"Le
ho già detto, caro zio, che noi non riconosciamo l'autorità. [...] noi
neghiamo tutto"
(Evgenij Bazarov)
Gran
bel personaggio Bazarov, che mi folgorò per caso, una sera, mentre stavo
facendo zapping. Mi pare di ricordare che si trattasse di un sabato sera.
Cercando di sfuggire al tormentoso autolesionismo del solito varietà
televisivo insulso, incappai sulle immagini del film di un regista russo
(il nome non me lo ricordo, forse Mikhalkov), tratto dal romanzo di
Turgenev. Fu amore a prima vista. Che straordinario personaggio con cui
identificarsi! Un paio di dialoghi e non riuscii ad abbandonare la visione
del film sino alla fine. Potere della grande arte. Più tardi mi procurai
e lessi il libro.
Allora ero giovane e fraternizzai col personaggio di Bazarov, che
condivide molti tratti comuni alla gioventù di ogni tempo e di ogni
latitudine. Almeno di quella gioventù animata da qualche sacro fuoco, da
"qualcosa che brucia", per usare l’espressivo titolo di un
romanzo di Gianfranco Bettin di qualche anno fa. Comprensibile il mio
entusiasmo di allora per un personaggio che è diventato proverbiale.
Da sempre il compito dei giovani è quello di cambiare il mondo, di
riformare la società, di rinnovarla, di vedere le cose da un’angolazione
originale. Forse tutto ciò è necessario. Come tutte le mutazioni porta
complessivamente al miglioramento delle specie.
Però quante cantonate si prendono da giovani e che mondi spesso
invivibili si costruiscono con l’immaginazione, abbracciando magari l’ideologia
di turno.
E’ quello che capita anche al dottor Evgenij Bazarov: pieno di
energia, imbevuto di scienza, positivista, nichilista, in lotta con la
tradizione, la superstizione e il dogmatismo egli fa naufragio, come
succede quasi sempre alla gioventù entusiasta di qualche nuovo sistema di
idee, vittima del destino e delle sue stesse contraddizioni.
Padri e figli (Otcy i deti), pubblicato nel 1862, è uno
dei capolavori del realismo russo.
Quando nella casa di campagna del proprietario terriero Nikolaj Kirsanov
arriva il figlio Arkadij, fresco di laurea, con l’amico Evgenij Bazarov,
si determina immediatamente il contrasto radicale tra la vecchia e la
nuova generazione. Bazarov è un giovane medico che crede soltanto nel
metodo sperimentale, nella fisica e nella filosofia, un nichilista, che
sbandiera le proprie idee con spavalderia e insolenza. Le sue convinzioni
hanno il potere di turbare il mite Kirsanov e di irritare suo fratello, lo
scettico ed elegante Pavel. Nella città capoluogo del governatorato i due
giovani, a un ballo, fanno la conoscenza della bella vedova Anna Odincova.
Bazarov si innamora e si dispera quando ella, pur attratta da lui, gli
sfugge, facendogli capire che non vuole imprevisti nella sua calma
esistenza. Fatto ritorno, dopo un duello con Pavel, nella fattoria dei
suoi genitori che nutrono per lui una profonda ammirazione, Bazarov
ritorna ai suoi esperimenti scientifici. Apatico, in preda al mal d’amore,
proprio durante l’esercizio delle sue attività egli si ferisce,
contraendo per trascuratezza un’infezione mortale. La Odincova accorre
al suo capezzale e lo assiste nelle ultime ore con pietà, ma senza amore.
La vita dunque, attraverso lo sviluppo della passione amorosa, che
Bazarov aveva sempre negato, si prende la rivincita sulle teorie
rivoluzionarie e razionaliste di Bazarov e sancisce la sua fine.
Il romanzo, il cui valore universale rimane inalterato, è ambientato
in una precisa epoca storica, la seconda metà dell’Ottocento, che vede
in Russia il propagarsi di moti studenteschi e contadini, tesi a
rivendicare riforme che vadano oltre l'emancipazione dei servi della
gleba. Guidano le manifestazioni dei giovani radicali, positivisti e
materialisti, detti nichilisti, di cui Bazarov, nelle intenzioni di
Turgenev, doveva rappresentare appunto il prototipo.
ordina
I libri di Ivan Turgenev