Io non sono fra quelli che
considerano lo sport un'attività pratica priva di valore, da lasciare a
coloro che hanno poco cervello.
Già nell'antica Grecia all'attività fisica veniva assegnato rilievo
nell'educazione della gioventù e fra i testi classici della civiltà
occidentale è entrato a far parte, nel secolo scorso, il famoso Homo
ludens (1938) dello storico e pensatore olandese Jan Huizinga, che riconosce nel gioco uno
dei bisogni fondamentali dell'uomo.
Certo, l'attività fisica e il bisogno di gioco e competizione si
sono trasformati nei secoli nello sport moderno, in cui l'atleta è
diventato un professionista. Huizinga vedeva in ciò una degenerazione.
Io non la penso allo stesso modo: basta recarsi allo stadio a vedere una
partita di calcio professionistico, per ammirare con quale sapienza gli
atleti occupino gli spazi di gioco, con quale sincronia si muovano sul
campo, con quale maestria tocchino la palla, di come i muscoli dei loro
corpi siano scolpiti da ore di lavoro e di allenamento.
Ma anche in sport più individuali, come per esempio il ciclismo, è
difficile non entusiasmarsi per la bellezza e l'aura eroica che circonda il ciclista, che da solo procede
nell'ascesa di una ripida montagna, accorto nel dosare lo sforzo,
concentrato, capace di sagacia tattica oltre che di forza fisica.
Si tratta di spettacoli di grande valenza estetica, ma ancora
più importanti per la collettività sono i valori che lo sport veicola.
Ogni gioco ha regole serie, comporta la competizione nel rispetto
dell'avversario, l'impegno, la giustizia, la dedizione, il sacrificio,
la lealtà, la tolleranza, l'esplorazione dei proprie capacità e dei
propri limiti, la capacità di reagire alle avversità, di rialzarsi dopo una caduta
reale o metaforica.
Nel momento in cui si esibisce, il campione, anche se nella esistenza
quotidiana e privata può essere un individuo poco dotato sotto
l'aspetto intellettuale e umano, si sublima, diventa per lo spettatore
simbolo di valori e di comportamenti da attuare nella propria vita.
Un vecchio adagio vuole lo sport metafora della vita e io credo che
ci sia molta verità in questo apparente luogo comune: la vittoria e la
sconfitta, la difficoltà e il riscatto sono verità evidenti non
soltanto per l'atleta, ma per tutti noi che ogni giorno disputiamo
quella difficile, spesso faticosa, a volte gioiosa e più spesso
dolorosa partita che è la vita.
Questo preambolo per dire quanto mi abbia amareggiato e reso attonito
lo scandalo di notevoli dimensioni, almeno a quanto riportano giornali,
televisione e altri media, che
ha colpito il mondo del calcio: combine, arbitraggi pilotati,
intimidazioni, favori, conflitti di interesse, collusioni di ogni tipo,
denari, tanti, passati fra troppe mani per frodare avversari e
pubblico.
In verità di scandali nel calcio se ne parla da decenni e non passa
quasi anno che non ne emerga uno nuovo: dal calcio-scommesse, alle
partite e arbitraggi comprati, alle frodi del doping, ai passaporti
falsi, a promozioni e
retrocessioni "contrattate".
Il calcio è lo sport più importante in Italia, per motivi
culturali e socioeconomici, i più disparati: si tratta di uno sport
che risponde a un bisogno elementare (prendere a calci una palla), che si può (poteva)
praticare senza attrezzature costose, che non richiede (richiedeva)
capacità atletiche particolari, o spazi adibiti; uno sport povero, -
non a caso la nazione guida è il Brasile - , che andava benissimo come sport
di massa per l'Italia povera e rurale di fine Ottocento, inizio Novecento.
E poi l'Italia è il paese delle rivalità municipali
e il calcio ben si presta ad appagare questo bisogno di antagonismo
campanilistico.
Io sono convinto che lo sport, e quindi in Italia soprattutto il
calcio, sia lo specchio della società. Questa vicenda scandalistica di
fine primavera si presta benissimo, a mio avviso, a diventare simbolo
del degrado morale, culturale, economico in cui versa il nostro Paese.
Le intercettazioni telefoniche, pubblicate dai giornali, ci danno
l'idea abbastanza precisa delle collusioni fra sport, potere
economico e potere politico, che sospettavamo, ma non credevamo così
strette e così distruttive.
Nel calcio oggi circolano molti, troppi soldi, molte società
calcistiche sono quotate in borsa. Non è più lo spettatore pagante che
porta i quattrini, ma soprattutto le sponsorizzazioni e i diritti televisivi, attorno ai quali
si scatena una vera e propria guerra senza esclusione di colpi. Molti
personaggi di primo piano della vita politica del Paese devono la loro
posizione dominante in grossa parte ai successi conseguiti come
imprenditori e dirigenti di società di calcio. Ecco perché tanti
capitani d'azienda si accollano l'onere della direzione di una squadra
di calcio, spesso impresa in perdita dal punto di vista economico: per
acquisire notorietà e autorevolezza in campo locale e nazionale, per
stringere reti di relazioni importanti, da sfruttare poi per
incrementare il proprio potere e il proprio profitto economico.
Lo scandalo del calcio, nella miseria lessicale, culturale, morale
dei suoi protagonisti, capaci soltanto, pare, di turpiloquio e di
sbavare per macchine, scorte della polizia ed orologi di marca, ma anche
per barche e donne, motivati in
gran parte da un'aggressività e una violenza totalmente svincolati dal
senso di giustizia, ci dice quanto il Potere in Italia sia inquinato
dall'incapacità di pensare in grande, di decidere per il bene della
comunità nazionale, di andare al di là del piccolo cabotaggio di
meschini interessi di bottega e del culto di una furbizia piccola
piccola, che sempre più sembra caratterizzare in ogni ambito il
comportamento degli italiani. Per descrivere il groviglio di interessi
in gioco, gli splendori e le miserie, i fitti collegamenti fra
attività disparate, le illusioni e i maneggi del variopinto mondo di
manager, affaristi, aristocratici, mediatori, dame, giornalisti,
personaggi dello spettacolo, maneggioni, allenatori, calciatori,
pubblici ufficiali, prostitute, palazzinari, mafiosi, sbirri,
politici, arbitri, designatori, cortigiani e guardialinee coinvolti
nello scandalo del calcio, descrivere il loro linguaggio e la struttura
del loro modo di pensare, attendiamo scrittori dotati della potenza
espressiva di un Balzac o di un Gadda.
Intanto un'amara considerazione: credo che quello che è capitato e
capita nel calcio, sia la regola purtroppo anche in quasi
tutti gli altri settori della vita nazionale, dove il merito, la competenza,
il rispetto della legalità sono valori sempre più negletti.
In Italia siamo ancora poveri di attrezzature e di impianti sportivi:
ciò rende gli italiani più degli sportivi da poltrona che dei
praticanti. Manca una cultura dello sport e dell'attività fisica.
Stando così le cose, non si trova di meglio che strapagare i calciatori, oltre ogni
limite imposto dalla decenza, di indebitarsi, di cavalcare lo sport come
strumento per incrementare un potere personale che poi si usa
esclusivamente per scopi privati.
E quei tifosi che vedevano nella squadra del cuore la compensazione
alle frustrazioni di una vita quotidiana sempre più grigia e difficile,
una sorta di sogno e di riscatto, hanno capito che non c'è salvezza,
non esiste scampo all'imbarbarimento dei
costumi nazionali attuali.
Riferimenti bibliografici
Beha O., Di Caro A., Indagine
sul calcio, Milano, Rizzoli, 2006