Tra le maggiori conquiste della moderna
medicina scientifica, figurava, sino a qualche decennio
fa, la sconfitta delle malattie infettive.
Gli antibiotici e i chemioterapici permettevano di debellare o,
perlomeno, di fronteggiare con efficacia malattie un tempo letali.
Da un paio di decadi non è più così. Prima l'AIDS, poi il virus
Ebola, quindi il virus dell'encefalopatia spongiforme bovina (meglio
conosciuta come "morbo della mucca pazza") e, infine, da
qualche settimana, il virus della polmonite atipica o Sars, acronimo di Severe
acute respiratory syndrome, agitano, al cospetto del nostro
orgoglio di abitanti dell'occidente ricco e progredito, lo spettro della
morte da contagio.
È come trovarsi, tutt'a un tratto, in un incubo terrificante di un brutto film di
fantascienza o in un medical-thriller di Robin Cook.
Gli esperti tendono a minimizzare, ostentando una falsa sicurezza,
mentre l'espressione dei loro volti tradisce la preoccupazione.
Nessuno sa ancora di preciso se la Sars si trasformerà in una pandemia
incontrollabile o se il coronavirus responsabile, attraverso successive
mutazioni, perderà a poco a poco la sua virulenza e l'epidemia si
spegnerà.
La televisione ci mostra pressoché ogni giorno cinesi che girano per le
loro città indossando mascherine da sala operatoria, piazze immense e
deserte, lucide bare con le vittime della nuova epidemia.
E noi già cominciamo ad aver paura, per noi stessi e per i nostri cari.
La speranza e la ragionevolezza, nonché l'ottimismo della volontà ci
inducono a sperare che tra qualche mese anche questa angoscia sarà
passata.
Già in alcuni paesi (Canada e Vietnam, per esempio), la malattia non
dà più segni di sè. La maggior parte degli stati occidentali è
uscita pressoché indenne dal contagio; anche in Italia i pochi casi
segnalati sul suolo nazionale non hanno prodotto vittime (il valoroso
dottor Urbani, al quale va tutta l'ammirazione dei connazionali, è
morto "sul campo", ma in Estremo Oriente).
Una lezione tuttavia la stiamo traendo, noi occidentali e italiani,
di prudenza e di umiltà. Ci credevamo onnipotenti e invece ci
scopriamo in balia di microrganismi subcellulari. Dobbiamo
probabilmente ripensare il nostro stesso stile di vita, dobbiamo con
amarezza prendere atto che la mobilità parossistica e i viaggi
transcontinentali favoriscono le epidemie.
Forse anche la nostra tolleranza e la nostra fiducia verso l'altro, il
diverso, lo straniero, così "politicamente corrette",
subiranno un rimaneggiamento. Già si comincia a respirare una leggera
paranoia da peste manzoniana, un terrore di "untori"
provenienti dall'esterno.
La nostra stessa libertà personale forse subirà necessarie
restrizioni a favore della sicurezza e del bene comune.
La nostra economia, basata sulla globalizzazione, la
dislocazione della produzione, gli intensi scambi intercontinentali,
andrà incontro a dolorosi ridimensionamenti, almeno temporanei.
La Sars ha già prodotto un arresto delle locomotive mondiali, di cui
la Cina era la capofila; l'economia mondiale, stagnante da qualche
anno, ne esce ulteriormente indebolita.
I momenti difficili, tuttavia, spesso servono a maturare e a
sviluppare una coscienza più lucida e profonda.
Credo, per esempio, che la Sars richiami ognuno di noi a quella
solidarietà auspicata da Leopardi ne La ginestra.
Possiamo prevedere che la nuova epidemia colpirà più duramente quei
paesi economicamente poveri, sottosviluppati, quelli in cui l'alta
densità di popolazione delle metropoli si coniuga alla miseria e alle
inadeguate condizioni igieniche. Quelli in cui difettano
l'organizzazione e la disponibilità di cibo e di medicinali.
Ancora una volta il confronto con la malattia e con la morte ci
richiama ai nostri doveri di esseri umani, alla carità, alla
generosità, all'impegno solidale verso i più poveri e i più deboli. Dopo tante conquiste tecnologiche,
qualche consolidamento spirituale non ci farebbe danno.
Riferimenti bibliografici
Girardi E., Greco P., Pulcinelli, C., Contagio.
La Sars e il ritorno delle malattie infettive, Roma, Editori
Riuniti, 2003
Bellaspiga L., Carlo
Urbani. Il primo medico contro la Sars, Milano, Ancora, 2004