Il 16 marzo 1978 fu uno dei giorni più drammatici
della storia della Repubblica. Un commando terrorista sequestrò l'onorevole
Aldo Moro, presidente del maggior partito italiano, la Democrazia
Cristiana, dopo averne trucidato i componenti della scorta.
Moro si stava recando in Parlamento, dove, proprio quel giorno, doveva
essere varato il primo governo italiano con il sostegno del Partito
Comunista, alla cui costruzione Moro aveva lavorato alacremente.
Seguirono giorni di tensione che coinvolsero emotivamente l'intera
nazione. Nonostante il gran dispiegamento di mezzi, non si riusciva a
localizzare la prigione in cui l'uomo politico pugliese era segregato.
Eppure il covo dei brigatisti era situato in un condominio popoloso,
proprio nel cuore di Roma. Ancora oggi sono molti coloro che si
interrogano sul significato dell'inefficienza e dell'inerzia con cui
furono condotte allora le indagini.
Cominciarono intanto a pervenire lettere, pubblicate anche dai giornali,
in cui il prigioniero invocava i dirigenti di partito e le massime
autorità dello Stato di avviare con il partito armato una trattativa per
il suo rilascio, eventualmente uno scambio di prigionieri.
La Stato italiano scelse la linea della fermezza. Irremovibili, forse
in questa risoluzione consigliate dalla diplomazia americana, le somme
autorità politiche rifiutarono di trattare con i brigatisti, perché ciò
avrebbe portato ad una loro legittimazione e creato un precedente
pericoloso per il futuro. Soltanto il Partito Socialista di Bettino Craxi
scelse la via della trattativa, ma rappresentava una posizione
assolutamente minoritaria.
Nelle lettere dalla "prigione del popolo", ritenute da molti esperti
autentiche, Moro si faceva sempre più critico verso la Santa Sede, gli ex
amici e la dirigenza del partito che a una soluzione umanitaria del suo
caso preferivano l'intransigenza della ragion di Stato.
Il 18 aprile perviene il comunicato numero sette delle BR, che dichiara l'avvenuta esecuzione di Moro e
indirizza gli inquirenti a cercarne la salma nei fondali del Lago della
Duchessa, al confine tra Lazio e Abruzzo. Si
tratta però soltanto di un macabro falso. Le ricerche non danno alcun
esito.
E' autentica invece la cortese e drammatica telefonata con cui il 9
maggio un brigatista comunica al professor Franco Tritto, amico di Moro,
che il corpo senza vita dello statista si trova
in via Caetani, situata fra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, nel
bagagliaio di una Renault 4 rossa.
Prontamente trasmesse dalla televisione, quella televisione che aveva
reso popolare e familiare la presenza di Moro nelle case italiane, le
immagini del suo corpo, ucciso a colpi di pistola e avvolto in una
coperta, esanime, creano immediatamente raccapriccio, sconcerto e pietà
negli spettatori e nei cittadini italiani. La violenza che fino a quel
giorno aveva imperversato per l'Italia, da qualcuno persino giustificata
dalle palesi sperequazioni esistenti nella società italiana, parve
tutto a un tratto troppo grande, insensata, obbrobriosa, per essere
accettata.
L'assassinio di Moro rappresentò il culmine della potenza brigatista,
ma anche il crinale dopo il quale la popolarità delle BR andò
rapidamente scemando.
Da quel giorno la violenza non viene più accettata, nemmeno dalle
minoranze più turbolente, come mezzo legittimo di risoluzione dei conflitti. Le nuove
leggi sul "pentitismo" e l'operato del generale Dalla Chiesa
portano a una rapida dissoluzione il partito armato, falcidiato ormai
anche da faide interne, come testimonia ad esempio la spietata uccisione
di Roberto Peci, reo di essere fratello di un pentito, ad opera delle BR stesse.
Ma chi erano le Brigate Rosse? Fondate agli inizi degli anni Settanta
da uno studente trentino di
sociologia, Renato Curcio, e da un militante deluso dal partito comunista, Enrico Franceschini,
le BR facevano proseliti soprattutto tra gli operai e gli studenti. Eredi
di una Resistenza incompiuta e tradita, il partito armato si batteva
contro il SIM (acronimo per "Stato Imperialistico delle Multinazionali")
ed aveva come obiettivo la rivoluzione.
Alla metà degli anni Settante le Brigate Rosse trovano il loro brodo
di coltura ideale nell'Autonomia Operaia, che raccoglie la protesta più veemente
e radicale nei confronti della società, e nei movimenti
extraparlamentari, il principale e più popolare dei quali è Lotta
Continua.
Si tratta di formazioni composite, non di veri e propri partiti, che
trovano diffusione soprattutto fra i giovani studenti delle Università,
che cercano un nuovo modo di fare politica, che coniughi le esigenze
pubbliche e politiche con quelle private. Si tratta di costruire un uomo
nuovo, di farsi portavoce di una nuova soggettività, nuovi bisogni, un
modo diverso e alternativo di condurre la vita, in contrapposizione
all'ordine e alla repressione borghesi.
Maggiore teorico del movimentismo giovanile è un professore di Padova, Toni
Negri, autore di saggi dal titolo fortemente evocativo come Il
dominio e il sabotaggio. Negri divenne anche deputato, fu costretto
all'esilio e ancor oggi scrive libri apprezzati anche all'estero.
Per molti commentatori Negri sarebbe il vero ideologo della rivoluzione
armata.
Le BR rimangono tuttavia ancor oggi un fenomeno in parte oscuro, non
completamente spiegato in tutte le sue articolazioni. Probabilmente all'interno
del partito armato, vincolate tuttavia da una disciplina ferrea dettata
dalla clandestinità, vivevano varie anime. Nuovi bisogni, problemi
personali, pulsioni violente, estetismo, idealismo, utopismo, sociopatie,
ribellismo, nichilismo, superomismo, stalinismo, brandelli delle filosofie di Marx,
Lenin, Sorel, Marcuse si agitavano, in maniera forse un po' confusa,
nella testa di tanti brigatisti.
Molti considerano il brigatismo rosso un fenomeno interamente italiano,
ispirato tutt'al più alla formazione terroristica tedesca Baader-Meinhof. Non si esclude, tuttavia, l'aiuto esterno, nell'addestramento
e nella preparazione degli attentati terroristici, dei servizi segreti di
alcune nazioni straniere.
Nel clima ideologico rivoluzionario e arroventato degli anni Settanta,
denominati altrimenti "anni di piombo", le BR sapevano mostrare
all'Italia un volto di efficienza e avevano acquisito un'aura di
invincibilità. Non passava quasi settimana senza che mettessero a segno
qualche clamorosa e sanguinaria impresa. Sequestravano, ferivano,
("gambizzare" era il truce neologismo inventato allora),
uccidevano magistrati, giornalisti, sindacalisti, vertici militari, politici, docenti, poliziotti,
imprenditori suscitando sempre grande risonanza sui mass media. Avevano deciso di
cambiare l'Italia a colpi di P38. Un'Italia, d'altra parte, già vittima
della cosiddetta strategia della tensione, creata dalle stragi degli
estremisti di destra e dai servizi segreti deviati.
Ad appesantire il
quadro della vita nazionale vi era la presenza di una corruzione politica di cui
già si intuivano le proporzioni, e che indusse soltanto qualche anno
dopo, nel 1981, il segretario del partito comunista Berlinguer a sollevare la cosiddetta
"questione morale", in anticipo sulle vicende di
Tangentopoli.
La classe dirigente, intanto, appariva incapace di dare
una risposta ai problemi di una società in rapida trasformazione. Infine,
proprio in quegli anni si era costituito un centro di potere occulto, la
loggia massonica P2, guidata da Licio Gelli e composta da personalità
influenti della vita politica ed economica italiana, il cui progetto
era, oltre allo sviluppo di loschi affari, una restaurazione autoritaria
del paese.
All'interno di un simile panorama, le Brigate Rosse generavano
sconcerto, ma godevano pure di un consistente, ancorché minoritario,
consenso sociale. L'assassinio di Moro, dicevamo, dette un duro colpo alla
loro credibilità.
Oggi il problema della lotta armata non è stato ancora completamente
risolto. Il brigatismo rosso continua a dare alcuni colpi di coda, ma gli
manca quel consenso sociale di cui godeva agli esordi. Oggi è tempo di
analisi, di riflessioni, di attenzione per le vittime, di maturazione
civile, forse di conciliazione. Un processo ancora lontano da un
soddisfacente compimento.
Contro la tentazioni della rivoluzione violenta siamo però ormai
vaccinati.
Riferimenti bibliografici
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Milano, Chiarelettere, 2008
Dostoevskij, F.M., I
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e bagagli. Un diario delle Brigate rosse, Genova, Costa & Nolan,
2006
Galli, G., Piombo
rosso. La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi,
Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007
Lanaro, S., "Epilogo" in Storia
dell'Italia repubblicana. L'economia, la politica, la cultura, la
società dal dopoguerra agli anni '90, Venezia, Marsilio, 2001
Manconi, L., Terroristi
italiani. Le Brigate Rosse e la guerra totale 1970-2008, Milano,
Rizzoli, 2008
Negri, A., Il dominio e il sabotaggio. Sul metodo marxista della
trasformazione sociale, Milano, Feltrinelli, 1978
Sciascia, L., L'affaire
Moro, Milano, Adelphi, 1994