Dal 27 ottobre scorso, dalla
vicina Francia ci sono giunte, tramite giornali e televisioni, scene di
guerriglia urbana abbastanza inusuali per l'Europa: automobili e scuole
bruciate, scontri e spari tra polizia e rivoltosi.
Dopo che due di loro sono stati uccisi dalla polizia, i giovani
immigrati delle periferie parigine hanno ingaggiato un braccio di ferro
con autorità e forze dell'ordine, che ha richiamato drammaticamente
l'attenzione sulle condizioni di vita dei figli degli immigrati musulmani
nella ricca e tollerante Francia.
Il ministro Sarkozy ha risposto alla rivolta con la repressione e
apostrofando i ribelli col termine "racaille", ossia
"feccia", ma ciò non ha fatto che acuire la violenza e la
rabbia dei rivoltosi.
Difficile dare un giudizio su questa vicenda dall'Italia, ignorando
troppe cose sulla realtà francese. Si possono però fare congetture sulla
scorta dei dati riportati dai media e sulla base dell'esperienza italiana di rivolte
giovanili.
La storia italiana ricorda la rivolta giovanile del Sessantotto, politicizzata e violenta in alcune frange estremiste,
una rivolta principalmente diretta contro l'autorità di qualsiasi
genere, percepita come troppo rigida e oppressiva. Un movimento,
quello sessantottino, che tanto
contribuì a rinnovare, nel bene e nel male, la società italiana.
E la
più recente rivolta di Genova, dove i no-global più esagitati hanno
messo a ferro e fuoco la città, contestando lo strapotere
dell'ideologia liberista e delle multinazionali.
Per uscire dai fatti di casa nostra e continentali, come non ricordare la rivolte dei ghetti
neri negli Stati Uniti all'indomani dell'omicidio di Martin Luther King?
Si tratta di vicende che hanno similitudini con quelle francese e che
sono ormai consegnate ai manuali scolastici.
Se una lezione si può trarre da questi fatti, pur evitando le
troppo facili generalizzazioni, è quella di non sottovalutarli, di non
liquidarli come semplici atti vandalici e teppistici. Si
tratta di spie che si accendono e che segnalano che qualcosa non funziona nel motore della società.
Segnalano un disagio reale, una frustrazione e un senso di precarietà
diffusi, ansie e angosce che vanno tenute nel giusto conto.
Nel caso francese, i comportamenti violenti e antisociali dei figli degli immigrati musulmani,
segnalano quasi certamente la disuguaglianza delle opportunità, la discriminazione
razziale, la disoccupazione che raggiunge nelle periferie tassi altissimi, l'assenza di
mobilità sociale in una società come quella francese troppo ingessata
e tesa a favorire gli interessi di una classe di privilegiati.
I giovani, che hanno fatto proprio il principio di uguaglianza della
rivoluzione francese, si vedono tagliati fuori da un'esistenza ricca di significato,
dall'accesso ai consumi propagandati dalla televisione, dalla piena
cittadinanza. La scuola, le aziende, l'industria del tempo libero li
escludono senza appello.
Una società democratica deve a mio avviso isolare e punire i
violenti, ma la risoluzione dei problemi sociali passa soprattutto
attraverso il dialogo, attraverso il tentativo di recuperare degli
individui, che potrebbero costituire una risorsa e non abbandonarli alla
deriva dell'apatia, della droga e della criminalità.
L'integrazione degli immigrati si è rivelata ovunque molto più
complicata di quanto non lasciassero intendere gli ingenui slogan
progressisti e personalmente non credo alla superiorità morale degli
oppressi. Tuttavia la società, i politici, gli amministratori, la
classe dirigente hanno l'obbligo di costruire città più belle e vivibili, scuole che sappiano formare cittadini e abili lavoratori,
economie che riducano il gap fra ricchi e poveri. Devono inoltre
sostenere le famiglie e proporre modelli positivi e credibili a cui i giovani
possano ispirarsi, completando con successo il proprio processo di
maturazione psichica, diventando cioè degli adulti responsabili e
sufficientemente appagati.
Uno slogan di qualche anno fa reclamava meno Stato e più mercato. Ma
lo Stato non può scomparire, deve comportarsi da arbitro, stabilire
regole, evitare distorsioni economiche così plateali come quelle
odierne dove la globalizzazione non si è tradotta in maggior ricchezza
e migliore qualità della vita per tutti, ma ha finito col favorire
ingiustamente una ristretta cerchia di persone. L'economia deve
allontanarsi dalla legge della giungla e deve ritornare a costituire un
mezzo e non un fine.
Ridare concrete speranze alle giovani generazioni, favorire l'integrazione degli immigrati e
creare le condizioni per uno sviluppo economico più giusto ed
equilibrato costituiscono, a mio avviso, le sfide più importanti degli
anni a venire, sfide che le democrazie occidentali non possono
permettersi il lusso di perdere.