
non si deve dolere se la piena sua giovinezza non è
ancora giunta, se la festa della sua vita appare
ancora lontana. Meglio che essa ritardi, perché è
nell'attesa la gioia più vera e intensa.
Il passero solitario. Serve da
prefazione agli idilli. Il canto è diviso in tre
strofe, la prima e la seconda in cui si traccia il
confronto fra il passero solitario e il poeta; la
terza invece, in cui vengono indicate le differenze.
Come il passero vive solitario e, pensoso, contempla
il tripudio dei compagni e canta in disparte
dall'alto della torre, così il poeta, mentre il
paese è in festa, esce solitario alla campagna e
rimanda ad altro tempo giochi e diletti. Ma, giunto
alla fine della sua vita, il passero non si dorrà
della sua solitudine, essa deriva dall'istinto, è
frutto della natura; diversamente il poeta
rimpiangerà di aver gettato il tempo migliore e si
volgerà senza conforto al passato.
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Ciclo di Aspasia
Gli ultimi componimenti di Leopardi si
presentano un po' diversi dai precedenti: la
riflessione e il ragionamento prevalgono sulla
rappresentazione del paesaggio. Il poeta evidenzia un
animo più combattivo e più energico. Alcuni di
questi componimenti vanno sotto il nome di Ciclo
di Aspasia, legato all'ultimo amore di Leopardi,
la Targioni Tozzetti. Si rinuncia alla contemplazione
della natura, con un'accettazione virile del reale.
A se stesso. Emerge quell'accento
virile con il quale il poeta scaccia ogni moto
dell'animo e invita se stesso a non palpitare più, a
cessare la disperazione medesima.
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Poetica leopardiana o dell'idillio
Leopardi accetta la proposta di Madame
de Stael di leggere gli autori stranieri, ma non di
imitarli. Egli rivolge un invito a leggere gli
antichi. Leopardi sottolinea il sentimento. L'idillio
è per lui l'espressione dei moti del suo animo. C'è
il rifiuto della mitologia e della bella immagine.
Vago, indeterminato, infinito sono i principi di
Leopardi. Non ci deve essere scientificità. Una
condizione della poesia è la rimembranza, perché il
ricordo sfuma i contorni, dilata i termini reali e
concreti. La poesia di Leopardi è intrisa di
Romanticismo. La poesia nasce dal sentimento (poetica
idillica). I dati costitutivi della poesia di
Leopardi sono:
- momento contemplativo;
- momento riflessivo.
Un altro principio poetico è che la poesia non sia
trascrizione esatta della realtà, ma esprima il
senso del vago, dell'indeterminato, dell'infinito.
Ciò si può realizzare con il ricordo. L'altro mezzo
è l'impiego di termini poetici. Una poetica fondata
su questi principi è detta romantica. In quanto
rifiuta i generi, la mitologia, tutte le regole di
poetica precedentemente elaborate. E si basa
soprattutto sul sentimento.
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Leopardi e il suo tempo.
Espressione di giovanile entusiasmo, di sentimento
patriottico è la canzone all'Italia. Ma non c'è in
Leopardi una vera concezione di patria. C'è invece
l'amara delusione per i moti del 1820-21. Egli
finisce per non occuparsi più della storia e della
società in cui vive, ma sempre più di se stesso. La
usa adesione politica era frutto di entusiasmo. Dopo,
egli si chiuse in se stesso. Rifiuta la scienza.
Ancora più feroce il suo disprezzo per la tecnica.
L'uomo non deve inventare dei parafulmini, ma dei
parainvidia, dei paraegoismi, qualcosa insomma che lo
soccorra spiritualmente. Egli si scaglia contro la
cultura di massa, contro le gazzette, lo
spiritualismo, le tendenze filosofiche di comodo.
L'ultima fase del suo pensiero è una sorta di
"progressismo" leopardiano (significato
della ginestra, dialogo di Plotino). Gli uomini
devono unirsi (ma non ne vengono indicati i mezzi).
Bisogna superare le ingiustizie di classe, il dominio
straniero. L'idea leopardiana appare valida, ma non
supportata da indicazioni politiche. Leopardi è un
democratico pre-politico, non concretamente
configurato in una ideologia.
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Il pensiero di Leopardi.
Il pensiero leopardiano non ha uno sviluppo organico
e sistematico, perché non si forma in una pura sfera
mentale e astratta, ma vive in relazione col
sentimento; quindi, da una parte le conclusioni cui
perviene sono una conferma logica, una convalida
razionale di intuizioni e moti sentimentali,
dall'altra queste stesse conclusioni razionali
provocano profonde risonanze affettive.
In definitiva il pensiero leopardiano rimane escluso
dal puro momento della scientificità, intrinseco
alla filosofia, ma è sempre connesso con le
concrete e reali situazioni umane e storiche.
Questa relazione fra filosofia, sentimento e cultura
giustifica la maniera personale con cui Leopardi
interpreta le tendenze filosofiche del Settecento. Il
problema centrale è quello della felicità. La
tendenza naturale dell'uomo. In cosa consiste?
1. Adeguamento della realtà ai desideri, alle
aspirazioni; nella sintesi ideale-reale.
2. Nella durata senza termine.
L'esperienza dimostra il contrario: la realtà non
corrisponde mai alle aspirazioni; tutte le cose hanno
un'esistenza limitata. Leopardi fa questa
constatazione non soltanto sulla base della propria personale esperienza, ma su quella che è stata
definita (Timpanaro) "la delusione
storica": il crollo del mito della ragione, del
fiducioso ottimismo illuministico.
La ragione doveva distruggere per sempre la barbarie,
la superstizione, instaurare l'uguaglianza e la
democrazia, riportare a un giusto e sano equilibrio
con la Natura; ma la ragione ha fallito: la
rivoluzione da essa prodotta si è trasformata nel
dispotismo napoleonico e nella Restaurazione.
La ragione ha conseguito un solo scopo: ha smascherato
il vero volto della realtà. Quindi la prima risposta
al problema della felicità è il riconoscimento di
una incomponibile antitesi:
grandezza <-----> piccolezza
illusioni <-----> ragione
ansia d'infinito <-----> limiti del reale
Natura <-----> uomo
La Natura buona concede le illusioni, che
costituiscono la sola felicità possibile. C'è
quindi un'epoca dell'umanità, un'età del singolo,
non priva di qualche forma di felicità, perché non
priva di illusioni. Poi la ragione mostra il vero. Questo rappresenta il cosiddetto "pessimismo
storico", che non è ancora a rigore,
pessimismo, perché non si è ancora assolutizzato ed
eretto a sistema e riconosce un qualche valore di
felicità all'illusione.
A tali conclusioni erano possibili due sbocchi:
1) Contrapporre alla ragione la fede in un mitico
regno dello spirito, in un Dio causa e fine della
realtà e della vita.
2) Portare fino in fondo l'analisi razionale del
rapporto uomo-Natura, in termini totalmente
demistificati.. In Leopardi è troppo sviluppato il
razionalismo per ricorrere alla scappatoia religiosa,
troppo radicate le tendenze scettiche, atee,
materialistiche del suo tempo; vengono ad aggiungersi
le cagionevoli condizioni di salute, che dovevano
fargli sentire acutamente il condizionamento della
Natura sull'uomo e la situazione storica.
La sua analisi, perciò, prosegue in termini rigorosamente razionali raggiungendo conclusioni
definitivamente negative:
1) La Natura non ha dato agli uomini una felicità
obiettiva, ma soltanto una felicità velata. Non
madre pietosa, ma maligna matrigna, perché ci ha
fornito lo strumento che toglie il velo alla
felicità e cioè la ragione; la Natura è
indifferente alla sorte dell'uomo perché l'universo
è un perenne ciclo di distruzione della materia, di
cui non si conoscono la causa e il fine.
2) Nessuna cosa è assolutamente necessaria; nessuna
cosa è, veramente. Il principio delle cose è il
nulla (teologia negativa). Alla scoperta
dell'assoluta negatività dell'esistenza segua la
constatazione che anche la felicità non esiste, non
è. Si identifica con la non-realtà dell'illusione e
perciò è solo futura, come sogno o speranza, o solo
passata, come ricordo delle antiche illusioni.
L'unica realtà è la non-felicità, il dolore, il
male o la spaventevole sensazione fisica del nulla
universale (noia). A questa nuova considerazione del
rapporto uomo-Natura segue una nuova, capovolta,
valutazione della ragione: non più facoltà
limitatrice, negativa, ma anzi l'unico valore e
l'unica forza cui l'uomo possa appoggiarsi per essere
veramente se stesso, fuori dalla paura e dal
compromesso.
L'uomo deve accettare con virile fermezza e con
coerenza tutte le conseguenze di una filosofia
dolorosa, ma vera. La religione negativa non produce
sgomento o rinuncia, ma ribellione, che chiama tutti
gli uomini a stringersi contro la cieca crudeltà
della Natura in una nuova fraternità. Questo
messaggio è il contenuto de La ginestra.
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Pagina aggiornata il 26.12.02
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