I progressi della medicina tecnologica consentono oggi
di mantenere in vita persone che soltanto qualche decennio fa, in assenza
di tecniche rianimatorie e chirurgiche avanzate, erano destinate a
soccombere.
Le moderne tecniche creano tuttavia nuovi problemi. Non sempre il
prolungamento quantitativo è accompagnato da un corrispondente
livello della qualità della vita. Può accadere che la malattia sia grave
e irreversibile, che la persona non sia più in grado di esprimersi
e di relazionarsi col mondo esterno, che le terapie e le apparecchiature biomedicali servano soltanto a rinviare nel tempo il
momento della morte, ma non ad alleviare le sofferenze del malato. Si
parla allora di accanimento terapeutico, un concetto ancora non definito dagli esperti nei dettagli e tuttavia un concetto chiave,
significativo, sempre più rilevante nel dibattito bioetico contemporaneo.
L'accanimento terapeutico, ossia il prolungamento artificiale della vita oltre i
propri limiti, si configura come un modo di procedere della medicina
contemporanea, ritenuto ormai inadeguato sia dai rappresentanti delle
organizzazioni dei medici
che dal mondo laico e persino da autorevoli esponenti della Chiesa
cattolica.
Un caso emblematico, che ha creato emozione nell'opinione pubblica, è quello
di Eluana Englaro. La donna, in seguito a un incidente stradale, rimase in stato vegetativo permanente per
anni, finché il padre ottenne dai magistrati, nel 2008, l'autorizzazione a
sospendere i trattamenti, interrotti poi definitivamente nel
gennaio-febbraio 2009, tra polemiche, accuse, commozione popolare e
grancassa mediatica.
In questo caso il padre si appellò ad una presunta volontà della
figlia, espressa quando la ragazza era ancora capace di intendere e di
volere. Tale volontà, ricostruita dai magistrati sulla base delle
testimonianze di parenti, amici e insegnanti di Eluana, si configura, nel
vuoto legislativo italiano, come una sorta di sostituto del cosiddetto Testamento biologico. Un Testamento biologico ante
litteram.
Il Testamento biologico (living will) o Dichiarazioni anticipate
di trattamento (DAT), da non confondere con
l'eutanasia, è infatti una dichiarazione anticipata di volontà, un documento
con valore legale nel quale una persona, ancora in possesso delle proprie
facoltà mentali, esprime le sue volontà circa i trattamenti cui dà il
consenso di essere sottoposta, qualora si trovasse in determinate
condizioni critiche.
Negli Stati Uniti è una pratica diffusa dagli anni Novanta, senza che
ciò abbia comportato particolari difficoltà nell'attuazione, sia di ordine etico
che pratico.
Sempre nei Paesi Anglosassoni, è consentito delegare a una persona
di fiducia (fiduciario), cui si è legati da duraturi e documentati vincoli
d'affetto, il compito di concordare col medico le procedure da attuarsi
nel caso si sia colpiti da una malattia allo stadio terminale e non si sia
più in grado di impartire le proprie volontà, perché in stato di
incoscienza.
In Italia una legge sul Testamento biologico non è ancora stata
varata, nonostante il forte impatto emotivo sull'opinione pubblica del
caso Englaro lasciasse presagire una rapida approvazione, perché non si
è ancora arrivati a un accordo se considerare nutrizione e idratazione
artificiali come accanimento terapeutico.
Il vuoto legislativo lascia la persona terminale tuttora in balia
della discrezionalità e del paternalismo della classe medica. Senza
contare che qualora un medico decidesse di sospendere i trattamenti di
un malato terminale, senza più speranza di ripresa, potrebbe, secondo le
leggi in vigore, essere accusato di omicidio volontario.
Ciò, nonostante le difficoltà di carattere morale circa il Testamento
biologico sembrino abbastanza facilmente superabili. Sono quelle relative
all'evenienza che la persona muti
opinione del corso della vita (basta, in questo caso, riformulare il proprio
Testamento biologico, che deve essere sempre revocabile); sulla
possibilità degli operatori sanitari di manifestare la propria obiezione
di coscienza (deve essere consentita); sulla probabilità che nel
frattempo intervengano progressi della scienza medica (basta, in questo
caso, far leva su una corretta informazione medico-assistito); sulla eventualità di abusi,
scongiurabili attraverso un potenziamento dei servizi di terapia del
dolore, di cure palliative e di assistenza domiciliare.
Il Testamento biologico risponde a una nuova sensibilità che si è
diffusa tra la gente. È un diritto, sempre più reclamato, ad
autodeterminarsi e a restituire nuova dignità al morire. Il ritardo con
cui in Italia si è giunti finalmente a un dibattito politico, si spera
conclusivo, sul Testamento biologico, è dovuto a remore di natura
religiosa, ma soprattutto al fatto che la nostra società edonista e
consumista tende a rimuovere esperienze come la malattia e la morte, che
disturbano la nostra falsa coscienza di acquirenti di merci, spettacoli e
divertimenti.
Eppure la vita e la morte sono due processi inscindibili. Garantire a
tutti di morire più dignitosamente significa, usando un paradosso soltanto
apparente, elevare la qualità della vita e garantire la preminenza della
libertà dell'individuo sull'uso scriteriato della tecnica.
Riferimenti bibliografici:
Aramini, M., Manuale
di bioetica per tutti, Milano-Roma, Paoline, 2008
Boraschi, A., Manconi, L., Il dolore e la politica. Accanimento
terapeutico, testamento biologico, libertà di cura, Milano, Bruno
Mondadori, 2007
Milano, G., Bioetica: dalla A alla
Z, Milano, Feltrinelli, 1997
Tallacchini, M., Terragni, F., Le
biotecnologie. Aspetti etici, sociali e ambientali, Milano, Bruno
Mondadori, 2004