Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore, Garzanti, 1987

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Quando What We Talk About When We Talk About Love venne pubblicato per la prima volta in Italia, sul finire degli anni Ottanta, il suo autore, l'americano Raymond Carver, divenne da subito uno scrittore di culto.

Non so quanto abbia influito nella costruzione del mito la sua biografia (brutte storie di alcoolismo, i mestieri più umili e disparati per tirare avanti, la bella storia d'amore con la poetessa Tess Gallagher, cui questo libro è dedicato, la morte precoce).

Io stesso mi misi a scribacchiare indecorosamente qualcosa in quegli anni, ispirandomi al suo celebre minimalismo, uno stile inconfondibile, una prosa scabra ed essenziale, frasi brevi, periodi con poche subordinate, linguaggio quotidiano, una narrazione che non supera quasi mai le dieci pagine per racconto.

I temi, poi: interni domestici dimessi, piccole tragedie in due battute, solitudini da sobborgo urbano, incomprensioni, oscuri rancori, menage stanchi, psicodrammi familiari da day after, afasie improvvise, annegate nella birra, nel whiskey, nel ponce; l'angoscia, che come un brivido gelido attraversa l'America degli sconfitti.

I racconti di Carver registrano brevi ed ineffabili sensazioni, barlumi di consapevolezza che modificano irreversibilmente faticate esistenze.
Riconosciuto il talento del narratore americano, non ne vanno sottaciuti, tuttavia, i limiti.

I personaggi dei suoi racconti, a mio modo di vedere, sono uomini (e donne) senza qualità, individui della media e piccola borghesia, che soccombono spesso allo loro stessa mediocrità e al loro squallore, morale prima ancora che materiale.

Difficilmente la produzione dello scrittore americano finisce così per accontentare quel lettore che alla narrativa chiede illuminazioni spirituali da applicare alla propria vita.

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Pagina aggiornata il 11.03.01
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