L'aura misteriosa che
circonda la figura di Cesare Pavese e la sua morte
non poteva non farsi sentire sull'adolescente che
fui. Mi piacque La luna e i falò (letto a 15
anni e comprato all'edicola della stazione, la prima
libreria che ho frequentato) con la sua consapevole e
dolorosa virilità langarola filtrata attraverso la
lezione degli americani, mentre gli altri suoi
romanzi li trovai, allora, francamente noiosi.
Più tardi mi imbattei ne Il mestiere di vivere,
il suo libro secondo me più bello. Un diario, dal
1935 al 1950, zeppo di anima e di verità amare, che
educa qualsiasi giovane ad un'autocoscienza
straziante, ad un'autoanalisi personale compiuta
all'insegna della frustrazione e della delusione,
forse pure con qualche ammissibile esagerazione di
troppo, ma serrata, che non arretra davanti a nessuna
percezione interiore, per quanto destabilizzante.
La fiducia ingenua nella vita ne viene scalfita
irrimediabilmente a vantaggio della consapevolezza
che l'esistenza è fatta di violenze, di durezze, di
ingiustizie, di solitudini. Se si supera l'iniziale
depressione indotta da un primo impatto con il testo,
ci si accorge che la lettura del diario di Pavese è
un vero e proprio esercizio spirituale che ci
fortifica e ci induce, paradossalmente, ad amare di
più il vivere, anche se così intriso di angoscia.
Alcune delle considerazioni del libro mi sono
rimaste impresse nella memoria, a riprova che si
tratta di una testimonianza che non scivola via. Ad
esempio:
Il compenso di avere tanto sofferto è che poi si
muore come cani.
Le cose si ottengono quando non si desiderano
più. [...] Si ottiene solo ciò che si chiede con
indifferenza.
E la famosa chiusa finale, prima di suicidarsi in un
albergo:
Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non
scriverò più.
Insomma, un libro pericoloso e bello.
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