Questo poi non è un repertorio nominativo dei
letterati italiani, con cenno biografico e
bibliografico: e non è neanche un capitolo di storia
o di critica letteraria.
E' una cronaca; in cui si rende conto dei libri e dei
loro scrittori, dal punto di vista del pubblico che
legge e secondo la più comune impressione.
Ciò non consente personalità di analisi o di idee.
In compenso ci troveremo sopra un terreno sicuro;
almeno per oggi.
Ce n'è, nelle scuole e nelle case, che sanno
ancora leggere i libri per consolarsi e per farsi
migliori, continuando in sé e nei vicini quella
silenziosa religione, fatta di pudore e di forza, di
sanità e di studio affezionato delle belle grandi
cose dell'ingegno umano, che è sempre stata una
delle saluti più vere della nostra Italia.
Renato Serra, il critico cesenate morto in guerra
in giovane età, 31 anni, è un nome che ricorre con
insistente frequenza nelle critiche letterarie
contemporanee.
Incuriosito, ho letto questo Le lettere,
pubblicato nel 1914, un piccolo classico della
letteratura italiana, che impressiona favorevolmente
il lettore sia per stile che per contenuti.
L'impressione è stata, da subito, di trovarsi fra
le mani un libro importante. L'espressione vivace e
moderna, l'aggettivazione precisa, la sicurezza dei
giudizi, compositi e ricchi di sfumature, fanno di
questo libro un saggio indispensabile per chi voglia
accostarsi alla produzione letteraria (poesia,
narrativa, critica) dell'Italia giolittiana, del
primo Novecento, quella di Croce e di D'Annunzio, di
Gozzano e di Moretti, di Cecchi e di Borgese.
Serra scrive per frasi brevi ed equilibrate e la sua
prosa colorita riesce spesso piacevolmente sferzante.
Colpisce, anzi, che un critico sappia scrivere in
modo così chiaro, vivo e piacevole. E comprensibile
al lettore comune, a chi si diletta di letteratura
senza esserne uno specialista.
E del lettore comune Serra si occupa e si preoccupa,
considerandolo, a pieno titolo, insieme allo
scrittore e al poeta, parte di quella ristretta
comunità che è l'Italia letteraria.
Per Serra, il suo tempo ha troppa fretta di
liquidare come antiquati e superati autori della
statura di Nietzsche, Tolstoj, D'Annunzio, Pascoli,
Carducci e Croce, mentre all'orizzonte si profila una
letteratura solo in apparenza originale e
indipendente da ogni sorta di scuole e influenze
e dominazioni spirituali, salvo poi scoprire,
dietro l'iconoclastia, l'assoluta mancanza
di passione e serietà.
Dominano il mondo delle lettere la noia e la
superficialità, la banalità, l'imprecisione
e la curiosità senza discernimento.
Critico alieno da quell'accondiscendenza che
sfocia a volte in quelli che l'autore stesso
definisce soffietti editoriali, Serra è severo e
impietoso, a volte addirittura, a mio giudizio, oltre
misura, con il proprio tempo, con Palazzeschi,
Bontempelli, persino con Cardarelli, Saba e Rebora.
Duro nei confronti della narrativa dell'epoca. Serra
si lamenta dell'omogeneizzazione degli scrittori,
dell'imitazione e dell'adesione a un solo modello.
Neppure Pirandello si salva.
Mi ha confortato, invece, trovare un giudizio
positivo, su un libro di Papini, Un uomo finito,
che molto mi piacque quando lo lessi: Scrive Serra: Abbondante
e rumoroso e sfacciato nella sua produzione appare
invece Papini. Del quale si può parlare quanto si
voglia in tutti i sensi; ma una cosa resta pur certa,
che l'"Uomo finito" è uno dei libri più
notevoli dell'ultima stagione letteraria.
I
libri di Renato Serra