Per Welfare State (o Stato sociale) si intendono tutte
quelle misure che lo Stato intraprende per difendere i cittadini contro i
cosiddetti rischi della vita e i danni creati dal mercato: la
disoccupazione, l'invalidità, la malattia, la vecchiaia.
La nascita ufficiale del Welfare si deve a Lord Beveridge, economista e
uomo politico inglese, autore nel 1942 del rapporto Social Insurance
and Allied Services ("Assicurazioni sociali e servizi
connessi") meglio conosciuto come Piano Beveridge.
Ma elementi di protezione sociale erano già stati introdotti in Europa,
fin dall'Ottocento. Per esempio, già nel 1880 Bismark concepisce
per la Germania il "programma nazionale obbligatorio delle
assicurazioni".
Si tratta di iniziative che, al contrario di quanto comunemente si
crede, non nascono direttamente dalle lotte dei lavoratori, ma sono
elaborate da elite liberali quando non apertamente conservatrici,
preoccupate sì da un ipotetico scontro sociale, ma anche
dall'indebolimento fisico delle nuove leve militari.
Mentre in Europa le garanzie sociali sono state fatte proprie dalla
maggioranza dei cittadini e dei lavoratori, in America il sistema di
welfare è guardato con sospetto, perché si teme che esso
deresponsabilizzi il singolo e gli tolga quell'iniziativa e quella spinta
a darsi da fare, necessarie alla sopravvivenza e al progresso individuali
e collettivi.
Da alcuni anni il sistema di protezione sociale è in crisi anche al di
qua dell'Oceano e in principal modo in Italia. Nell'agenda politica
nazionale la riforma del Welfare costituisce una delle priorità più
scottanti, fonte di dibattiti, di polemiche, di possibili e temuti
scivoloni elettorali.
Il debito pubblico di grandi dimensioni, eredità di decenni di finanza
pubblica allegra, che ci hanno portato a vivere al di sopra delle nostre
possibilità, unitamente all'invecchiamento progressivo della popolazione,
dovuto alla bassa natalità, ma soprattutto allo straordinario
miglioramento delle condizioni di vita, costringono chi ci governa a
varare al più presto una riforma dei sistemi pensionistici, sanitari e di
sostegno alla disoccupazione.
Il gettito finanziario dello Stato, ottenuto tramite la tassazione dei
cittadini, non consente più di sostenere l'attuale rete di garanzie.
Dovremo a malincuore abituarci all'idea di andare in pensione più tardi e
con un reddito minore e di contribuire, magari parzialmente ma
direttamente, alle spese per la sanità e l'istruzione.
Soprattutto sembra mutata in questi ultimi anni la filosofia che
sorregge il Welfare: da una concezione puramente assistenzialista si è
passati a una logica di sussidiarietà, di responsabilità, di
opportunità, che anziché un passo indietro, rappresenta, a mio parere,
un'evoluzione positiva verso una maggiore giustizia sociale.
Per esempio, limitarsi a dare soldi a un disoccupato può contribuire
all'instaurarsi di una rassegnata passività, laddove provvedere a un
efficace sistema di formazione continua e di collocamento, può portare a
risultati più soddisfacenti non soltanto per il lavoratore, ma per le
stesse aziende.
È chiaro che una crescita economica positiva nei prossimi anni appianerebbe
molti problemi oggi dibattuti e si tradurrebbe in un maggior benessere
collettivo. Nel frattempo, molte risorse possono essere recuperate, in
Italia, promovendo una lotta agli sprechi. Responsabilizzare maggiormente
chi ha in mano, a livello centrale, ma più ancora periferico, le leve
della spesa sanitaria e per l'istruzione, comporterebbe un miglioramento
dei servizi, a costi più accettabili. Si tratta di cominciare, anche in
Italia, a premiare il merito, di favorire la carriera dei manager più
capaci e di estromettere dal potere i troppi incapaci che funestano la
vita e i bilanci della Pubblica Amministrazione.
Si tratta inoltre di eliminare i privilegi di cui godono alcune
categorie professionali, che contribuiscono ad alleggerire le tasche della
maggioranza dei cittadini.
Ciascuno di noi deve cominciare poi, a mio avviso, a percepirsi come un
cittadino più maturo, responsabile verso se stesso, la propria famiglia,
la comunità in cui vive, ma anche verso le generazioni future, preparato
ad affrontare al meglio sia il lavoro, che la vecchiaia e la pensione.
Che non significa abbandonare il singolo a sostenere l'ingenerosa lotta
per la vita, bensì promuovere il compiuto sviluppo di una società che
faccia propri i valori di uguaglianza, libertà e solidarietà.
A proposito di libertà, sono personalmente favorevole all'istituzione,
promossa da molti riformatori del Welfare, del cosiddetto reddito minimo
garantito. Una società veramente umana deve permettere che tutti i propri
membri possano soddisfare i più elementari bisogni, al di là della
propria partecipazione al ciclo produttivo. Sarebbe un deterrente verso le
nuove forme di schiavismo che si stanno diffondendo nel mondo del lavoro e
stimolerebbe gli imprenditori a offrire lavori che non permettano la
semplice sopravvivenza, ma favoriscano l'autorealizzazione della persona.
Riferimenti bibliografici
Boeri T. Uno
stato asociale. Perché è fallito il welfare in Italia, Bari, Laterza,
2000
Boeri T., Perotti R., Meno
pensioni più welfare, Bologna, Il Mulino, 2002
Reboani P., Sacconi M., Tiraboschi M., La
società attiva. Manifesto per le nuove sicurezze, Venezia, Marsilio,
2004