Il terremoto ad Haiti

Haiti è un'isola. Molti di noi non lo sapevano prima della drammatica notte del 13 gennaio 2010. Prima che le agenzie battessero la notizia del terribile terremoto che ha devastato il piccolo stato caraibico. Solo allora tutti abbiamo preso consapevolezza dell'esatta collocazione geografica di Haiti, osservando le cartine diffuse alla tv da tg e speciali, oppure consultando le mappe stampate da quotidiani e settimanali, o più semplicemente, come succede sempre più spesso, attingendo le nostre informazioni direttamente da Internet, cliccando in questo caso su Google Maps. 

Port-au Prince, la capitale dello stato haitiano, di cui molti di noi ignoravano l'esistenza, è diventata di colpo la città più famosa del mondo.

E abbiamo visto, da subito, le foto e i filmati che fanno ormai in modo che ogni fatto, verificatosi magari a migliaia di chilometri di distanza, ci appaia, in tempo reale, in tutta la sua cruda consistenza. E, anche in questo caso, un ruolo nuovo, ma sempre più importante, lo ha giocato l'attuale tecnologia: i telefonini, ma anche You Tube e i social network. Le immagini e le notizie che ci sono state fornite, ci sono apparse di una durezza e di di una violenza fortissime, purtroppo quelle cui ci hanno ormai abituato simili catastrofi: cadaveri insanguinati, feriti urlanti, superstiti in lacrime, ambulanze a sirene spiegate, soccorritori alacremente al lavoro, caos e macerie dappertutto.

Anche ad Haiti si è visto come l'essere umano, posto di fronte a immani tragedie, dia il meglio e il peggio di sé. Accanto ai soccorritori, ai volontari, alle forze dell'ordine, ai membri delle organizzazioni internazionali e delle associazioni private, ai medici ed infermieri, che non hanno  risparmiato le energie nel tentativo di salvare vite umane e limitare le sofferenze di un popolo duramente colpito, si è assistito a ruberie, disordini, saccheggi, linciaggi, violenze e vendette, soltanto in parte giustificati dalla fame che attanaglia la popolazione e che sembrano aver cancellato di colpo secoli di civiltà per riportare l'uomo allo stato di natura.

La stima dei morti e dei feriti è ancora provvisoria. I morti, alla fine, secondo alcune fonti accreditate, potrebbero salire a 350mila. Gli sfollati ammontano a 800mila. 
Milioni sono stati i bambini colpiti, alcuni morti sotto il crollo degli edifici, moltissimi altri rimasti orfani, tutti comunque, anche quelli fisicamente incolumi, vittime di una tragedia per loro incomprensibile.

Haiti è un paese povero, di otto milioni di abitanti. La sua è ancora un'arretrata economia agricola. La maggioranza degli abitanti vive con meno di due dollari al giorno.
Subito dopo il terremoto è scattata una competizione internazionale per soccorrere ed aiutare gli haitiani. Tra i primi, si è mobilitato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, insignito proprio lo scorso anno del premio Nobel per la pace. 
Certo, dietro gli aiuti internazionali in favore della popolazione colpita e per la ricostruzione di tutto un Paese, non c'è soltanto la generosità; ci stanno preoccupazioni strategiche e interessi geopolitici. Sono molti gli Stati del mondo che cercano di attirare Haiti nella loro sfera di influenza.

Ma cataclismi di questa portata, generatori di una grande sofferenza umana, al di là degli interessi economici e di potere sollecitano sicuramente lo spirito di collaborazione, la compassione e una autentica solidarietà fra gli uomini. Quella che deriva dal riconoscere nell'altro colpito dalla sventura, il nostro prossimo, nostro fratello, noi stessi. È in nome della solidarietà e della fratellanza che non soltanto gli organismi internazionali, ma milioni di anonimi cittadini, di ogni classe sociale, non hanno esitato a versare il loro obolo in denaro a favore della popolazione haitiana colpita. Sperando che gli aiuti servano a curare i feriti e a ricostruire abitazioni, strade, scuole, ospedali, porti, aeroporti, reti elettriche ed idriche e non ad alimentare la corruzione e i loschi traffici dei potenti di turno.

Ha scritto significativamente su Newsweek, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama: "All'indomani di questa catastrofe, siamo consapevoli che la vita può essere crudele in modo inimmaginabile, che il dolore e la perdita sono assai spesso ripartiti tra gli uomini senza alcuna giustizia né pietà, che 'l'ora sbagliata e la casualità' investono tutti noi. Ma proprio in questi momenti, proprio quando siamo messi di fronte alla nostra stessa fragilità, riscopriamo la nostra comune appartenenza al genere umano. Guardiamo negli occhi del nostro prossimo e vediamo noi stessi. E così gli Stati Uniti d'America guideranno il mondo in questa grande missione umanitaria. Questo è un lascito della nostra storia ed è così che risponderemo alla sfida che ci troviamo davanti".

Questa volta non credo si tratti soltanto di parole al vento, frutto della solita, inconcludente retorica politica. Ora vigiliamo tutti affinché alle parole seguano i fatti.

Riferimenti bibliografici:
Obama, B., "Haiti siamo noi", L'espresso, 28 gennaio 2010, p. 24-27

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Pagina aggiornata il 25.01.10
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Valentino Sossella