Tra le nazioni economicamente più sviluppate, l'Italia è
quella che mostra più numerosi elementi di fragilità: scarsa competitività
delle imprese, bassa produttività, pubblica amministrazione poco efficiente, ridotta mobilità
sociale, esagerato divario fra chi è ricco e chi ha poco.Molti economisti ritengono che la causa più importante delle
difficoltà italiane sia costituita dall'assenza di meritocrazia. Usato
probabilmente per la prima volta da Michael Young nel libro The rise
of the meritocrazy (1958), col termine "meritocrazia" si
designa un sistema di valori orientato a conferire i posti chiave della
società ai più capaci, i più impegnati e i più
meritevoli. Una società meritocratica riconosce e premia
l'eccellenza di un individuo, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza.
In Italia ciò non avviene. Da noi contano le frequentazioni, le
parentele, le protezioni. La posizione sociale di origine e le aderenze
politiche
contano più della competenza e del talento. Le relazioni più delle
capacità individuali. Nelle università, negli
ospedali, negli uffici, nei laboratori di ricerca, persino in molte
aziende pubbliche e private non è importante che chi lavora o dirige sia
bravo. Importante, invece, è favorire gli amici e i familiari. Uno
studioso anglosassone lo ha chiamato "familismo
amorale". Fa parte di
un uso italiano che si è radicato e sedimentato nei secoli, di un costume
che è parente stretto della corruzione e che tanti danni sta procurando
allo sviluppo non soltanto economico, ma anche civile del nostro Paese. Dove spesso i
cervelli migliori e più qualificati sono costretti ad emigrare per
trovare condizioni di lavoro soddisfacenti e dove intere generazioni sono
tagliate fuori dal mondo produttivo perché chiuse da divieti, poteri
feudali, lobby professionali.
Nei decenni passati si confidava che la scuola di massa avrebbe
costituito un fattore determinante di mobilità sociale e di affermazione del talento
sui privilegi di nascita. In parte ciò si è realizzato. Poi il Sessantotto, per altri versi un movimento
fortemente rinnovatore della società italiana, ha posto il veto sulla
selezione scolastica, considerata classista, contribuendo, con gli esami
di gruppo, il sei garantito e un certo clima di lassismo fintamente
democratico, al parziale degrado del sistema scolastico italiano. Tradendo
sostanzialmente il vero messaggio di don
Lorenzo Milani,
l'ispiratore di Lettera a una
professoressa, che in verità era un
educatore e un insegnante rigoroso e totalmente dalla parte della
conoscenza e della competenza.
A mio avviso proprio dalla scuola si deve ripartire per costruire una
società finalmente meritocratica, ripristinando la serietà degli studi e
mettendo a disposizione di chi ha più motivazione e talento tutti gli
strumenti per sviluppare le proprie potenzialità. Uguaglianza di
opportunità non può più significare attualmente garanzia di successo
per tutti.
Occorre inoltre introdurre criteri concorrenziali negli uffici, nelle
università, negli enti e nelle aziende pubbliche. Diffondere i modelli
organizzativi ed operativi migliori. D'altra parte, con gli attuali strumenti informatici è
diventato più facile produrre statistiche, incrociare
dati, rilevare inefficienze, valutare, controllare, favorire e premiare i
migliori.
Si deve facilitare infine l'ingresso dei giovani nelle professioni, oggi
presidiate dai membri più anziani e privilegiati e l'accesso delle donne,
ancora discriminate, ai ruoli dirigenziali delle aziende.
Naturalmente, il riconoscimento del merito è soltanto un passo verso una
società più giusta e più ricca. Da sola, anzi, l'affermazione esclusiva
del merito rischia di costituire un fattore di disgregazione della società. Una
società coesa necessita anche e soprattutto della solidarietà e del senso di
responsabilità dell'elite dirigente. Se coloro che stanno ai vertici
perseguono soltanto il loro interesse, se perdono di vista il bene comune
e la responsabilità che li lega alla comunità in cui vivono, potremo
forse costruire una società più ricca ed efficiente, non certo una
società più libera e sana. L'indifferenza verso la sorte degli altri, in
particolare verso i più bisognosi, non aiuta di sicuro ad edificare una
società più umana.
Riferimenti bibliografici:
Abravanel, R., Meritocrazia.
Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro
paese più ricco e più giusto, Milano, Garzanti, 2008
Giavazzi, F., Lobby
d'Italia. L'Italia dei monopoli, delle corporazioni e dei privilegi. Di
giornalisti, farmacisti, professori, banchieri, notai... Le storture di
un Paese bloccato, Milano, Rizzoli, 2005
Lasch, C., La
ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, Milano,
Feltrinelli, 2001