Il drammatico e clamoroso caso degli operai arsi nel
rogo dello stabilimento torinese della Thyssen Krupp del 6 dicembre scorso
ha richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica su un fenomeno
tutt'altro che nuovo, ma spesso ignorato dai grandi mezzi di
comunicazione: le morti sul lavoro.
Quasi ogni anno più di mille persone perdono la vita durante lo svolgimento
dell'attività lavorativa. Senza contare coloro che rimangono invalidi
più o meno gravemente a seguito di infortuni sul lavoro. Nel 2006 le
morti accertate, imputabili al lavoro, sono state 1280, nel 2007 circa
1000. Le cose, tuttavia, non andavano meglio nei decenni scorsi. Per esempio,
i dati INAIL riferiti al 1989 documentano 3542 decessi in Italia dovuti a
infortuni occorsi durante l'espletamento dell'attività lavorativa.
Il lavoro, su cui si fonda lo Stato italiano secondo la Costituzione repubblicana,
anziché fattore di benessere, di sviluppo e di autorealizzazione, può rivelarsi dunque causa
di sofferenze indicibili per i lavoratori e le loro famiglie.
Spesso, infatti, al danno succede la beffa. Le imprese sfuggono alle
loro responsabilità, cercando di camuffare la realtà dei fatti e il
risarcimento dei danni risulta nella maggioranza dei casi incerto,
ritardato e insufficiente.
Il fenomeno delle cosiddette "morti bianche" risulta essere così inquietante da
turbare la nostra coscienza di cittadini. Rappresenta la spia
drammaticamente accesa di un malessere diffuso dell'intera società,
un'ingiustizia che pochi di noi sono disposti a tollerare.
Ci mostra come dietro il trionfo mondiale del capitalismo, col suo
ostentato sfoggio di merci e di sofisticate tecnologie, si celino contraddizioni
insostenibili, cui si deve porre rimedio. La globalizzazione dei mercati, che sembrava poter
garantire una ricchezza diffusa, ha prodotto invece impietose
disparità e si macchia ogni giorno del sangue degli ultimi, di coloro che
stanno alla base del processo sociale e produttivo. Oggi, dopo che la
cronaca è tornata a puntare i propri riflettori sugli incidenti nei
cantieri e nelle fabbriche, abbiamo acquisito coscienza che non soltanto i
lavoratori possono essere estromessi con facilità dalle aziende, in
seguito alle ristrutturazioni, ma possono essere letteralmente immolati
sull'altare della produzione e dei costi da ottimizzare e contenere.
Forse viviamo davvero nell'epoca dell'"impresa
irresponsabile", per citare l'appropriata espressione di un
sociologo, Luciano Gallino, che da anni studia l'evoluzione del lavoro con
particolare riferimento alla realtà italiana. Un modello di impresa
totalmente concentrata sulla massimizzazione del profitto a breve termine
e sul suo valore di mercato in borsa mentre, nello stesso tempo, è
completamente indifferente alle ripercussioni
sociali prodotte dalle proprie decisioni e alla qualità della vita dei
cittadini.
Se l'analisi del professor Gallino è corretta ed è questo lo scenario
economico, è allora comprensibile come la sicurezza nei luoghi di lavoro
non venga percepita dai vertici aziendali come un dovere, ma come una voce
negativa sul bilancio.
Qualche anno fa uno slogan fortunato reclamava "meno stato, più
mercato". Oggi sono in molti a dubitare della verità di questa
asserzione. A mio avviso è arrivato il momento che lo stato assuma
nell'economia il ruolo legittimo di arbitro, si
assuma cioè la responsabilità di fissare le regole e di farle
rispettare. E bene ha fatto il ministro Damiano ad aumentare il numero di
ispettori deputati a svolgere nelle aziende i necessari controlli cui, in
caso di inadempienze, devono seguire le necessarie sanzioni.
Far rispettare le regole, in ogni ambito della vita economica, contribuirà, a mio avviso, a cambiare il
clima morale della nostra società. Urge riportare al centro il valore
della dignità umana. Come ha fatto notare monsignor Vincenzo Paglia,
vescovo di Terni, il luogo di lavoro deve tornare a "essere luogo
di vita e di crescita" e non "una fabbrica di morte, di vedove e
di orfani". L'uomo deve ristabilire il proprio primato
sull'economia.