Il cammino della medicina negli
ultimi cinquant'anni ha subito un'accelerazione tale per cui molti sogni
coltivati dall'uomo nei secoli passati si sono tradotti in realtà.
Tra questi la possibilità di eseguire trapianti di organo da un
donatore a un ricevente.
Oggi rene, polmone, cuore, pancreas, fegato possono essere trapiantati con
successo, consentendo a molti malati di prolungare la propria esistenza
in modo soddisfacente.
Ciò è stato reso possibile grazie ai progressi congiunti compiuti
in numerose discipline: la rianimazione, l'immunologia, la
farmacologia e la chirurgia.
Le conquiste della medicina
tecnologica, se da un lato ci rallegrano e ci danno speranza,
dall'altro aprono problemi nuovi.
Il trapianto è un intervento
salvavita per migliaia di persone la cui malattia ha raggiunto uno
stadio ormai terminale. Rappresenta una speranza concreta per chi
soffre, ma anche un gesto di generosità, di solidarietà, di
altruismo da parte del donatore e dei suoi familiari, nonché la
possibilità di perpetuare, attraverso l'organo donato, la propria
vita oltre la morte.
I dilemmi aperti rimangono però tanti.
Un
tempo la morte rappresentava un evento netto, definitivo, coincideva
con la cessazione del respiro e, in epoche più recenti, con l'arresto
del cuore.
Le nuove tecniche rianimatorie hanno spostato il concetto
di morte a un altro organo: il cervello, o più propriamente
l'encefalo. La morte cerebrale, l'elettroencefalogramma piatto,
l'assenza dei riflessi del tronco cerebrale sono oggi i criteri impiegati
per accertare la morte di una persona.
Una persona, che solo
convenzionalmente possiamo definire cadavere, nell'accezione
tradizionale del termine. Qui manca il classico rigor mortis,
anzi il cuore batte ancora, i polmoni respirano grazie a una macchina,
il sangue circola nutrendo le cellule.
E infatti soltanto su un
cadavere con cuore battente è possibile eseguire il prelievo di
organi per il trapianto, che necessita tecnicamente di tessuti ben
irrorati e funzionanti.
Al di là degli inquietanti calcoli e
commerci criminali, legati al traffico di organi, di cui la stampa ha
denunciato a più riprese l'esistenza, sono concetti, quelli
introdotti dalla medicina contemporanea, troppo recenti perché l'uomo
della strada non reagisca istintivamente con angoscia e sgomento.
Sovente
la decisione di donare gli organi deve essere presa nel momento del
massimo dolore, causato dalla perdita, spesso improvvisa, di un
familiare a cui si era legati da profondi vincoli d'affetto. Per
giunta, si deve decidere in un ambiente asettico, come le moderne
rianimazioni, illuminato da luci artificiali, circondati dal rumore
monotono e snervante di macchine che tengono il più delle volte in
vita persone in condizioni critiche.
Proprio per questi motivi la
medicina contemporanea ha la pressante esigenza di umanizzarsi, di
rispondere ai bisogni umani di aiuto, di sostegno psicologico, di
amore, di elaborazione del lutto che non si possono soddisfare
abitando rigidamente il regno della tecnica.
Io credo che i
trapianti siano una grande conquista dell'umanità, ma nello stesso
tempo ritengo che i medici e gli altri tecnici della salute debbano,
come molti già fortunatamente fanno, mantenere il cuore e la mente
aperti al dubbio, alla riflessione etica, all'ascolto, alla
possibilità di cambiare opinione e comportamenti alla luce di nuove scoperte
e soprattutto nel rispetto dei convincimenti di chi soffre.
L'avanzamento
tecnologico deve procedere di pari passo con l'avanzamento culturale e
soprattutto morale. Il mito di Prometeo, per quanto eroico e
affascinante sia, non può costituire l'unico modello cui ispirare i
nostri comportamenti.
Quando si parla dell'esistenza delle persone,
le cifre e i facili trionfalismi non esauriscono le questioni: il
dibattito sulla vita e sulla morte è lungi dall'essersi concluso.