Denby fa di professione il
critico cinematografico e risulta all'anagrafe il
marito di quella deliziosa scrittrice che è Cathleen
Schine.
Stanco di vedere soltanto film, spesso mediocri, e di
leggere quotidiani e riviste, decide di dedicarsi a
qualcosa di più serio, nientemeno che al paziente
studio dei libri che hanno contribuito a fondare la
civiltà occidentale*.
Per disciplinare maggiormente il suo sforzo e per
valutare meglio l'impatto di questi testi sui lettori
contemporanei, Denby decide, a 48 anni, di tornare
sui banchi dell'università, alla Columbia.
Il libro è il resoconto di questa singolare
esperienza, dove alle meticolose e circostanziate
note critiche fanno da contrappeso ampi brani
autobiografici.
Un approccio alla critica letteraria che risulta
seducente per il lettore comune, un libro del tutto
alieno dai gerghi iniziatici e dalla presunta
scientificità delle teorie d'avanguardia, ma intriso
di esperienza, di vitalità, di intelligenza.
Certo, un libro divulgativo, ma non abborracciato.
L'idea di letteratura che ne viene fuori è quella
che collega le testimonianze scritte della civiltà
occidentale alla conoscenza e alla vita; i libri come
strumenti indispensabili della scoperta di se stessi
e della propria identità; lo studio dei classici
trasformato in un tentativo di superare la
superficialità e la facilità diffuse dai media; la
cultura come arricchimento interiore e avventura.
Il clima che si respira durante la lettura dei
saggi di Denby è un po' quello magico dell'Attimo
fuggente, l'indimenticabile film in cui Robin
Williams interpreta un professore affascinante,
autentico, amante della cultura.
Il registro narrativo adottato da Denby fa del suo
libro un testo di critica letteraria che si legge
come un romanzo, zeppo di interessanti considerazioni
circa l'utilità e il piacere derivanti dal corpo a
corpo con i più grandi spiriti dell'umanità.
Senz'altro uno dei libri più entusiasmanti, letti
nell'ultimo anno.
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