Dopo il terremoto finanziario che
ha investito gli Stati Uniti, a causa della crisi dei mutui subprime
e che, per effetto della mondializzazione dei mercati, si è è propagato
in tutto il mondo, anche in Italia si avvertono oggi forti segnali di
crisi economica.
Non si tratta di un fatto nuovo. Sono alcuni decenni che il nostro
Paese attraversa una congiuntura economica difficile, principalmente a
causa dell'ingente debito pubblico accumulato a partire dagli anni
Settanta e Ottanta del secolo scorso. E, tuttavia, attualmente la
situazione sembra essersi aggravata.
Precarietà, licenziamenti, cassa integrazione, disoccupazione, famiglie
in difficoltà costituiscono ormai esperienza quotidiana per milioni di
italiani.
I centri storici, un tempo il cuore pulsante della vita di un intero
territorio, si stanno svuotando e vivono attualmente una stagione di degrado. Sempre
più negozi chiudono, mentre le piazze vengono occupate da mendicanti e
drop-out di ogni tipo, presenze poco rassicuranti per il cittadino quando non
apertamente inquietanti e minacciose. Le nostre località, anche le più piccole, belle e ricche
di storia, assomigliano sempre di più a Calcutta e sempre meno ad ordinati
ed accoglienti nuclei della vita sociale, economica e culturale di
un'intera comunità.
Certo, l'economia e di conseguenza anche gli stili di vita, stanno
cambiando e gli italiani stanno scontando la maggiore competitività di
Paesi dove il lavoro costa meno. Lo si vede passeggiando per la strada: la
gente è meno elegante di qualche anno fa e ha meno soldi da spendere.
La globalizzazione sta impoverendo i ceti medi, principalmente coloro che
operano nei settori economici tradizionali, dove la manodopera straniera a
minor costo determina un congelamento delle retribuzioni degli
occidentali.
Eppure, la crisi economica che sta mettendo in ginocchio l'Italia, nel
quadro globale di uno sviluppo senza occupazione, potrebbe
costituire un'opportunità per rifondare la nostra economia.
Sebbene proprio gli economisti sembrino, in questo frangente, i più disorientati,
rivelando una volta di più che la loro disciplina è un'arte più che una
scienza esatta, proprio ad un economista, Joseph Schumpeter, dobbiamo il
concetto di distruzione creatrice. Secondo lo studioso tedesco, in
buona sostanza, l'economia procede per crisi, che vedono morire le imprese
meno competitive ed obsolete e trionfare le aziende competitive e innovative.
Gli italiani sembrano invecchiati ed impigriti. Il benessere raggiunto
li ha viziati e riempiti di pretese. Si tratta di ritrovare lo spirito,
che nel dopoguerra, ci ha condotti alla Ricostruzione e al boom economico.
Occorre rimboccarsi le maniche, ritrovare la tenacia e la voglia di
lavorare duramente, valorizzare i giovani, le nuove idee e le nuove
tecnologie. Si tratta di tagliare privilegi e rendite di posizione a
politici, professionisti e membri della pubblica amministrazione. La nostra
classe dirigente deve liberarsi finalmente dal "politicamente
corretto", ormai ridotto a deprimente ipocrisia in tutte le questioni
nazionali di maggior rilievo.
Soltanto attraverso una distruzione creatrice di tale ingente portata, la
terra che è stata la culla della civiltà romana, del Rinascimento, del
talento creativo nell'arte e nell'artigianato saprà, come l'Araba Fenice,
risorgere dalle proprie ceneri.
Riferimenti bibliografici:
De Masi, D. Sviluppo senza lavoro, Roma, Lavoro, 1994
Ricossa, S. Come si manda in rovina un paese. Cinquant'anni di
malaeconomia, Milano, Rizzoli, 1995
Schumpeter, J.A. Capitalismo,
socialismo e democrazia, Milano, Etas, 2001