Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Rizzoli (BUR), 1991

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copertinaNo, non si tratta di una posa, almeno non credo. Davvero i sette volumi di quest'opera singolare e appassionante mi sono piaciuti e mi sento di raccomandarne la lettura a quanti ancora non lo hanno fatto.

Sistemati a forza in dozzinali sacche da viaggio, mai abbastanza capienti ma con logo pubblicitario inopportunamente in cattiva mostra o in valige spaiate, riposti in bagagliai d'automobile resi incandescenti dal sole, letti in modeste camere d'albergo o in riva a spiagge affollate, in un giardino pubblico o sotto le coltri del letto, oppure, ancora meglio, in poltrona, durante solitarie e calme giornate primaverili, i sette volumi della Recherche non hanno smesso di stupirmi.

E' l'opera di una vita e non solo per lo scrittore, ma anche per il lettore che impiega come è capitato a me, 15 o 20 anni per affrontarne tutte (o quasi) le pagine. Un'esperienza comune, come mi è capitato di constatare.

E' un libro che per le novità formali introdotte ha segnato un secolo, il Novecento, pur zeppo di narrazioni innovative.

E' una lettura che si vorrebbe non terminasse mai, di cui si tende a procrastinare la fine per aumentarne il piacere.

E' un'opera che ci trasporta in mondi diversi dal nostro (l'aristocrazia della Francia della Belle Epoque), senza smettere di parlare di noi a noi, della nostra vita, di chi siamo, di cosa vogliamo.

E' un grande trattato sull'amore. E sull'amicizia, la nevrosi, la medicina, il bon ton, la gelosia, il dolore, l'indifferenza, la memoria, la mondanità, la letteratura, l'arte, insomma la vita nella totalità delle sue manifestazioni, nella complessità dei suoi aspetti , quella cosa che dovrebbe interessare in grado sommo ogni persona sveglia o appena cosciente.

E' un'opera basilare di psicologia. Senza costruire sistemi come la psicanalisi freudiana, ma con una precisione e una profondità di introspezione che ci lascia ammirati e stupefatti, ogni frase, ogni riga della preziosa e fluviale autoanalisi intrapresa da Proust, ci rivelano qualcosa che oscuramente sospettavamo ma mai eravamo riusciti a formulare con chiarezza, oppure riesce a sovvertire ogni nostro precedente convincimento, ma senza turbarci come capita spesso ai manuali di psicologia, anche i migliori.

Il mondo esterno, le nostre piccole beghe personali, scivolano durante la lettura in un limbo di quasi inesistenza, eppure, nello stesso tempo, la nostra vita quotidiana ci appare incredibilmente più intelligibile, risolta in una calma sintesi superiore.

E' facile, leggendo la Recherche, scivolare in un sentimento di superiorità verso il nostro prossimo, verso i non lettori, la cui vita attiva ci sembra priva della necessaria introspezione e autocoscienza. Certo una sensazione riprovevole, ma scusabile se raffrontata al rampante ottundimento di certe masse dedite al divertimento più volgare e beota.

Ecco, Proust ci affina, è il nostro maestro. Ci inizia ai piaceri della sensibilità e del sentimento, alla raffinatezza della percezione. Insomma ai piaceri "caldi" dell'intelligenza, non scissa dalla corporeità e dalle emozioni.

Salendo sulle sue spalle le cose ci appaiono nelle loro necessarie relazioni, tutto ci appare finalmente più chiaro e più bello.

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*Dal capolavoro di Proust Il tempo ritrovato , film del regista Raoul Ruiz (VHS, 2001)

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