Vita
Nacque a Zante nel 1778. Ancora fanciullo, fu
portato dalla madre a Venezia. Partecipò al
giacobinismo. Dopo il trattato di Campoformio, che
cedeva Venezia all'Austria, abbandonò la città. Si
recò nella Cisalpina, e visse alcun tempo a Milano e
a Bologna. Fu poi in Svizzera e a Londra, dove visse
alternativamente periodi di floridezza economica, cui
seguivano mesi o anni di miseria. Morì povero a
Londra nel 1827.
Opere
Ultime lettere di Jacopo Ortis
Sonetti
Odi
I sepolcri
Le Grazie
Schede delle opere
Ultime
lettere di Jacopo Ortis
Vicenda.
Dopo il trattato di Campoformio, Jacopo, giovane
ardente di patriottismo, smarrita la fede nella
libertà, nella patria e negli uomini, fugge sui
Colli Euganei e trascorre là il suo tempo, fra
l'umile gente di un villaggio. In quel villaggio
conosce Teresa, la divina fanciulla che lo potrebbe
sollevare dalla disperazione; ma Teresa è già
promessa ad Odoardo.
Dopo una malattia, Jacopo, per non legare oltre
Teresa al suo dramma, lascia i Colli Euganei e va
errabondo attraverso l'Italia. A Milano ha un
colloquio col Parini. Si reca poi in Francia, ritorna
sui Colli Euganei, quindi va a Venezia, infine,
perduta ogni speranza nella libertà e nell'amore, si
uccide trafiggendosi con un pugnale.
Critica.
L'opera, ordita nelle linee fondamentali fin dal
1796, può considerarsi un romanzo epistolare ed
autobiografico. Due motivi principali vi sono
presenti:
1. il motivo politico, ossia la delusione successiva
al trattato di Campoformio;
2. il motivo amoroso, ossia l'impossibilità di
conseguire l'amore.
Dopo queste due esperienze Foscolo diventa
pessimista. La Storia gli appare non un divenire nel
senso del progresso, bensì dominata dalla legge del
più forte. Crolla, dunque, un ideale
dell'Illuminismo.
Tutta la vita è determinata da un meccanismo, contro
cui nulla si può fare. Vi è nell'"Ortis"
un richiamo alle filosofie materialistiche (Hobbes),
che il Foscolo attinge dal Settecento.
Il suicidio di Jacopo, col quale si conclude il
romanzo, non costituisce un atto di rinuncia, bensì
l'affermazione di valori positivi. Un atto di
eroismo.
Nell'"Ortis" si affermano quei valori
ideali, senza i quali la vita appare priva di
significato.
Purtroppo i due motivi principali dell'opera, quello
politico e quello amoroso, non si fondono e ciò
costituisce un limite evidente del romanzo.
Lo stile cui ricorre la scrittura di Foscolo è
appassionato, poco equilibrato.
Originale è lo sviluppo del concetto di
"patria": Foscolo vi intende una terra
abitata da un popolo, che ha medesime tradizioni e
cultura.
Non più una generica aspirazione, la patria diviene
un concetto che, pur avvertito da una ristretta
elite, assume una colorazione quasi religiosa.
L'elemento determinante per la costituzione di questo
concetto di patria è Napoleone.
L'Ortis ha delle analogie con un'altro
importante romanzo, I dolori del giovane
Werther del tedesco Goethe.
Richiama al Werther il tema di un giovane che si
suicida per amore di una donna già promessa ad
altri. E l'atmosfera improntata ad un romantico
idealismo.
Manca, nel "Werther", l'esplicito motivo
politico.
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Approfondimenti:

Maria Antonietta Terzoli, Foscolo, Laterza, 2000, pagine 228,
Euro 16,50 ordina
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I sonetti
Foscolo compose dopo il 1798 dodici sonetti. Come
l'"Ortis", essi sono intrisi di materia
autobiografica. Il tono non è più quello dello sfogo, ma Foscolo pare osservare la propria vita
dall'alto. I sonetti si presentano in forma di
dialogo del poeta con sé medesimo. La struttura è
evocativa e invocativa: il Foscolo, cioè, evoca i
ricordi ed invoca sempre qualcosa. Accanto alla
meditazione interiore compare una certa speranza nel
futuro. Dietro i sonetti si avverte l'influenza dei
classici latini e greci.
I sonetti più famosi sono tre:
"In morte del fratello Giovanni";
"A Zacinto";
"Alla sera"
"In morte del fratello
Giovanni". Venne scritto nel 1802,
dedicato a Giovan Dionigi, il fratello che, appena
ventenne, si uccise con un colpo di pugnale per un
debito di gioco.
Più del dolore per la morte del fratello, suonano in
questi versi i motivi essenziali del Foscolo:
l'esilio, il saluto da lungi ai tetti paterni, le
tempestose cure che travagliarono il suo spirito, il
vagheggiamento della sepoltura nella quiete della
patria, il presentimento della morte fra genti
straniere.
"A Zacinto". Già
all'inizio (Né più mai...), tre negazioni
escludono definitivamente la speranza di approdare
nella propria patria. Il tema dell'esilio è
dominante accanto al mito della bellezza.
Nel sonetto si intrecciano, comunque, tutti i temi fondamentali di Foscolo: patria, poesia, bellezza,
esilio ecc. Ulisse diviene la proiezione del Foscolo
stesso.
"Alla sera". Questo
sonetto costituisce una meditazione al calar delle
tenebre. Il tempo, per Foscolo, è reo.
Si avverte il travaglio dell'esistenza, come pure
un'insopprimibile ansia di sopravvivenza. Si è
avanzato, per questo sonetto, un accostamento con
"Infinito" di Leopardi.
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Le Odi
Le Odi composte da Ugo Foscolo sono due:
"A Luigia Pallavicini caduta da cavallo";
"All'amica risanata".
"All'amica risanata".
Nelle prime otto strofe è la guarigione di
Antonietta Fagnani Arese, per la quale Foscolo nutrì
una delle passioni più impetuose della sua
giovinezza, il ritorno della dama agli eleganti
ritrovi.
Nelle otto strofe conclusive, il poeta svolge invece
i motivi concettuali dell'ode: meste guardino le
Grazie chi ricorda che la bellezza è fugace! Erano
pur mortali Diana e Bellona e Venere, e i poeti le
hanno trasformate in dee dell'Olimpo. Il poeta è
nato nei mari della Grecia, ha respirato a lungo il
nativo aere sacro. Compirà perciò lo stesso
miracolo, renderà divina nei secoli la bellezza
dell'amica.
Appare, dunque, nell'ode, il tema della bellezza che
agisce all'interno dell'uomo confortandolo. La
bellezza viene dunque indicata come un mito ed assume
un valore spirituale. La figurazione della Fagnani
Arese non è perciò realistica: Foscolo non rinuncia
la mito della bellezza. E al di sopra della bellezza
Foscolo celebra la poesia, che permette di rendere
eterna la bellezza e ne trasmette la memoria alle
generazioni postume, la poesia che è potenza
creatrice di dee.
"A Luigia Pallavicini caduta da
cavallo". Affiorano i temi della
caducità della bellezza e della necessità di
proteggerla.
Tratti comuni delle due odi sono i seguenti:
a. Prendono ispirazione da un fatto esterno reale.
b. Celebrano la bellezza.
c. Ricorrono a immagini mitologiche per operare la
trasfigurazione.
La compresenza di questi elementi permettono di
affermare che si tratta di odi di tendenza
neoclassica.
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I Sepolcri
Vicenda.
Il sonno della morte non è certamente meno doloroso
in un'urna confortata di pianto. Quando il sole non
risplenderà più innanzi al poeta nessun compenso
sarà ai giorni perduti una pietra che distingua le
sue dalle infinite altre ossa. Persino l'ultima dea,
la Speranza, abbandona i sepolcri; e tutto travolge
il tempo nella sua notte, non soltanto gli uomini e
le loro tombe, ma le reliquie stesse della terra e
del cielo (vv. 1-22).
Perchè tuttavia l'uomo dovrebbe rinunciare alla
benigna illusione del sepolcro, a quelle soavi cure
della tomba per le quali ancora sopravvive sotterra?
Una celeste dote esiste negli uomini; per questa dote
si genera tra i vivi e i trapassati una
corrispondenza di amorosi sensi; per questa dote noi
viviamo con l'amico estinto e l'estinto con noi, se
le sue ossa sono state accolte pietosamente dalla
terra nativa e un sasso serbi il ricordo del nome.
Solo per chi non lascia sulla terra eredità
d'affetti, il sepolcro è privo di senso, né alcuna
voce deriva dalla tomba ai viventi (vv. 23-50).
Eppure nuove leggi vorrebbero contendere ai morti la
memoria del nome e invidiare ai superstiti
l'illusione del sepolcro. Ed un poeta come il Parini,
le cui ceneri avrebbero dovuto essere accolte fra le
mura stesse di Milano, giace privo di tomba in una
fossa comune. Invano sulle ossa del Parini, la Musa vigila pietosa per custodirle, invano prega che la
notte sia larga di rugiada alle reliquie del poeta.
Soltanto il pianto e la lode degli uomini possono far
sorgere sulle tombe il conforto dei fiori (vv.
51-90).
Da quel giorno in cui gli uomini superarono la ferina
barbarie primitiva, il sepolcro è stato un altare per i vivi, il simbolo degli ideali che animarono gli
antenati, un incitamento al progresso e alle
conquiste. Né il culto dei morti fu sempre così
orrido e tenebroso come nei riti che furono propri
delle età medioevali. Un tempo i sepolcri furono
allietati dalla luce del sole, dal profumo dei fiori,
dal verde perenne dei cedri; un tempo chi sedeva a
raccontare le sue pene agli estinti sentiva
all'intorno la fragranza medesima degli Elisi (vv.
91-136).
Inutili sono le tombe dove domini la viltà del
costume e degli anni, ove dorma ogni furore di
inclite gesta; ma dovunque sorgano degli animi
generosi, quivi le tombe dei grandi incitano a nobili
imprese. Quando il poeta visitò in Santa Croce le
tombe degli Italiani più grandi, disse beata Firenze
per le felici aure pregne di vita, per i natali e la
lingua concessi a Dante e a Petrarca; ma più beata
perchè serbava accolte in un tempio le uniche glorie
superstiti. Da quel tempio infatti (o da un tempio
simile a quello) gli italiani avrebbero tratto gli
auspici per il loro riscatto. Quivi veniva a meditare
l'Alfieri; e da quei marmi traeva l'unico conforto e
l'unica speranza. Un Nume parla davvero tra quelle
mura; quel Nume medesimo della patria che suscitò in
Maratona l'ira e il valore dei Greci contro gli
invasori persiani, e dimorò poi eterno in quei
luoghi. I naviganti che veleggiavano nella notte
lungo le spiagge di Maratona vedevano rinnovarsi
nelle tenebre l'antica battaglia; e le larve dei
guerrieri greci risorgere fremendo dalle tombe.
Felice il Pindemonte che nella sua giovinezza
veleggiò per i mari della Grecia e udì l'eco delle
antiche imprese! Per latri luoghi trascorre fuggitivo
ed esule il poeta; ma le Muse gli concederanno almeno
di rievocare le antiche glorie, di rendere eterni col
canto gli eroi. Siedono infatti le Muse sulle tombe,
e quando sui sepolcri si abbatte distruggendoli la
furia del tempo, di sul deserto sorge la voce dei
poeti, e per quella voce gli ideali e i sogni dei
trapassati risplendono sino alla fine dei secoli.
"E l'armonia vince di mille secoli il
silenzio". Ancor oggi, nel deserto inseminato
della Troade, risplende eterno agli uomini un luogo;
eterno appunto per il canto di un poeta. Quando la
ninfa Elettra, amata da Giove, udì la voce della
Parca, chiese all'amato che rimanesse immortale
almeno la sua fama. E Giove fece sacra la sua tomba.
Intorno a quella tomba si raccolsero i sepolcri dei
grandi troiani. Quivi venne Cassandra, figlia di
Priamo; ed insegnava ai giovinetti il compianto dei
padri e prediceva le sventure della patria. Troia
sarebbe caduta, ma quelle tombe sarebbero rimaste fra
le macerie a testimoniare la virtù e l'eroismo dei
vinti. Un giorno un cieco mendico avrebbe errato fra
quelle antichissime ombre ed abbracciato i sepolcri e
interrogato le urne. Dalle cavità più riposte gli
eroi avrebbero narrato ad Omero le vicende troiane; e
il sacro vate, placando quelle afflitte anime col
canto, avrebbe eternata la gloria dei greci, ma anche
la fama e la pietà dei vinti, dovunque fosse onorato
il sangue versato per la patria e finché il sole
risplendesse sulle sciagure degli uomini.
Critica.
"I Sepolcri" sono un carme. Furono scritti
nel 1806, in occasione delle polemiche per l'editto
di Saint Cloud, ispirato da norme igieniche e da
principi egalitari.
L'opera è dedicata a Pindemonte, poeta e scrittore
del 18° secolo. Il Pindemonte era contrario
all'editto per ragioni genericamente morali e
religiose. Foscolo era, invece, contrario per ragioni
filosofiche.
Foscolo dice ne "I Sepolcri" che
l'esistenza è dolore, ma l'uomo ha in sé una dote
religiosa, la capacità di creare per se stesso dei
miti: l'immortalità, l'amicizia, l'amore, la
bellezza, miti che, nonostante il loro valore
illusorio, rendono la vita più degna e più bella;
illusioni che gli uomini si tramandano di secolo in
secolo, affidandone la custodia al culto delle tombe
e al canto dei poeti.
Intitolato ai sepolcri, il carme potrebbe ugualmente
essere intitolato alla storia o alla poesia, che
furono con la patria e la bellezza i numi tutelari di
Foscolo. Ispirato ai sepolcri, ma ancor di più alla
poesia, il carme si svolge e accentra intorno alla
figura di tre vati, trasfigurati dal Foscolo in una
sorta di figurazione simbolica: la figura del Parini,
rinnovatore del costume civile, maestro di orgogliosa
povertà e indipendenza; la figura dell'Alfieri,
irato ai numi della patria, sdegnoso lungo le rive
solitarie dell'Arno; la figura di Omero, trasfigurato
ossianicamente in un vecchio favoloso, che
brancolando penetra negli avelli, abbraccia le urne e
interroga le antichissime ombre. Omero, ossia il
simbolo di ogni poeta che risponda all'ideale nuovo
del Foscolo, all'ideale del poeta che si ispira alla
storia e consacra, rendendole eterne, le illusioni
più generose degli uomini.
E accanto a Parini ed Alfieri, il Foscolo stesso, con
la sua alta malinconia e il suo errabondo fuggire di
gente in gente.
Numerosi sono i valori che assumono via via i
sepolcri:
a. Valore affettivo ("corrispondenza d'amorosi
sensi")
b. Valore sociale (la nascita del sepolcro coincide
con quella della civiltà)
c. Valore civile ("A egrege cose il forte animo
accendono l'urne dei forti")
d. Valore patriottico (le tombe di Maratona).
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Le Grazie
Contenuto
E' divisa in tre parti, dedicate a Venere, Vesta e
Pallade, simboli rispettivamente della bellezza,
dell'intelligenza e della virtù.
Dopo la dedica ad Antonio Canova e l'invocazione alle
Grazie, il poeta immagina di innalzare alle tre
figlie gemelle di Venere un'ara sul poggio di
Bellosguardo e di celebrarne la storia del loro primo
comparire sulla terra. Dapprima descrive la nascita
delle Grazie emergenti con Venere dal mare ellenico,
indi la commozione che esse suscitano fra gli uomini
ancora ferini, il loro viaggio per la Grecia che
allora s'apre alla luce della civiltà, il loro
commiato dalla madre che, risalendo all'Olimpo,
diffonde una mirabile armonia che le Grazie
accolgono: l'armonia da cui ebbero inizio le arti
belle: la pittura, la scultura e l'architettura.
Nel secondo inno, il poeta immagina di guidare
all'ara delle grazie tre bellissime donne: Eleonora
Nencini, Cornelia Martinetti, Maddalena Bignami,
diversa incarnazione dei doni che le tre figlie di
Venere dispensano agli uomini.
La prima intona sull'arpa un inno alla segreta
armonia che regge il mondo.
La seconda reca all'ara un favo, simbolo dei doni
della poesia e dell'eloquenza, dell'amabilità della
parola che ingentilisce gli animi. Il poeta fa quindi
la storia mitologica delle api e narra come, concesse
dalle Grazie alle Muse, abbiano dato origine alla
poesia greca; e come, cacciate dalla Grecia per
l'irrompere del barbaro Ottomano, siano passate dalle
Grecia in Italia dividendosi in due schiere: delle
quali una, risalendo l'Adriatico, venne al Po e
alimentò la poesia del Boiardo, dell'Ariosto e del
Tasso; l'altra, risalendo il Tirreno, giunse in
Toscana e ispirò la poesia di Dante, del Petrarca e
del Boccaccio.
La terza, la danzatrice, che rivela l'armonia delle
forme e dell'animo attraverso la danza, reca da
Milano, come dono votivo della viceregina d'Italia,
un candido cigno.
Nel terzo inno, il poeta immagina che le Grazie,
turbate per la potenza delle passioni umane, che
mette in forse i loro doni, trovino soccorso e
protezione in Pallade, che sul suo cocchio le guida
in un'isola remota e beata, inaccessibile agli
uomini, ove essa si rifugia quando essi si
abbandonano alla furia guerresca. Là alle dee minori
Pallade fa tessere un velo raffigurante quanto di
sacro e prezioso offre la vita umana: la giovinezza,
l'amore coniugale, la compassione, l'ospitalità,
l'amore materno. Protette da questo velo e capaci
ormai di raddolcire le passioni pur senza dovere
temerne il contagio, le Grazie potranno tornare alla
terra e diffondere di nuovo fra i mortali i loro
doni.
Il poeta chiude il carme con l'invocazione alle
Grazie, che mirino consolatrici la più infelice
delle donne da lui, la Bignami, e ridestino nei suoi
occhi il sorriso e con la promessa di rinnovare ad
esse, al ritorno dell'aprile di ogni anno, il sacro
rito.
Critica
Già nel 1803, in uno scritto a commento della sua
traduzione della "Chioma di Berenice" di
Callimaco, il Foscolo aveva inserito alcuni versi
suoi fingendoli tradotti da un antico inno alle
Grazie; più tardi, nel 1812 e 1813, a Venezia,
Bologna e Firenze, riprese il progetto di un carme o
inno, lo sviluppò, ampliandolo in tre canti.
L'opera è una specie di storia poetica
dell'incivilimento umano, sulle orme di Vico,
un'opera, dunque, più complessa ancora dei
"Sepolcri", mentre il tema è tipicamente
neoclassico. Il poemetto non venne mai terminato e
solo dopo la morte del Foscolo fu messo insieme dagli
editori, con criteri diversi; sicché l'opera che
oggi leggiamo è costruzione dei critici e comprende
tanto passi che probabilmente il Foscolo considerava
definitivi, quanto altri che intendeva ancora
rivedere e che non sono collocati al loro posto
esatto. Anche per questa ragione si è potuto parlare
facilmente di opera frammentaria.
"Le Grazie", perciò, sono come una
raccolta di liriche, riportabili tutte ai motivi e ai
caratteri propri del Foscolo, che vi ferma stati
d'animo, paesaggi, fantasie, donne amate, intonando
ogni tema a un medesimo gusto neoclassico, a una
stessa eleganza perfettissima di stile, di lingua e
di verso, a una stessa ispirazione centrale, il mito,
alternativo al triste presente, delle Grazie che,
nate dal mare, diffondono col loro sorriso la
civiltà delle arti e ingentiliscono gli animi.
Il poemetto è come il momento di arrivo e di
conclusione dell'arte di Foscolo, che, partito
dall'irruenza passionale dell'"Ortis", era
venuto cercando via via una poesia nella quale gli
affetti, le passioni, gli spiriti guerrieri dell'uomo
fossero ancora presenti, ma come in controluce,
filtrati, depurati, bruciati. Nelle
"Grazie" il mondo affettivo del Foscolo vi
è tutto presente, ma sollevato a una sfera di
bellezza ideale.
Le Grazie rappresentano l'armonia cui deve tendere
l'uomo. Il silenzio, che appare nell'episodio del
"velo", è il simbolo della moderazione che
porta dunque all'armonia. L'uomo può raggiungere
l'armonia solo appoggiandosi a valori (giovinezza con
le sue speranze, amore coniugale, ecc.) proposti dal
Foscolo ne "Le Grazie".
Ne "Le Grazie" abbiamo l'universalizzazione
del dato reale. Abbiamo scritto che "Le
Grazie" si rifanno al Vico, il quale parlava di
corsi e ricorsi della storia, per cui è possibile
ricavare il concetto che la storia è maestra di
vita.
"Le Grazie" rappresentano la poesia, la
musica, la danza. Esse si possono riferire alla
poesia neoclassica (canto della bellezza).
E' stata notata la politicità de "Le
Grazie", nel senso che vi è stato riconosciuto
un mondo spirituale, una sostanza d'affetti, una
esperienza autobiografica del tutto dominata. Il
significato dell'opera è la celebrazione delle
Grazie come simbolo di bellezza e armonia, non in
senso estetico, ma morale e civile, come
civilizzatrici dell'uomo.
"Le Grazie" rappresentano la più completa
fusione tra Romanticismo e Neoclassicismo.
Romantiche, nella misura in cui si esprimono i propri
sentimenti. Neoclassiche perché si sente la vita
armonica, misurata, con l'uomo al centro
dell'universo. Nel Foscolo c'è il Romanticismo come
contrasto tra ideale e reale, come autobiografia, ma
anche Classicismo, come misura, armonia della vita.
"Le Grazie" ebbero alterna fortuna. Due
ragioni determinarono una prolungata trascuratezza di
quest'opera per tutto il corso dell'Ottocento e anche
oltre quel secolo: la prima fu che agli spiriti
patriottici del Risorgimento esse non dicevano niente
dell'animo appassionato del Foscolo, che tutto si
sentiva vibrare entro "I Sepolcri"; la
seconda fu il giudizio negativo che sul poemetto
venne dato e ribadito dal De Sanctis, per il qual il
Foscolo qui si presenta "con tutto l'apparato
dell'erudizione, in una forma finita, dell'ultima
perfezione: ci si vede l'artista consumato; appena ci
è più il poeta".
Nel Novecento "Le Grazie" vennero
rivalutate. Il Flora e altri critici sostennero che
quest'opera rappresenta il culmine della poesia
foscoliana.
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Bibliografia
Petronio, G. L'attività letteraria in Italia. Palumbo,
1970
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Pagina aggiornata il 16.03.02
Copyright 2000-2007 Valentino Sossella
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