Il caso Alitalia

L'Alitalia è l'azienda nazionale di trasporto aereo. Da anni si sapeva che era indebitata e che, senza interventi statali, sarebbe fallita in breve tempo.

I manager che si sono avvicendati alla sua guida, pur percependo stipendi faraonici, mai sono riusciti a risanarne i bilanci. Tuttavia, malgrado gli insuccessi accumulati, i molti dirigenti che si sono succeduti nei vari tentativi di riassetto, se sono andati con buonuscite miliardarie, che nessuno ha mai capito quali meriti ed eccellenti risultati andassero a premiare.

In pratica l'Alitalia è un'azienda che ha operato per molti anni in perdita, fuori dalle logiche della competizione internazionale e che è stata mantenuta con i soldi dei cittadini, in pratica una tassa occulta che ha gravato e continua a gravare sulle spalle dei contribuenti.

Sono perciò rimasto stupito vedendo piloti, hostess e steward arroccarsi, nonostante l'incombente fallimento, nella strenua difesa non tanto del proprio legittimo posto di lavoro, quanto degli ingiustificati privilegi, mai guadagnati sul campo, ma accumulati in anni di gestione inefficiente, clientelare e consociativa, in cui percepivano retribuzioni sproporzionate alla produttività.

Addirittura molti hanno esultato quando sono fallite le trattative con i possibili acquirenti, sperando di poter continuare l'andazzo di sempre, con lo Stato, deus ex machina, che intervenisse a ripianare le perdite.

Certo, nelle democrazie complesse in cui viviamo, è sempre difficile per il cittadino comune farsi un'opinione chiara e soprattutto fondata su fatti complicati come l'attività di una compagnia aerea. Tuttavia, l'impressione ricavata è che la vicenda Alitalia sia l'espressione emblematica della crisi italiana di questi ultimi decenni. Una democrazia ancora priva di controlli efficaci e di trasparenza, imprenditori e politici che agiscono in conflitto di interessi, aziende incapaci di competere nell'arena internazionale, lavoratori che restano ancorati a una visione della propria attività, che non tiene conto del fatto che viviamo da tempo in una società globalizzata. E "globalizzazione" significa anche, per quanto possa esserci sgradito, misurarsi con milioni di persone fuori dai confini nazionali disposte a lavorare più duramente per meno soldi. Persone culturalmente e  tecnicamente preparate, che magari provengono da paesi in via di sviluppo e che hanno voglia di sconfiggere la miseria e vivere più agiatamente.  Mentre noi italiani rimaniamo tuttora ancorati al mito del posto (posto, non lavoro) fisso, meglio se pubblico e lautamente retribuito, sfruttato  per offrire poco in cambio sul piano dell'impegno, della serietà e dell'efficienza.

Ovvaimente io conosco le cose per quello che leggo sui giornali, ma sono tante le testimonianze di utenti che si sono lamentati in questi anni del cattivo funzionamento e della scarsa qualità del servizio offerti dalla nostra compagnia di bandiera.

Per uscire dalla crisi dell'Alitalia e del sistema-Paese in genere, occorre, dunque, che cambi in Italia la cultura lavorativa. Ma soprattutto occorre che si affermi una classe dirigente culturalmente aggiornata, capace di andare oltre gli egoismi personali per assumere con orgoglio e competenza la guida della nazione, realizzando l'interesse generale.

Una classe dirigente, insomma, che non miri furbescamente, come sembra purtroppo prospettarsi nella vicenda Alitalia, a socializzare le perdite e a privatizzare i guadagni.

Il mondo del trasporto aereo internazionale sembra andare verso la fusione delle grandi compagnie e verso la specializzazione, con una forte concorrenza di colossi aziendali provenienti dall'Asia, un tempo continente economicamente sottosviluppato. Una realtà  in continuo divenire. Un dinamismo, quello odierno, che mal si concilia con la pigrizia e gli intrighi romani.

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Pagina aggiornata il 26.09.08
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