Personalmente non ho una simpatia incondizionata per
le rivoluzioni. La storia ci insegna che spesso le rivoluzioni si accompagnano
a dolorosi bagni di sangue e alla costruzione, sulla base di utopie
costruite a tavolino, di veri e propri inferni sulla terra. Gli uomini
hanno una natura contraddittoria e sembra che l'esistenza umana mal
sopporti un surplus di pianificazione e di perfezione.
Tuttavia è innegabile che l'economia, che il capitalismo ha portato a
trionfare nella maggior parte dei Paesi del mondo, abbia prodotto e stia
tuttora producendo degli effetti secondari inquietanti, che preoccupano
ormai buona parte dell'opinione pubblica.
La maggior parte di noi apprezza le conquiste scientifiche e tecniche, i
raggiungimenti in termini di ricchezze e comodità conseguiti in Occidente
durante la gloriosa evoluzione della sua economia, che tanti benefici ha
prodotto, lasciando per strada purtroppo anche tante vittime.
Come apprezza il febbrile dinamismo che
caratterizza l'homo economicus: tutti ammiriamo il dipendente stakanovista,
l'imprenditore che produce merci sempre nuove, il self made man che sa
salire nella scala sociale per merito del lavoro indefesso e dell'abilità
personale. Ma qualcosa nell'edificio della vincente e globalizzata
economia capitalistica sembra vacillare. L'organizzazione della vita
occidentale lascia insoddisfatta una parte crescente di cittadini e
consumatori. Nuove aspirazioni e nuovi bisogni si sono fatti strada
progressivamente nella coscienza collettiva negli ultimi decenni.
Se non una vera e propria rivoluzione nel modo produrre e di organizzare
l'esistenza, pur invocata da molti, molti di noi reclamano un deciso
cambiamento di rotta a livello globale.
Il parossistico sviluppo dell'economia, l'inseguimento della crescita
economica a qualsiasi costo, l'ossessione per l'incremento del Prodotto
Interno Lordo hanno provocato problemi che rischiano di trasformarsi in
catastrofi: inquinamento dell'aria e dell'acqua, desertificazione di
intere regioni, diffusione delle piogge acide, cambiamenti climatici
indotti dall'effetto serra, riduzione dello strato di ozono, estinzione
di molte specie viventi, carestie, sovrappopolazione.
A livello sociale aumenta il divario tra Paesi ricchi e Paesi in via di
sviluppo, tra chi ha troppo e chi non ha il necessario. Nelle città
aumentano la violenza, la solitudine, l'insicurezza e la mancanza di
valori morali di riferimento. Anche nell'ambito delle popolazioni più
ricche, il senso di appartenenza a una comunità e la solidarietà sono
soffocate dalla corsa al profitto e all'interesse personale. L'ideologia
della crescita e del consumo illimitati sta mettendo in crisi i sistemi
di welfare dei Paesi più evoluti. La spesa sanitaria, per esempio,
indotta da uno sviluppo tecnologico che non accetta limiti, sta
diventando insostenibile per molti Stati un tempo modello di buona amministrazione.
Sono in pericolo la sopravvivenza della specie e la qualità della
vita. I cultori delle scienze sociali ci assicurano che la felicità
individuale non è proporzionale al guadagno: oltre un certo reddito
sono altre le circostanze che determinano la soddisfazione personale.
L'accumulo di denaro non sembra in grado di rispondere pienamente alle
esigenze umane più profonde.
Senza falsi e azzardati moralismi è forse giusto invocare un
cambiamento che metta in primo piano, nell'ambito della produzione e
delle esistenze individuali, la qualità a scapito della
quantità. Occorre una critica responsabile e costruttiva al consumismo
imperante che ci sta sommergendo di rifiuti, che ci obbliga a ritmi di
lavoro insostenibili, che sta esaurendo le risorse del pianeta. Occorre
una partecipazione autenticamente democratica dei cittadini al governo
della cosa pubblica. Bisogna cominciare a ragionare in termini globali,
superando le logiche utilitaristiche e nazionaliste.
Senza sovvertimenti radicali che rappresentano altrettanti salti nel
buio, molto si può e si è incominciato a fare, sul piano della
salvaguardia dell'ambiente e della solidarietà sociale. Molti cittadini
hanno compreso che la crescita illimitata è un mito pernicioso, non
costituisce più un obiettivo legittimo e auspicabile. Come ha fatto
notare un eminente economista, Giorgio Ruffolo, in un suo recente
scritto, "Solo i conti in banca crescono al ritmo assurdo degli
interessi composti, gli alberi e i bambini a un certo punto si fermano,
i primi per verdeggiare di più, gli altri per ragionare meglio (si
spera)".
Soprattutto sono tanti coloro che hanno acquisito la consapevolezza
che preservare il nostro pianeta per consegnarlo integro alle future
generazioni, affinché ne possano godere la bellezza e l'integrità
delle risorse, è un imperativo morale cui non si può derogare.
Riferimenti bibliografici
Bologna G., Manuale
della sostenibilità. Idee, concetti, nuove discipline capaci di futuro,
Milano, Edizioni Ambiente, 2005
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sviluppo sostenibile, Bologna, Il Mulino, 2002
Ravaioli C., Il quanto e il quale. La cultura del mutamento,
Bari, Laterza, 1985
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alla crescita. Ambiente, occupazione, giustizia sociale nel mondo
neoliberista, Roma, Editori Riuniti, 2000
Robertson J., Economia compatibile, Milano, Red, 1993
Ruffolo G., Lo
sviluppo dei limiti. Dove si tratta della crescita insensata, Bari,
Laterza, 1994
Link di approfondimento:
http://www.ipcc.ch/
http://www.unep.org/