Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, Mondadori, 1989

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copertinaSbaglia chi crede che la nozione di inconscio sia un'idea originale partorita dalla mente brillante del neurologo viennese Sigmund Freud: anticipatori del concetto di inconscio furono poeti e scrittori, ai quali lo stesso Freud rese omaggio.

Per esempio, il sottosuolo evocato da Dostoevskij in questo romanzo del 1865 ha dei sorprendenti punti di contatto con la teoria freudiana.

L'"uomo del sottosuolo" è un giovane impiegato inconcludente, a disagio con se stesso e in collisione con la società, isolato, con una vita di relazione inconsistente, incapace di legare con i colleghi d'ufficio come con gli ex compagni di scuola. Ad una cena in onore del tronfio Zverkov, litigherà con tutti e alla fine della serata compirà un ridicolo, ambiguo e fallimentare tentativo di redimere una prostituta, la giovane Lisa.

Dostoevskij ci mostra il protagonista impegnato nella prima parte del romanzo in un torbido quanto avvincente monologo su se stesso, mentre nella seconda parte, più narrativa, lo ritrae negli aggrovigliati ed ostili rapporti che intrattiene con gli altri nella vita quotidiana.

Il protagonista è un uomo superfluo, un antieroe, come lo definisce lo stesso autore, anzi un mascalzone, il più abietto, il più ridicolo, il più dappoco, il più stupido, il più invidioso di tutti i vermi della terra.
Eppure la pietà e la simpatia del lettore vanno a lui, anche se subito, in apertura di romanzo, toglie al lettore ogni illusione sulla sua vera natura: Io sono una persona malata... sono una persona cattiva.
Un uomo dunque sofferente, ma consapevole, anzi consapevole perchè sofferente. Dirà infatti, più avanti: La sofferenza, questa è l'unica causa della consapevolezza. E ancora: Vi giuro, signori, che l'esser troppo consapevoli è una malattia, un'autentica, assoluta malattia.

Il pensiero di Dostoevskij è antiilluminista; il romanziere russo è scettico circa le verità della scienza e dubita dei poteri della ragione: questa costituisce soltanto una parte e non certo la più importante e decisiva della personalità umana (Il volere umano, molto spesso e anzi il più delle volte si trova assolutamente e cocciutamente in contrasto con il raziocinio); forze oscure agiscono nel profondo di ciascuno di noi, perseguendo fini che vanno ben oltre le categorie dell'utile, del buon senso, del vantaggioso per l'individuo e per la specie; la Storia è un susseguirsi di irrazionali insensatezze.
La consapevolezza finisce per generare inerzia, ci allontana dalla vita e dalla azione, ci rende estranei e diversi: Io sono solo, e loro invece sono tutti, dirà sconsolato il protagonista.

Un romanzo dell'Ottocento che conserva un'incredibile vitalità, un libro di quelli che ti leggono dentro. Narrazione e saggio filosofico presto si mescolano, per rappresentare il magma contraddittorio e incandescente degli umani impulsi interiori: l'amor proprio, la vendetta, l'irresolutezza, l'ingratitudine, il senso di colpa, il piacere e il dolore, la vergogna.

Una congerie di pensieri che spesso si avvolgono a spirale su se stessi. Uno stile energico e colorito, efficace e tortuoso, denso di contenuti e lontano dalla nitidezza e dall'anemica precisione dei prodotti standardizzati della narrativa contemporanea. Oltre a Freud, Dostoevskij sembra qui anticipare Nietzsche.

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Pagina aggiornata il 19.12.02
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