Dopo l'euforia dell'ultimo
decennio si assiste a un salutare ripensamento sulla
realtà del capitalismo trionfante. Non è tutto oro
quello che luccica, il liberismo economico sta
determinando guasti insanabili nel tessuto sociale.
Il saggio The corrosion of character di
Richard Sennett si inserisce in questo filone di
aspra critica della nuova società.
Nelle aziende, il reenginering e il downsizing
hanno costretto migliaia di persone, anche con
qualifiche elevate, al licenziamento, ma, fatto
ancora più grave, hanno minato nell'individuo la
fiducia in se stesso e nella società.
Un tempo esisteva una routine lavorativa,
che non aveva soltanto deprimenti risvolti negativi.
Infondeva sicurezza, determinava fedeltà alla
propria azienda e lealtà nei confronti di colleghi e
superiori, garantiva una carriera prevedibile, spesso
in base alla sola anzianità, consentiva progetti a
lungo termine. Permetteva di arrivare e in qualche
modo di godersi la vita.
I lavoratori di oggi sono sempre in cammino,
costretti ad inseguire i repentini e imprevedibili
mutamenti economici, impossibilitati a reggere il
ritmo degli incalzanti cambiamenti, angosciati dal
futuro e dalla paura di non farcela, senza tempo da
dedicare ai figli, senza modelli stabili da
trasmettere, senza la possibilità di elaborare una
narrazione, personale e lavorativa, che abbia uno
sviluppo coerente e consenta loro di costruirsi
un'identità passabilmente stabile.
Ad ogni cambio di lavoro, si riparte drammaticamente
da zero. Superati i cinquant'anni, ma sovente anche
prima, si è irrimediabilmente bruciati, esclusi da
pregiudizi infondati ma tenacissimi.
Sennett descrive il vero volto del capitalismo
americano, ma ammette che lo stesso cosiddetto
capitalismo "renano" lo sta ormai imitando
nell'inseguire un liberismo negatore del fattore
umano.
L'economia, da mezzo si è tramutata in fine, ma i
cambiamenti, il senso della loro presunta
razionalità, sfuggono agli stessi protagonisti, i
grandi magnati della terra, sempre più simili a
giocatori d'azzardo.
Sennett, nella sua requisitoria arricchita da
citazioni classiche, si spinge persino a criticare
quelle aziende che affidano la loro immagine al
lavoro di gruppo, al gioco di squadra, alla debole
struttura a rete, anziché alla gerarchia piramidale.
Vede in queste proposte e rappresentazioni
superficialità , mistificazione, indifferenza,
deresponsabilizzazione.
È un libro, quello di Sennett, angosciante e
quasi disperato, ma che fa riflettere. Se però la
parte critica è accettabile, sono le alternative che
non convincono. La strisciante nostalgia per la
grigia routine burocratica e gerarchica, di cui si
tacciono soprusi e umiliazioni, il plauso seppure
sfumato da distinguo per l'immobilismo di qualche
decennio fa, che affiorano in qualche parte del
libro, l'elogio della dipendenza come base per lo
sviluppo di soddisfacenti rapporti umani, non convincono del tutto il lettore.
Se il capitalismo odierno è disumano, lo è a mio
avviso altrettanto la rigida burocratizzazione di
ieri.
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