Richard Sennett, L'uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, 2001

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copertinaDopo l'euforia dell'ultimo decennio si assiste a un salutare ripensamento sulla realtà del capitalismo trionfante. Non è tutto oro quello che luccica, il liberismo economico sta determinando guasti insanabili nel tessuto sociale.
Il saggio The corrosion of character di Richard Sennett si inserisce in questo filone di aspra critica della nuova società.

Nelle aziende, il reenginering e il downsizing hanno costretto migliaia di persone, anche con qualifiche elevate, al licenziamento, ma, fatto ancora più grave, hanno minato nell'individuo la fiducia in se stesso e nella società.
Un tempo esisteva una routine lavorativa, che non aveva soltanto deprimenti risvolti negativi. Infondeva sicurezza, determinava fedeltà alla propria azienda e lealtà nei confronti di colleghi e superiori, garantiva una carriera prevedibile, spesso in base alla sola anzianità, consentiva progetti a lungo termine. Permetteva di arrivare e in qualche modo di godersi la vita.
I lavoratori di oggi sono sempre in cammino, costretti ad inseguire i repentini e imprevedibili mutamenti economici, impossibilitati a reggere il ritmo degli incalzanti cambiamenti, angosciati dal futuro e dalla paura di non farcela, senza tempo da dedicare ai figli, senza modelli stabili da trasmettere, senza la possibilità di elaborare una narrazione, personale e lavorativa, che abbia uno sviluppo coerente e consenta loro di costruirsi un'identità passabilmente stabile.
Ad ogni cambio di lavoro, si riparte drammaticamente da zero. Superati i cinquant'anni, ma sovente anche prima, si è irrimediabilmente bruciati, esclusi da pregiudizi infondati ma tenacissimi. 

Sennett descrive il vero volto del capitalismo americano, ma ammette che lo stesso cosiddetto capitalismo "renano" lo sta ormai imitando nell'inseguire un liberismo negatore del fattore umano.
L'economia, da mezzo si è tramutata in fine, ma i cambiamenti, il senso della loro presunta razionalità, sfuggono agli stessi protagonisti, i grandi magnati della terra, sempre più simili a giocatori d'azzardo.
Sennett, nella sua requisitoria arricchita da citazioni classiche, si spinge persino a criticare quelle aziende che affidano la loro immagine al lavoro di gruppo, al gioco di squadra, alla debole struttura a rete, anziché alla gerarchia piramidale.
Vede in queste proposte e rappresentazioni superficialità , mistificazione, indifferenza, deresponsabilizzazione. 

È un libro, quello di Sennett, angosciante e quasi disperato, ma che fa riflettere. Se però la parte critica è accettabile, sono le alternative che non convincono. La strisciante nostalgia per la grigia routine burocratica e gerarchica, di cui si tacciono soprusi e umiliazioni, il plauso seppure sfumato da distinguo per l'immobilismo di qualche decennio fa, che affiorano in qualche parte del libro, l'elogio della dipendenza come base per lo sviluppo di soddisfacenti rapporti umani, non convincono del tutto il lettore.
Se il capitalismo odierno è disumano, lo è a mio avviso altrettanto la rigida burocratizzazione di ieri.

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Pagina aggiornata il 27.01.02
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