I doveri

Viviamo in un'epoca in cui ogni giorno vediamo qualcuno che strepita per vedere riconosciuti i propri diritti. Spesso si tratta di gruppi organizzati, che scendono in piazza per reclamare quanto gli spetta. Si tratta per lo più di proteste vocianti, ma non violente, genuina espressione di gruppi di cittadini i cui diritti sono veramente conculcati. Qualche volta, invece, la protesta degenera in deprecabili atti vandalici e violenti. Sovente, le rivendicazioni di un determinato gruppo finiscono per mettere in ginocchio intere città e per paralizzare la vita di tutta la nazione, mettendo in grave difficoltà proprio i soggetti più deboli, come anziani, lavoratori pendolari, malati. Si tratta di una forma di violenza non meno deplorevole.

È appellandosi, poi, ai propri diritti a non perdere tempo e a vivere a proprio piacimento che, in Italia, non si rispettano le code agli sportelli, si parcheggia in seconda e tripla fila, si guida l'auto in modo scellerato, a velocità pericolose, si manifestano, nei più vari ambiti della vita associata, comportamenti aggressivi e litigiosi. In questi casi, i diritti diventano, con evidenza, maleducazione e barbarie.

La cosiddetta "cultura dei diritti" permea tutta la modernità, fa parte dell'essenza stessa della civiltà occidentale. Per vedere riconosciuti determinati e legittimi diritti, molte generazioni hanno combattuto e molti sono eroicamente morti. Irrinunciabili dunque i diritti, ma tornando alle manifestazioni violente di cui parlavamo prima, viene da chiederci: "Viviamo davvero in un mondo più giusto e più bello?". Se lo domandiamo a coloro che rimangono appiedati da uno sciopero improvviso dei trasporti, a quelli che vivono in strade sommerse dai rifiuti, a coloro che devono trascorrere lunghe giornate in ospedale senza ricevere le cure necessarie, o a quelli che trovano l'ufficio cui si sono rivolti inspiegabilmente chiuso forse riceveremmo una risposta negativa.

Quando i diritti degenerano in prepotenza, quando i propri diritti collidono e prevaricano sugli altrettanto legittimi diritti degli altri, non si può dire che la civiltà faccia passi in avanti e che la qualità della vita migliori. Una realtà ben conosciuta nel nostro Paese, dove gli interessi corporativi di alcune categorie privilegiate, spacciati per diritti inalienabili, tengono in scacco lo sviluppo economico dell'intera nazione.

Il dovere è oggi un valore deprezzato. La cultura corrente lo associa al sacrificio, alla fatica, alla repressione. Coltivare il dovere, recita la superficiale vulgata psicologica contemporanea, provoca ansia, stress, nevrosi. Domina, nello svolgimento della vita quotidiana attuale, un incondizionato principio del piacere, per cui ogni sforzo e ogni esercizio della virtù (altra parola dal sapore antico, oggi desueta) vengono tenuti in sospetto. Divertirsi senza faticare e senza impegno sembra il motto della società postmoderna e postindustriale. 
Il diritto è più bello e divertente del dovere, è più leggero, non richiede troppa applicazione, basta reclamare, urlare, farsi sentire. A volerle cercare, non ci vuole poi molto a convincersi della legittimità delle proprie ragioni e delle proprie richieste. Così inteso però, il diritto si trasforma nel prevalere dell'ingiustizia, di chi urla più forte, degli arroganti e dei prepotenti.

Eppure senza persone che coltivano il senso del dovere è impossibile sviluppare un qualunque tipo di vita civile. Chi si fiderebbe di un medico, di un impiegato, di un insegnante, di un commerciante privi di senso del dovere? Gli scambi economici si reggono in gran parte sulla fiducia. Se non ci possiamo fidare degli altri contraenti, l'intero mercato crolla. Senza il senso del dovere, senza il necessario sviluppo delle qualità etiche: l'onestà, la disciplina, l'autocontrollo, il senso di responsabilità, anche l'economia più florida degenera. Lo sapeva bene il più grande economista di tutti i tempi, quell'Adam Smith, che prima di scrivere il suo capolavoro economico La ricchezza delle nazioni, scrisse un trattato dall'eloquente titolo La teoria dei sentimenti morali.

E fu un grande studioso, come Max Weber, del resto, ad associare lo straordinario sviluppo del capitalismo, a quella ferrea etica del dovere che è la religione protestante e calvinista.

D'altronde, diritti e doveri sono inscindibili e non esiste diritto il cui esercizio non richieda il rispetto di un corrispettivo dovere. Senza protagonisti mossi dal senso del dovere non avremmo avuto quelle svolte fondamentali della nostra vita nazionale, quali  il Risorgimento, la Resistenza, l'elaborazione della Costituzione. Quella Costituzione che, - spesso lo si dimentica -, non è soltanto una Carta dei diritti, ma anche dei doveri.

Rispondere al senso del dovere dà un significato alle nostre vite. Forse proprio questo bisognerebbe tornare ad insegnare con insistenza nelle nostre scuole: che adempiere al proprio dovere contribuisce in modo insostituibile alla propria felicità personale. "Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me": così concludeva la Critica della ragion pratica il più grande filosofo della modernità, Immanuel Kant. Un ammonimento che senza dubbio molti nostri contemporanei considereranno incomprensibile o inattuale.

Per appoggiare la mia tesi, con il rischio di annoiare definitivamente il lettore, concludo con un'ultima citazione, questa volta tratta dall'antichità, Cicerone:
"Nessuna azione della nostra vita, si tratti di atti pubblici e privati, forensi e domestici, di rapporti con noi stessi e con altri, è esente dal dovere; anzi nell'osservanza e nella trascuratezza di questo si pone tutta l'onorevolezza e la infamia della vita".

L'opera da cui è tratta quest'ultima citazione si intitola, manco a dirlo, De officiis, I doveri appunto.

Riferimenti bibliografici:
Cicerone, M.T., I doveri, Milano, Rizzoli, 1987
Viroli, M., L'Italia dei doveri, Milano, Rizzoli, 2008
Weber, M., L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano, Rizzoli, 2009

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Pagina aggiornata il 09.10.09
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