La crisi dei mercati finanziari

Una bufera di incredibile forza si è abbattuta sui mercati finanziari e sulle economie di tutto il mondo. Dapprima voci autorevoli ci informavano, già da alcuni anni, della crisi dell'economia e del credito americani, soprattutto di quei famosi mutui subprime che stavano gettando sul lastrico migliaia di famiglie. Poi abbiamo visto in tv gli impiegati della banca d'affari Lehman Brothers portarsi via dai propri uffici gli scatoloni contenenti gli effetti personali, licenziati dall'oggi al domani. Infine abbiamo assistito al crollo di Wall Street con l'indice Dow Jones in caduta libera.

Per effetto della globalizzazione e della stretta connessione dei mercati finanziari di tutto il mondo, la crisi americana sta avendo ripercussioni sull'economia planetaria e già si teme un lungo periodo di recessione economica, che significa sacrifici, difficoltà economiche e insicurezza esistenziale per miliardi di persone.

E' possibile che l'Italia, proprio in virtù di una certa arretratezza economico-finanziaria, riesca ad attutire, almeno in parte, gli effetti negativi della crisi. Le nostre, infatti, non sono banche di investimento, bensì banche commerciali e hanno conservato una certa prudenza negli investimenti e nel concedere prestiti senza garanzie, rispetto all'aggressivo e innovativo mercato americano.

Quello delle crisi finanziarie non è un fatto nuovo, ma un fenomeno che si ripete periodicamente nella storia del capitalismo. Non essendo l'economia una scienza esatta, ma una disciplina in cui coesistono opinioni diverse e spesso opposte, ci sono per esempio esperti che sostengono essere le crisi un fatto fisiologico nell'evoluzione del capitalismo. 

Si tratta di un argomento spinoso, un fenomeno le cui cause, come quelle della peste manzoniana, vengono dibattute e mai a fondo comprese. Di certo le crisi finanziarie che si sono succedute nella storia un po' si assomigliano tutte. C'è una tendenza all'indebitamento, ci sono individui che mettono in atto speculazioni, talvolta perfettamente convinti della propria genialità, ci sono folle di persone che si fanno prendere dell'euforia di guadagni facili e che si rifiutano di guardare in faccia la realtà. Infine, quando tutto il sistema di strumenti finanziari messo in piedi si rivela carta straccia, esplode la crisi, come già avvenne nell'America del 1929, come si ripeté poi, solo per ricordare le crisi più recenti, con gli junk bond (le "obbligazioni spazzatura") ideati da Milkien, la bolla speculativa della new economy, lo scandalo Enron.

La fiducia cieca nel mercato, vero totem moderno, e sulle sue capacità di autoregolarsi ha mostrato di essere una credenza fallace. La deregulation, ossia il liberismo sfrenato propagandato almeno dagli anni Ottanta, al tempo del presidente Reagan, ha dimostrato di non contribuire alla diffusione del benessere, ma soltanto ad allargare la forbice tra ricchi e poveri. E anche i tentativi posti in essere dal governo americano per affrontare quest'ultima crisi, cioè di caricare i debiti delle banche sulle spalle dei contribuenti, sembra andare nella direzione della massima tutela dei ceti più elevati, che sono molto influenti a Washington, a scapito dei meno abbienti. Non a caso i commentatori parlano di un "welfare per ricchi" che funziona sempre con celerità ed efficacia.

Il mercato, da solo, si rivela ancora una volta una giungla,  il far west. Senza una base etica che lo sostenga, il capitalismo dimostra di essere un'economia di rapina. Occorrono allora regole chiare che tutelino i piccoli risparmiatori e le classi più povere. E vanno istituiti organismi di controllo, al di sopra delle parti, che garantiscano i più deboli e svolgano il ruolo di arbitri del mercato. Nel caso della crisi americana questi istituti c'erano, ma non hanno funzionato a dovere, per negligenze, responsabilità e conflitti di interesse che andrebbero meglio individuati e sanzionati.

Soprattutto la crisi finanziaria odierna rappresenta un'opportunità per tutti noi di ripensare al nostro sistema di vita che tende al consumo parossistico, all'euforia ingiustificata di possedere e spendere sempre di più, all'indebitamento sconsiderato del "prendi subito, paga dopo", come ci ha  ricordato il sociologo Zygmunt Bauman

È il momento di chiedersi se questa economia basata su sempre nuovi bisogni indotti dall'industria e sulla crescita perenne del PIL (Prodotto Interno Lordo) sia l'unica economia praticabile. O se piuttosto non dobbiamo imparare a rimodulare il nostro modo di produrre e i nostri desideri.

Forse la depressione economica e psicologica di questi giorni, contrastando la maniacalità produttiva e consumistica propagandata dalle elite al potere, può davvero aiutarci a riflettere seriamente e a ritrovare noi stessi.

Riferimenti bibliografici
Galbraith J.K. Breve storia dell'euforia finanziaria. I rischi economici delle grandi speculazioni, Milano, Rizzoli, 1998
Galbraith J.K. L'economia della truffa, Milano, Rizzoli, 2004
McInerney J. Si spengono le luci, Milano, Bompiani, 1992

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Pagina aggiornata il 08.10.08
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