Abbiamo partecipato tutti, tramite le notizie e le immagini
trasmesse dai media, con Internet e i social network questa volta
protagonisti a supportare
stampa e tivù, alla catastrofe che si è abbattuta nel mese di aprile
sull'Abruzzo. I morti, i feriti, i dispersi, gli sfollati, le urla di dolore, la
sofferenza fisica e psicologica di vittime e sopravvissuti. Tante vite
spezzate di uomini e donne, bambini, giovani, vecchi. Tanti progetti esistenziali
interrotti dalla prepotenza di un disastro naturale, senza che nessuno di
noi sappia fornire una giustificazione plausibile a tanto crudele scempio.
E la solidarietà dei soccorritori: vigili del fuoco, speleologi,
militari, operatori sanitari, forze dell'ordine, volontari e semplici cittadini, tutti
accomunati nella volontà di portare aiuto, a scavare a rischio della
vita, tra il sangue, il fumo e le macerie, malgrado l'angoscia che una
sciagura di tale portata induce nell'animo di tutti.
Un'angoscia che talvolta fa voltare la faccia, distogliere lo sguardo,
malgrado le quotidiane rassicuranti spiegazioni scientifiche degli esperti, con i loro calcoli e i
loro gradi Richter. Personalmente, ho
provato l'impulso di spegnere il televisore, di negare l'esistenza di
un'esperienza così traumatica, che ci obbliga a identificarci con le
vittime e il loro dolore. Ho cercato di pensare ad altro per non dovermi
misurare con domande cui so già di non saper rispondere.
Ho pensato che la Natura, che tanto ingenuo ecologismo vorrebbe
soltanto
benefica, sa essere leopardianamente matrigna, ingannatrice, indifferente
alla nostra sorte, e a noi non resta altra possibile reazione, di fronte a
tanta crudeltà, che essere solidali l'un l'altro.
Eppure anche un disastro naturale di enorme portata come un terremoto,
passato il disorientamento traumatico dei primi giorni, fa sorgere dentro
di noi il rabbioso sospetto che ad acuire il dramma di decine di migliaia di
persone ci siano stati, a monte, dei comportamenti umani scorretti, dei
profitti illeciti, delle scelte politiche sbagliate.
Perché per esempio nessuno ha ascoltato le previsioni di Giampaolo
Giuliani, il sismologo del laboratorio scientifico del Gran Sasso che aveva
denunciato con anticipo l'incremento di emissione di gas radon dagli
strati profondi delle rocce? Perché case appena costruite, si immagina
con tecnologie aggiornate, si sono sgretolate, mentre vecchi edifici hanno
resistito alla furia delle scosse? Le norme antisismiche sono state rispettate
dai costruttori, o aggirate con la complicità della burocrazia? Quante necessarie
verifiche, quanti controlli sono stati omessi?
In Abruzzo non sono crollati soltanto edifici privati, ma anche la Casa dello
Studente, gli ospedali, persino la prefettura, ganglio vitale della
gestione dell'emergenza. Tutte strutture che avrebbero dovuto resistere a
terremoti di intensità maggiore di quello che ha colpito L'Aquila e
dintorni.
Che in Italia ci sia più della metà del territorio a rischio sismico è
un fatto noto da anni. Però noi, al contrario di Giappone e California, paesi
dove la terra trema di frequente, non sappiamo far tesoro delle dure
lezioni del passato. Da noi, grazie a lentezze, inefficienze e sprechi, il
cemento armato è sostituito dal cartongesso, le morti evitabili sono sempre
troppe e i terremotati continuano a vivere nelle
baracche decine di anni dopo il sisma.
Passato il drammatico impatto dei giorni immediatamente susseguenti
il sisma, accompagnati dal sentimento di cordoglio per le vittime, il
terremoto in Abruzzo ci offre oggi l'ennesima occasione per affrontare
una fredda e cruda disamina della società italiana e della sua cultura. Come ci ha ricordato il
giornalista e scrittore Giorgio Bocca, in un suo autorevole articolo su L'Espresso, in Italia dominano purtroppo ancora l'improvvisazione, il
fatalismo, l'interesse particolare e la complicità col potente di turno.
Malgrado l'apparente progresso tecnologico e l'incremento dei consumi, è
tuttora una morale atavica e meschina, sedimentata in secoli di
dominazioni straniere, quella che alberga nell'animo italiano. Una morale
da poveracci: "tirare a campare e, se si può, rubarci sopra".
In molti, memori delle funeste esperienze del passato in casi simili,
presagiamo già come andrà a finire: tante promesse, le responsabilità
del disastro negate o insabbiate, i soldi della ricostruzione gestiti da
mafie e conventicole varie, i costi gonfiati, i tempi dilatati. L'eterna
Italia dell'assenza di senso civico e dei diritti negati del cittadino,
la patria dei furbi che campano sul lavoro dei fessi.
Aveva ragione Massimo D'Azeglio: "Abbiamo fatto l'Italia, ora
dobbiamo fare gli italiani".