Questo libro tratta di
welfare, cioè di benessere e protezione sociale, e può essere
considerato il complemento di un volume che ho scritto alcuni anni fa
sul tema del lavoro, L'uomo flessibile (Milano, Feltrinelli, 1999). Spesso
gli utenti del welfare si lamentano di essere trattati con poco
rispetto. Ma la mancanza di rispetto che sperimentano non è dovuta
semplicemente al fatto che sono poveri, vecchi o malati. La società
moderna manca di manifestazioni concrete ed efficaci di rispetto e di
riconoscimento per gli altri.
Certamente nella società esiste un ideale di rispetto: solo
considerandoci come eguali noi affermiamo il rispetto reciproco.
Possiamo dunque rispettare solo chi è eguale a noi e quindi può
contare sulla nostra stessa forza? Certe diseguaglianza sono arbitrarie ma altre sono inevitabili: come le differenze di talento.
Nella società moderna le persone non sono generalmente in grado di
concepire rispetto e riconoscimento al di là di questi limiti.
L'esigenza di eguaglianza viene percepita in modo forte dagli
utenti del welfare nel momento in cui capiscono che la possibilità di
attirare l'attenzione altrui è legata ai loro problemi, alla mera
realtà della loro condizione: per avere rispetto non dovrebbero essere
deboli, non dovrebbero avere bisogno.
Quando gli utenti del welfare vengono spronati a
"guadagnarsi" il rispetto di sé in genere si intende che
devono diventare autosufficienti materialmente. Tuttavia, in ambito
sociale il rispetto di sé non dipende solo dalla posizione economica,
ma da quello che si fa e da come lo si riesce a conseguire. Il rispetto
di sé non può essere "guadagnato" nello stesso modo in cui
la gente guadagna denaro. E comunque la diseguaglianza continua ad
incombere: chi si trova negli strati più bassi dell'ordine sociale può
anche raggiungere il rispetto di sé, ma lo conserva con difficoltà.
Per
questo ho deciso di occuparmi della relazione fra rispetto e
diseguaglianza. Cominciando a buttar giù i miei pensieri mi sono reso
conto di quanto questa relazione abbia condizionato la mia vita. Sono
cresciuto nel sistema di welfare, poi ne sono uscito grazie al mio
talento. Non è venuto meno il mio rispetto per coloro che mi lasciavo
alle spalle, ma il mio personale senso di fiducia deriva proprio dal
modo in cui li ho lasciati indietro. Non posso certo dirmi un
osservatore neutrale: per scrivere in modo onesto un libro su questo
tema ho dovuto in parte basarmi sulla mia esperienza personale, e per
quanto ami leggere le memorie altrui, non mi trovo a mio agio nel
confessarmi.
In definitiva, questo libro è diventato un
esperimento. Non è un volume di politiche pensate per il welfare state,
né una biografia a tutto tondo. Ho cercato di usare la mia esperienza
personale come punto di avvio per indagare un più ampio problema
sociale.
(dalla prefazione dell'Autore)
Richard Sennett, allievo di David
Riesman, l'autore del celeberrimo La folla solitaria e di Erik
Erikson, lo psicanalista noto per le sue ricerche sullo sviluppo della
personalità, affronta in questo libro delicati temi che riguardano da
vicino le nostre vite e il mondo in cui viviamo.
Lo fa adottando una
prospettiva ampia e non quella solita ristretta dello specialista.
Così il rispetto, la disuguaglianza, il privilegio, l'autorità, il
welfare state, il volontariato, il rapporto assistente-assistito
vengono trattati alla luce dei cambiamenti epocali riguardanti la società,
il lavoro e la sua organizzazione, passata in pochi decenni dal
modello fordista a quello a rete. Nozioni di psicologia e psicanalisi,
oltre che notazioni autobiografiche, si intrecciano a pertinenti
citazioni dei classici della filosofia, dell'economia, della
filosofia, della letteratura, della storiografia, della antropologia,
della musica.
Molti e ricchi gli spunti di riflessione offerti anche
al lettore comune, che tuttavia fatica a tener dietro ai collegamenti
e alle tesi dell'autore.
Un libro che merita dunque una lettura attenta o almeno una scorsa non
troppo superficiale (come è stata forse la mia).
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