Paolo SARPI (1552-1623)

A Sarpi non interessa perché sono avvenuti i fatti, ma come essi si sono svolti. Il perché, poi, viene fuori comunque, nel corso della narrazione: la Chiesa non ha saputo rinunciare al potere temporale.

Il limite della storiografia del 500 è quello di subordinare alle idee politiche lo svolgimento dei fatti. Sarpi dà garanzia di maggiore obiettività. Egli non riesce, tuttavia, a evitare di formulare un giudizio. L'opera dello storico è sempre, perciò, un'interpretazione.
La storiografia del 600 continua la storiografia del 500 ed è in definitiva più viziata. Compaiono tendenze nuove, interessi nuovi. Storie di altri paesi. Gli storici vanno oltre i confini troppo limitanti del loro paese. C'è un allargamento dell'orizzonte culturale all'Europa. Ci sono viaggi, esplorazioni narrate da resoconti. Tali resoconti fanno leva sull'esotico, l'insolito. Da questi resoconti si sviluppa il giornalismo, inteso come cronaca dall'estero. La metodologia risente dell'influsso di Galileo. C'è una documentazione precisa alla base dell'interpretazione dei fatti.

Sarpi non accetta interferenze tra potere politico e spirituale. Avverte un'esigenza di rinnovamento interno della Chiesa con un ritorno al Vangelo. Da questi presupposti egli osserva i fatti. La sua prosa è essenziale, antibarocca.

(v. s. 25-12-2004)

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