Sbaglia chi crede che la
nozione di inconscio sia un'idea originale partorita
dalla mente brillante del neurologo viennese Sigmund
Freud: anticipatori del concetto di inconscio furono
poeti e scrittori, ai quali lo stesso Freud rese
omaggio.
Per esempio, il sottosuolo evocato da Dostoevskij
in questo romanzo del 1865 ha dei sorprendenti punti
di contatto con la teoria freudiana.
L'"uomo del sottosuolo" è un giovane
impiegato inconcludente, a disagio con se stesso e in
collisione con la società, isolato, con una vita di
relazione inconsistente, incapace di legare con i
colleghi d'ufficio come con gli ex compagni di
scuola. Ad una cena in onore del tronfio Zverkov,
litigherà con tutti e alla fine della serata
compirà un ridicolo, ambiguo e fallimentare
tentativo di redimere una prostituta, la giovane
Lisa.
Dostoevskij ci mostra il protagonista impegnato
nella prima parte del romanzo in un torbido quanto
avvincente monologo su se stesso, mentre nella
seconda parte, più narrativa, lo ritrae negli
aggrovigliati ed ostili rapporti che intrattiene con
gli altri nella vita quotidiana.
Il protagonista è un uomo superfluo, un antieroe,
come lo definisce lo stesso autore, anzi un
mascalzone, il più abietto, il più ridicolo, il
più dappoco, il più stupido, il più invidioso di
tutti i vermi della terra.
Eppure la pietà e la simpatia del lettore vanno a
lui, anche se subito, in apertura di romanzo, toglie
al lettore ogni illusione sulla sua vera natura: Io
sono una persona malata... sono una persona cattiva.
Un uomo dunque sofferente, ma consapevole, anzi
consapevole perchè sofferente. Dirà infatti, più
avanti: La sofferenza, questa è l'unica causa
della consapevolezza. E ancora: Vi giuro,
signori, che l'esser troppo consapevoli è una
malattia, un'autentica, assoluta malattia.
Il pensiero di Dostoevskij è antiilluminista; il
romanziere russo è scettico circa le verità della
scienza e dubita dei poteri della ragione: questa
costituisce soltanto una parte e non certo la più
importante e decisiva della personalità umana (Il
volere umano, molto spesso e anzi il più delle volte
si trova assolutamente e cocciutamente in contrasto
con il raziocinio); forze oscure agiscono nel
profondo di ciascuno di noi, perseguendo fini che
vanno ben oltre le categorie dell'utile, del buon
senso, del vantaggioso per l'individuo e per la
specie; la Storia è un susseguirsi di irrazionali
insensatezze.
La consapevolezza finisce per generare inerzia, ci
allontana dalla vita e dalla azione, ci rende
estranei e diversi: Io sono solo, e loro invece
sono tutti, dirà sconsolato il protagonista.
Un romanzo dell'Ottocento che conserva
un'incredibile vitalità, un libro di quelli che ti
leggono dentro. Narrazione e saggio filosofico presto
si mescolano, per rappresentare il magma
contraddittorio e incandescente degli umani impulsi
interiori: l'amor proprio, la vendetta,
l'irresolutezza, l'ingratitudine, il senso di colpa,
il piacere e il dolore, la vergogna.
Una congerie di pensieri che spesso si avvolgono a
spirale su se stessi. Uno stile energico e colorito,
efficace e tortuoso, denso di contenuti e lontano
dalla nitidezza e dall'anemica precisione dei
prodotti standardizzati della narrativa
contemporanea. Oltre a Freud, Dostoevskij sembra qui
anticipare Nietzsche.