Quando una persona arriva in quella età della
vita, in cui l'esistenza appare problematica, in
maniera direi salutare, complicata da dubbi, domande,
impasse, - spesso ciò succede nell'adolescenza
o per alcuni molto più tardi -, si incomincia ad
essere interessati alla lettura, si capisce che i
libri possono essere strumenti efficaci non soltanto
per ottenere buoni voti a scuola e intraprendere una
carriera, ma anche per capire la realtà, per
acquisire le necessarie competenze che ci permettano
di affrontarla con la speranza di venirne a capo,
compagni di strada nient'affatto noiosi e indigesti.
Spesso ci si rivolge, in un primo tempo, alla
saggistica, magari di qualità, testi compilati da
austeri intellettuali, eminenti accademici, famosi
filosofi, rampanti docenti universitari, ma talvolta
si rimane delusi dallo schematismo che vi si trova;
insoddisfatti si avverte che la realtà viene
ingabbiata in ideologie poco flessibili, forzata in
dogmi a volte incomprensibili.
E' allora che ci si consegna alla letteratura, alla
narrativa, al romanzo, in cui ci sembra sia
conservato il soffio della vita, la verde linfa
vitale contrapposta al grigio delle teorie.
Si prende allora interesse per quelle complicate e
suggestive architetture che sono i grandi romanzi,
per i loro personaggi, più veri e credibili delle
persone in carne ed ossa che incontriamo nella vita
di tutti i giorni.
Spesso Madame Bovary, il principe Myskin, Hans
Castorp, Andrej Bolkonskij, il giovane Holden
Caulfield risultano più interessanti e familiari dei
nostri amici, dei nostri conoscenti. A fatica
lasciamo la loro compagnia per riprendere le nostre
abituali occupazioni.
Durante la lettura, ci affidiamo con fiducia,
sospendendo l'incredulità, a quell'affabulatore e
taumaturgo insieme, che è il narratore, lo
scrittore.
Narrazione piuttosto estesa, in prosa, delle
vicende, realistiche o fantastiche, di uno o più
personaggi (la definizione è della
"garzantina"), non del tutto sconosciuto al
mondo antico, greco e romano, il romanzo conosce la
sua fioritura nel 18° secolo, accompagnando l'ascesa
di un nuovo ceto sociale: la borghesia. E spesso in
ambienti borghesi si intrecciano le storie narrate
nei più importanti romanzi, dal Settecento al
Novecento.
Si tratta di un genere letterario, dunque, fortemente
legato alla modernità, di cui racconta sussulti ed
evoluzioni.
Non a caso in Italia, che non ha mai avuto una solida
borghesia, lo sviluppo del romanzo ha conosciuto
ritardi e difficoltà.
L'affermazione del romanzo non è stata tuttavia,
priva di intralci ed incomprensioni. Ancor oggi un
atavico pregiudizio fa ritenere che la lettura dei
romanzi sia adatta ad un pubblico femminile in cerca
di evasioni a buon mercato e con molto tempo libero a
disposizione. Si ritiene che i romanzi siano inadatti
agli uomini, in quanto inattendibili, poco seri, poco
adatti alla gravità di un professionista, di uno
studioso, di un produttore di beni, di una persona
ben radicata nella concretezza. Manuali, trattati,
saggi scientifici vengono considerati più acconci
alla lettura di un pubblico adulto, maturo,
importante, maschile.
Eppure molti sono i meriti del romanzo. In un
mondo dominato dalla comunicazione come quello
odierno, il romanzo insegna alle persone ad
esprimersi con proprietà , usando in maniera duttile
ed estesa il linguaggio, cercando di scegliere con
precisione le parole più adatte ad esprimere il
proprio pensiero. Probabilmente nessuna scuola
sull'arte della comunicazione sa essere più efficace
della lettura individuale a appassionata dei romanzi.
In un'epoca che attribuisce grande importanza alla
psicologia, al rapporto con se stessi e con gli
altri, alla propria dialettica interiore, alla
capacità di introspezione e di lettura del
comportamento e delle emozioni di coloro che ci
circondano, il romanzo costituisce una miniera
inesauribile di osservazioni psicologiche appropriate
e raffinate.
Di più, il romanzo ci fornisce un vero e proprio
metodo (per esempio, il discorso indiretto libero
oppure lo stream of consciousness) che ci
allena a percepire meglio noi stessi e gli altri, che
ci abitua a cogliere le sfumature più delicate
dell'animo umano, che, insomma, affina la sensibilità del lettore.
Anche in questo caso, un buon romanzo distanzia, come
capacità di presa sulla realtà, qualsiasi trattato
di psicologia, che, con le sue pretese di rigore
scientifico, di frequente può risentire del clima
positivista in cui si è sviluppata questa pur
importante disciplina, con tutti i limiti che un
approccio positivista alla realtà dinamica
dell'esistenza comporta.
Abituati sin da piccoli a sviluppare la sfera
razionale di noi stessi, una razionalità spesso
fredda, strumentale e arida, che nella storia è
purtroppo in più di un'occasione sfociata in
brutture disumane ( vedi i campi di concentramento
nazisti, dove la razionalità è votata allo
sterminio), il romanzo ci abitua invece a sviluppare,
oltre al mondo delle idee, anche quello dei
sentimenti, delle intuizioni, delle sensazioni, la
parte affettiva, emotiva, irrazionale, di noi stessi.
Sviluppandola, evitiamo così che la rimozione
favorisca esplosioni irrazionali e primitive della
parte di noi stessi che troppo spesso neghiamo.
Il romanzo, inoltre, ci fa viaggiare nel tempo e
nello spazio, ci testimonia di epoche storiche
diverse, attenua il nostro senso di solitudine, ci fa
vivere altre vite, dilatando la nostra esistenza, ci
rende sensibili e ricettivi alla complessità e a
visioni della vita in antitesi con la nostra .
Il romanzo può essere definito una forma
superiore di conoscenza, quel valore aggiunto che la
scienza non riesce a darci.
Scrive giustamente lo scrittore peruviano Mario
Vargas Llosa in un suo bellissimo saggio:
"Incivile, barbaro, orfano di sensibilità e
stentato di parola, ignorante e greve, negato per la
passione e per l'eros, il mondo senza romanzi, questo
incubo che tento di delineare, avrebbe come tratto
principale il conformismo, la sottomissione
generalizzata degli esseri umani a ciò che è
stabilito".
Facciamo tesoro di questa lezione.