La crisi della politica

La disaffezione degli italiani per la politica non è un fatto recente. Subito dopo l'impetuoso boom economico degli anni Sessanta che ha preparato il terreno fertile per la contestazione del Sessantotto, c'è stato un fiorire di impegno politico, soprattutto fra i giovani e gli intellettuali, volto alla costruzione di una società più giusta ed egualitaria.

Sono seguiti, alla metà degli anni Settanta, la degenerazione della protesta nella violenza terroristica e il tramonto delle ideologie, culminato nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, simbolico ultimo atto del crollo dell'ideologia comunista.

A dire il vero, già negli anni precedenti, in seguito alla lettura dei libri di Alexander Solgenitsin e degli altri dissidenti sovietici e alla constatazione che le rivoluzioni producevano dovunque soprusi, violenze e assassini, in molti cominciarono a ripiegare sul privato e sulla famiglia, nella ricerca del benessere e della felicità individuali, sentendosi traditi dai credi rivoluzionari o, più in generale, dall'impegno politico. 
Venne definito il Riflusso ed è un fenomeno che, per molti versi, dura tuttora.
È un fatto, quello del declino dell'uomo pubblico e del suo ripiegamento sul privato, che non riguarda soltanto l'Italia, ma tutte le democrazie più mature, come testimoniano i libri di autorevoli studiosi come Christopher Lasch e Richard Sennett.

La vittoria globale del capitalismo sulle ideologie totalitarie, in modo particolare sul comunismo, anziché spianare in Italia una stagione di perfezionamento della democrazia, sembra al contrario aver prodotto un'involuzione delle istituzioni e della politica, ben rappresentata dallo scandalo di Tangentopoli del 1992, per effetto del quale gli italiani hanno preso coscienza della profonda corruzione generata dall'occupazione del potere da parte dei partiti politici.

Sono trascorsi da allora quasi vent'anni, ma la situazione non sembra essere migliorata, almeno stando a quello che hanno scritto due coraggiosi e bravi giornalisti del Corriere della Sera, Stella e Rizzo, in due libri che sono diventati in breve tempo dei best seller: La casta e La deriva. E a quello che documentano una miriade di altri accreditati saggi.

Clientelismo, nepotismo, corporativismo, sprechi, inefficienze, ritardi, corruzione, declino nazionale sono il prodotto di decenni di partitocrazia. I politici nostrani sembrano, salvo alcune eccezioni, protesi al culto dell'immagine a fini elettorali e all'arricchimento personale. 
In un Paese che affronta una grave crisi economica, che impedisce a sempre più famiglie di arrivare alla fine del mese, la casta dei politici gode di privilegi che sembrano ogni giorno aumentare, creando indignazione e ribellione sia nella gente comune che nei ceti produttivi, in un clima che ricorda la fine della monarchia e l'avvento della Rivoluzione Francese. 

Invece di confrontarsi con le altre democrazie più mature per trovare modelli efficaci di soluzione dei problemi, i nostri politici si limitano ad annunciarle, le soluzioni. Si procede dovunque per emergenze, con scarsa capacità di previsione e di prevenzione. 
Al senso dello Stato e al bene comune, i nostri rappresentanti sembrano preferire la demagogia, il populismo, l'interesse particolare e la conservazione dello status quo.

Per contrastare la mediocrità della classe politica, stanno sorgendo movimenti di protesta, liste civiche, organizzazioni di cittadini. Una galassia cui è stato data la significativa denominazione di "antipolitica". In molti casi l'allontanamento dalla politica sembra preparare il terreno a un diffuso, quanto pericoloso, qualunquismo.

Eppure la politica, ossia l'arte del buon governo, non è un ambito da abbandonare. Solamente attraverso la politica e non attraverso il ritiro nel privato sarà possibile affrontare collettivamente con successo i principali problemi della società. Unicamente attraverso la  buona politica si può cercare di affermare la solidarietà, la giustizia e l'uguaglianza delle opportunità che caratterizzano una democrazia matura e una società aperta. Il benessere e la felicità individuali possono essere raggiunti, paradossalmente, soltanto mediante il perseguimento dell'interesse generale.

Gli strumenti per raggiungere lo scopo sono, a mio avviso, la selezione di una classe dirigente all'altezza dei compiti e il rafforzamento dei poteri del cittadino, in Italia purtroppo spesso ancora considerato un suddito alla mercé del signorotto di turno.

Riferimenti bibliografici:
Colletti, L. Tramonto dell'ideologia. Le ideologie dal '68 a oggi. Dialettica e non-contraddizione. Kelsen e il marxismo, Bari-Roma, Laterza, 1981
Illy, R. Così perdiamo il Nord. Come la politica sta tradendo una parte del nostro Paese, Milano, Mondadori, 2008
Lasch, C. L'io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un'epoca di turbamenti, Milano, Feltrinelli, 2004
Ornaghi, L.; Parsi, E. La virtù dei migliori. Le élite, la democrazia, l'Italia, Bologna, Il Mulino, 1994
Rizzo, S.; Stella G.A. La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili, Milano, Rizzoli
Rizzo, S.; Stella G.A. La deriva. Perché l'Italia rischia il naufragio, Milano, Rizzoli, 2008
Ronchey, A. I limiti del capitalismo. Tra la fine del comunismo e la guerra del Golfo, Milano, Rizzoli, 1991
Salvi, C.; Villone, M. Il costo della democrazia. Eliminare sprechi, clientele e privilegi per riformare la politica, Milano, Mondadori, 2005
Sennett, R. Il declino dell'uomo pubblico, Milano, Bruno Mondadori, 2006

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Pagina aggiornata il 12.05.09
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