Tra i libri che ho letto di recente, Se questo
è un uomo del torinese Primo Levi è senza
dubbio quello che mi ha interessato maggiormente.
Ambientato nel campo di concentramento di
Auschwitz, forse il lager nazista più tristemente
famoso, il libro fa parte di quella vasta letteratura
ispirata nelle coscienze più sensibili dalla furia
devastatrice del secondo conflitto mondiale.
In questo diario delle sue terribili esperienze, Levi
ci descrive con grande forza espressiva il dramma di
migliaia di persone, costrette dalla follia e dalla
perversione naziste, a subire le più disumane
umiliazioni e sofferenze.
La condizione bestiale di questi uomini,
l'annientamento sia morale che fisico non impedisce
loro tuttavia di continuare a lottare senza tregua,
contro il dolore, la fame, la miseria, una lotta che
senza dubbio li nobilita e che testimonia come
l'uomo, anche nelle situazioni estreme, conservi la
speranza.
Spera infatti Wertheimer, vecchio e cadente, di
superare la selezione per le camere a gas e come lui
sperano Pinckert, Ziegler, Kuhn e tutti gli altri,
anche se il loro è un brandello di speranza pazzo,
insensato, inconfessabile, come lo definisce lo
stesso Levi.
Speranza ed istinto di conservazione sono appunto,
a mio giudizio, gli elementi principali che caratterizzano questa umanità tristemente
soggiogata, nella rappresentazione che ce ne fa Levi
nel suo libro.
Al di là di queste considerazioni va detto,
comunque, che l'obiettivo principale, che l'autore si
è prefisso, non è tanto quello di condannare,
mediante questo libro, un determinato tipo di regime
politico, quanto quello di invitare tutti gli uomini
a riflettere, attraverso questa condanna, sulle
guerra e sul corteo di disumane brutture che
l'accompagnano.
E' un invito questo che il poeta ci rivolge
esplicitamente nella poesia "Se questo è un
uomo", che fa da prologo al libro. E' una poesia
densa di accenti drammatici e che mi ha toccato
profondamente; da essa non traspare alcuna forma
d'odio, come del resto da tutto il libro, assai
misurato nei toni, ma l'invito a non dimenticare ciò
che è stato - "Meditate che questo è
stato", dice infatti Levi -, e di far tesoro
delle tristi esperienze; un invito quasi disperato.
Riguardo alla trama e ai personaggi va detto che
essi sono volutamente non ben definiti. Il ruolo che
essi svolgono è secondario; vero protagonista di
questa testimonianza narrativa è un'intera umanità,
forse tutto un periodo storico.
Lo stile di cui l'autore si avvale è semplice,
piano e nello stesso tempo incisivo e vivace. La
lettura del libro non conosce cadute di interesse,
anzi risulta sempre coinvolgente e toccante.