Renato Serra, Le lettere, Longo, 1989

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Questo poi non è un repertorio nominativo dei letterati italiani, con cenno biografico e bibliografico: e non è neanche un capitolo di storia o di critica letteraria.
E' una cronaca; in cui si rende conto dei libri e dei loro scrittori, dal punto di vista del pubblico che legge e secondo la più comune impressione.
Ciò non consente personalità di analisi o di idee. In compenso ci troveremo sopra un terreno sicuro; almeno per oggi.

Ce n'è, nelle scuole e nelle case, che sanno ancora leggere i libri per consolarsi e per farsi migliori, continuando in sé e nei vicini quella silenziosa religione, fatta di pudore e di forza, di sanità e di studio affezionato delle belle grandi cose dell'ingegno umano, che è sempre stata una delle saluti più vere della nostra Italia.

Renato Serra, il critico cesenate morto in guerra in giovane età, 31 anni, è un nome che ricorre con insistente frequenza nelle critiche letterarie contemporanee.
Incuriosito, ho letto questo Le lettere, pubblicato nel 1914, un piccolo classico della letteratura italiana, che impressiona favorevolmente il lettore sia per stile che per contenuti.

L'impressione è stata, da subito, di trovarsi fra le mani un libro importante. L'espressione vivace e moderna, l'aggettivazione precisa, la sicurezza dei giudizi, compositi e ricchi di sfumature, fanno di questo libro un saggio indispensabile per chi voglia accostarsi alla produzione letteraria (poesia, narrativa, critica) dell'Italia giolittiana, del primo Novecento, quella di Croce e di D'Annunzio, di Gozzano e di Moretti, di Cecchi e di Borgese.
Serra scrive per frasi brevi ed equilibrate e la sua prosa colorita riesce spesso piacevolmente sferzante. Colpisce, anzi, che un critico sappia scrivere in modo così chiaro, vivo e piacevole. E comprensibile al lettore comune, a chi si diletta di letteratura senza esserne uno specialista.
E del lettore comune Serra si occupa e si preoccupa, considerandolo, a pieno titolo, insieme allo scrittore e al poeta, parte di quella ristretta comunità che è l'Italia letteraria.

Per Serra, il suo tempo ha troppa fretta di liquidare come antiquati e superati autori della statura di Nietzsche, Tolstoj, D'Annunzio, Pascoli, Carducci e Croce, mentre all'orizzonte si profila una letteratura solo in apparenza originale e indipendente da ogni sorta di scuole e influenze e dominazioni spirituali, salvo poi scoprire, dietro l'iconoclastia, l'assoluta mancanza di passione e serietà.
Dominano il mondo delle lettere la noia e la superficialità, la banalità, l'imprecisione e la curiosità senza discernimento.

Critico alieno da quell'accondiscendenza che sfocia a volte in quelli che l'autore stesso definisce soffietti editoriali, Serra è severo e impietoso, a volte addirittura, a mio giudizio, oltre misura, con il proprio tempo, con Palazzeschi, Bontempelli, persino con Cardarelli, Saba e Rebora.
Duro nei confronti della narrativa dell'epoca. Serra si lamenta dell'omogeneizzazione degli scrittori, dell'imitazione e dell'adesione a un solo modello. Neppure Pirandello si salva.

Mi ha confortato, invece, trovare un giudizio positivo, su un libro di Papini, Un uomo finito, che molto mi piacque quando lo lessi: Scrive Serra: Abbondante e rumoroso e sfacciato nella sua produzione appare invece Papini. Del quale si può parlare quanto si voglia in tutti i sensi; ma una cosa resta pur certa, che l'"Uomo finito" è uno dei libri più notevoli dell'ultima stagione letteraria.

I libri di Renato Serra

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Pagina aggiornata il 16.04.02
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