Pur esponendo tesi non sempre limpide e
convincenti, il libro di Stewart ha il merito di
richiamare l'attenzione dei lettori su un cambiamento
degli ultimi decenni che si sta facendo sempre più
marcato: il passaggio da un'economia che produce beni
tangibili ad un'economia dematerializzata, dove
l'informazione e la conoscenza hanno un ruolo
decisivo.
Lo sviluppo di un'"economia della
conoscenza" non è privo di impatti sulla
gestione delle aziende. In crisi, secondo Stewart,
sono i quadri intermedi e coloro che arretrano di
fronte al cambiamento, chi non vuole sapere di
continuare ad apprendere abilità e conoscenze utili
al proprio contesto lavorativo; vacilla (come al
solito!) il modello burocratico e gerarchico, mentre
avanzano organizzazioni più snelle, come quelle a
rete, quelle orientate per progetti, quelle insomma
che tendono a dare importanza al brainpower
(= il potere del cervello), all'iniziativa personale,
all'autonomia più che alla posizione funzionale
ricoperta nell'organigramma.
Stewart accusa le aziende di trascurare colpevolmente
il capitale umano, la risorsa strategica più
importante dei nostri anni. Sono ancora troppe le
organizzazioni in cui le energie e il capitale di
conoscenza dei dipendenti non solo non vengono
stimolati a crescere, ma sono lasciati a languire,
con gravi danni economici e perdita di
competitività.
Personalmente ritengo che queste trasformazioni
dell'economia contemporanea riguardino anche gli
infermieri e le sfide decisive che li attendono nei
prossimi anni. Prigionieri di organizzazioni che non
li valorizzano a sufficienza, dovranno cercare, per
dirla con Stewart, di trasformarsi da persone facili
da sostituire e a basso valore aggiunto, come sono
stati spesso considerati (a torto!) nella loro storia
recente a persone difficili da sostituire e ad alto
valore aggiunto.
Approssimarsi a quest'ultimo
obiettivo sarà probabilmente il nostro compito negli
anni futuri.