Jonathan Franzen, Zona disagio, Einaudi, 2006

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copertina"È più facile godere dell'adolescenza se non si ha la coscienza di sé, ma purtroppo la coscienza di sé è un sintomo imprescindibile dell'adolescenza"

"Il doppio legame, il problema della consapevolezza unita all'insignificanza non sparisce mai. Non smettiamo mai di aspettare che la vera storia cominci, perché l'unica vera storia, alla fine, è la morte"

Non ha la densità de Le correzioni, tuttavia Zona disagio (titolo originale The Discomfort Zone, 2006) conferma la capacità di Franzen di indagare i recessi dell'esperienza e della soggettività contemporanee.

Autobiografico, il libro mette a fuoco soprattutto l'adolescenza dello scrittore e la sua successiva formazione di uomo. Ecco allora succedersi l'analisi del rapporto tra fratelli, la partecipazione alla vita del gruppo dei pari con l'adesione a una singolare comunità religiosa, l'acuta percezione delle paure e delle inadeguatezze adolescenziali, la scuola e il desiderio di autonomia e di autoaffermazione perseguito attraverso la preparazione e la messa in atto di bravate goliardiche, i primi turbamenti sessual-sentimentali, la precoce scoperta della vocazione alla scrittura, maturata poi a contatto con insegnanti straordinari da cui il giovane Jonathan apprende un modo nuovo e meno superficiale di leggere, che gli permette di accostarsi ai grandi libri e ai grandi autori facendo un'esperienza autentica.

Presenza costante nella narrazione quella dei genitori, autorità da amare e da contestare, sempre animati da buoni propositi e da grande affetto verso i figli, ma talvolta invadenti, legati a tradizioni e valori superati e a idee generali piuttosto convenzionali.

Molto bello e commovente l'ultimo capitolo del libro, dedicato al bird watching e al rapporto dello scrittore con la propria madre. Franzen esplicita qui la propria consapevolezza del male di vivere e della rapidità con cui scorrono la nostra esistenza e quella delle persone cui vogliamo bene.

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Pagina aggiornata il 09.04.07
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