Quando What We Talk About When We Talk About
Love venne pubblicato per la prima volta in
Italia, sul finire degli anni Ottanta, il suo autore,
l'americano Raymond Carver, divenne da subito uno
scrittore di culto.
Non so quanto abbia influito nella costruzione del
mito la sua biografia (brutte storie di alcoolismo, i
mestieri più umili e disparati per tirare avanti, la
bella storia d'amore con la poetessa Tess Gallagher,
cui questo libro è dedicato, la morte precoce).
Io stesso mi misi a scribacchiare indecorosamente
qualcosa in quegli anni, ispirandomi al suo celebre minimalismo,
uno stile inconfondibile, una prosa scabra ed
essenziale, frasi brevi, periodi con poche
subordinate, linguaggio quotidiano, una narrazione
che non supera quasi mai le dieci pagine per
racconto.
I temi, poi: interni domestici dimessi, piccole
tragedie in due battute, solitudini da sobborgo
urbano, incomprensioni, oscuri rancori, menage
stanchi, psicodrammi familiari da day after,
afasie improvvise, annegate nella birra, nel whiskey,
nel ponce; l'angoscia, che come un brivido gelido
attraversa l'America degli sconfitti.
I racconti di Carver registrano brevi ed ineffabili
sensazioni, barlumi di consapevolezza che modificano
irreversibilmente faticate esistenze.
Riconosciuto il talento del narratore americano, non
ne vanno sottaciuti, tuttavia, i limiti.
I personaggi dei suoi racconti, a mio modo di vedere,
sono uomini (e donne) senza qualità, individui della
media e piccola borghesia, che soccombono spesso allo
loro stessa mediocrità e al loro squallore, morale
prima ancora che materiale.
Difficilmente la produzione dello scrittore americano
finisce così per accontentare quel lettore che alla
narrativa chiede illuminazioni spirituali da
applicare alla propria vita.
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