Cesare Segre, La letteratura italiana del Novecento, Laterza, 1998

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copertinaUn tascabile, un manualetto breve, appena 118 pagine, compresi bibliografia e indice analitico, ma un'opera utile e piacevole, questa di Segre. Con la precisione del professionista della critica, con l'autorevolezza del luminare dell'analisi testuale, Segre redige, con acutezza di sintesi, il referto di un secolo e dei suoi protagonisti letterari. Eccone alcuni brani:

Non è fuori luogo rilevare subito che i personaggi di maggior calibro del Novecento (Svevo, Saba, Montale, Gadda, Croce) sono nati nel secolo precedente.

Non possiamo vantare (a parte Gadda) romanzieri comparabili a Kafka, a Thomas Mann, Musil e Broch, a Joyce o a Camus, a Hemingway o a Pasternak o a Bulgakov.

Sui protagonisti:

Svevo: Scrittore di frontiera, Svevo sembra quasi estraneo alla precedente narrativa italiana e s'avvicina piuttosto, ma senza massicce rassomiglianze o tanto meno derivazioni, a Flaubert, Proust, Schnitzler e Joyce. (...) il suo italiano è per lui, triestino, uno strumento impiegato quasi con diffidenza, e con molto volontarismo. Di qui anche la forma che parve ai contemporanei inelegante, e che fece rinviare il suo riconoscimento come maestro del romanzo. Adepto in sostanza del naturalismo, Svevo racconta storie di personaggi borghesi e comuni, mostrando però le complicazioni e i grovigli inconfessabili celati nelle loro menti.

Pirandello: Lo scarso interesse per lo stile, la preferenza per personaggi mediocri e di solito borghesi, l'attenzione ai moventi psicologici, avvicinano Luigi Pirandello al quasi coetaneo Svevo. Ma le rassomiglianze finiscono qui. Pirandello mette di suo la ricerca di situazioni che muovono fra il paradosso e l'umorismo, il gusto dialettico, filosofeggiante, che mette in azione meccanismi (il contrasto fra apparenza e realtà, maschera e volto, convenzione e suo rovesciamento) ben costruiti ma fuori del comune, spesso cerebrali. Egli ha un senso dolente, anche tragico, della vita; i suoi personaggi hanno un bisogno disperato di comunicare, anzi di confessare, e soffrono di non riuscirci a pieno; peccato che tutto questo si realizzi quasi sempre entro costruzioni narrative troppo ingegnosamente calcolate.

Moravia: Quello che è indubbio, e che ha fatto la fortuna internazionale di Moravia (il nostro romanziere più tradotto), è che tanto nella misura breve del racconto, quanto in quella del romanzo, egli ha fornito una galleria ricchissima di personaggi e situazioni disegnati con tratti netti. Certo nell'ambito del tipico, ma con sguardo sempre acuto. Moravia è un moralista che registra, curioso, le debolezze umane. (...) E' l'intelligenza è il tratto caratterizzante Moravia; anche a scapito dell'arte.

Gadda: Giganteggia, Gadda, fra i narratori di metà Novecento; non solo per l'originalità del linguaggio, che comunque avrà continuatori e imitatori, ma per la capacità di affrontare i temi umani più complessi e oscuri. Egli si lega ancora al grande romanzo europeo ottocentesco.

Sciascia: Ha dedicato gran parte dei suoi romanzi alla mafia, di cui ha mostrato le allora non proprio risapute ramificazioni e i rapporti col potere. La forma scelta, quella del romanzo poliziesco, serve spesso, per antifrasi, non già a tracciare collegamenti logicamente rigorosi, ma al contrario a far intravvedere una rete di complicità e omertà che si estende all'infinito.

Giudizi molto positivi vengono espressi da Segre sull'opera di Fenoglio e di Calvino (stile perfetto, intelligenza attenta). Ampio spazio viene dedicato alla disamina della produzione poetica nostrana. L'ultimo capitolo riguarda i contemporanei, scatenando nei lettori il solito gioco delle esclusioni e delle inclusioni. Segre include Pontiggia, Tabucchi, De Carlo, Del Giudice, Orengo, Celati, Biamonti, Tomizza, Samonà, Magris, Loy, Ortese, Bufalino, Maurensig, Consolo e Busi, fra i narratori più significativi dei nostri anni. Sorprendono alcune esclusioni; per esempio, il silenzio su Tondelli.

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