Chiunque nelle società occidentali ostenti un comportamento
che si allontana di molto da quello della maggioranza, pur non commettendo
reati, ha molte probabilità di essere etichettato come folle.
Si tratta di una definizione forse insoddisfacente, lontana da quelle
fornite dai manuali di psichiatria, nondimeno mi sembra abbastanza
aderente ai fatti.
In realtà il problema della follia, nonostante le disamine
approfondite condotte nei secoli da sapienti prima e scienziati poi,
rimane ancora indefinito, un fenomeno dai contorni poco chiari, un
mistero, come tutte le manifestazioni più importanti dell'esistenza
umana.
Nonostante l' avvento della scienza e della tecnica, il laboratorio e le sofisticate
tecniche di imaging non ci hanno ancora chiarito
quali siano, qualora esistano, le lesioni organiche che consentono di
formulare diagnosi medico-scientifiche evidenti, provate, corrette,
inequivocabili di follia. Sì, esistono lesioni del cervello e dei vasi
che lo irrorano che determinano ben circoscritte patologie, esistono i
tumori e le demenze che generano allucinazioni e deliri, ma la follia
classica, la cosiddetta schizofrenia, non è stata ancora con certezza
associata a disturbi irreversibili del cervello, a parametri biochimici
definiti, facilmente riconoscibili e condivisibili.
Non sappiamo quindi con certezza, non ne abbiamo le prove, che la
"follia" derivi dalla rottura evidente di un meccanismo
cerebrale, malgrado tutti gli sforzi compiuti per dimostrarlo. Ecco allora
che la medicina e la tecnica moderne non bastano per cercare di capire il
folle e siamo costretti a chiamare in soccorso l'arte, la letteratura e la
filosofia.
Fortunatamente l'Occidente ha sviluppato anche questo secondo filone di
ricerca, meno logico e più analogico, meno scientifico e più
narrativo. Da secoli coloro che si occupano di follia, almeno dai seguaci
di Mesmer agli psicoanalisti e agli psichiatri di orientamento
fenomenologico ed esistenzialista, hanno cercato di entrare in contatto
col "malato", convinti che i suoi deliri non siano la semplice conseguenza
di una macchina che non funziona, ma l'espressione di un vissuto e di
un'esperienza da comprendere tramite l'empatia.
Anche oggi la psichiatria, forse la meno scientifica fra le branche
della medicina, cerca di abbinare ai rimedi farmacologici un intervento psicoterapico,
basato sul colloquio, sulla parola, sulla comprensione e
sull'interpretazione. Inoltre prevede interventi sull'ambiente di vita del
paziente, sulla famiglia, l'ambiente di lavoro, l'ambiente sociale in
senso lato. E per avere successo nella terapia, non basta essere bravi nel
diagnosticare e nel prescrivere, ma bisogna instaurare un rapporto umano
con la persona ammalata, manifestargli un interesse umano genuino e il
sincero desiderio di essergli di aiuto.
Il movimento di critica alla psichiatria ufficiale, promosso negli anni
Sessanta e Settanta da Franco Basaglia e culminato con la chiusura dei
manicomi, sancita dalla famosa (per alcuni famigerata) legge 180, al di
là delle successive polemiche sull'efficacia dei provvedimenti presi, ha contribuito a diffondere nel nostro paese un clima di maggior tolleranza
verso il folle e il diverso. Abituata a veder circolare liberamente per
strada persone strane, eccentriche, a volte confabulanti, preso atto che
il più delle volte si tratta di persone del tutto inoffensive, la gente
ha sviluppato nel nostro paese un benefico clima di accettazione e
solidarietà verso il cosiddetto folle.
Anche perché le cronache dei giornali ci hanno insegnato che i delitti
più efferati sono, il più delle volte, quelli compiuti dal vicino di casa, dal conoscente che incontravamo
sempre al centro commerciale, da persone con tutti i crismi della
normalità.
Non è vero che esiste sempre un motivo fondato se qualcuno finisce in
manicomio, come sostengono ancora alcuni medici. Esiste, al contrario,
un pregiudizio psichiatrico che si è tradotto (e si traduce tuttora),
in numerose occasioni, in un'autentica persecuzione verso persone
innocenti e del tutto sane. È il caso, per esempio, della scrittrice
neozelandese Janet Frame, che racconta la sua drammatica esperienza psichiatrica,
generata da una diagnosi errata, nell'autobiografia Un
angelo alla mia tavola, da cui la regista Jane Campion trasse nel
1990 un commovente quanto istruttivo film.
Ci sono state epoche storiche in cui la follia era circonfusa da
un'aura di sacralità. Forse, da questo punto di vista, conviene a
tutti noi un richiamo al passato. Dare maggior spazio nelle nostre vite alla follia significa,
oggi, accettare che esistano persone
che la pensano diversamente da noi, che concepiscono una diversa visione
del mondo; significa provare compassione per chi soffre, ma anche acquisire
apertura mentale, flessibilità, capacità di entrare in contatto con gli
altri e, soprattutto, con l'altro che vive dentro di noi, con i nostri aspetti ombra che
fatichiamo ad accettare, perché collidono con la nostra routine e con la
funzionalità dei nostri ruoli quotidiani.
Significa tollerare e promuovere il dissenso. Non dimentichiamo
che gli atteggiamenti più duri e autoritari nei confronti della follia
sono quelli adottati nei paesi a sistema dittatoriale. Non scordiamo che nella ex Unione Sovietica venivano reclusi in manicomio tutti coloro
che manifestavano il proprio dissenso verso il potere. Spesso si trattava
di intellettuali di grande valore, cui venne attribuito in seguito il
premio Nobel. E le diagnosi di follia erano formulate da psichiatri
accreditati dalla comunità scientifica internazionale.
Riferimenti bibliografici
Basaglia F. (a cura di), L'istituzione
negata, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 1998
Foucault M., Storia
della follia nell'età classica, Milano, Rizzoli, 1998
Szasz T.S., Il
mito della malattia mentale, Milano, Spirali, 2003