Michel Foucault, L'ordine del discorso, Einaudi, 1979

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copertinaMa che c'è dunque di tanto pericoloso nel fatto che la gente parla e che i suoi discorsi proliferano indefinitamente? Dov'è dunque il pericolo?

Quale civiltà, in apparenza, ha avuto più della nostra, rispetto per il discorso? Dove lo si è meglio e più onorato? Dove lo si è, pare, più radicalmente liberato dalle sue costrizioni e più universalizzato? Ora mi sembra che dietro questa apparente venerazione del discorso, dietro questa apparente logofilia, si celi una sorta di timore. E' come se degli interdetti, degli sbarramenti, delle soglie, dei limiti, fossero stati disposti in modo da padroneggiare, almeno in parte, la grande proliferazione del discorso, in modo da alleggerire la sua ricchezza della parte più dannosa e da organizzare il suo disordine secondo figure che evitano quel che vi è di più incontrollabile.
[...] C'è sicuramente nella nostra società [...] una profonda logofobia, una sorta di sordo rancore contro questi eventi, contro questa massa di cose dette, contro il sorgere di tutti questi enunciati, contro tutto ciò che ci può essere, in questo, di violento, di discontinuo, di battagliero, di disordinato e di periglioso.

Foucault scrive in modo difficile, oscuro. Mi capita molte volte di non capire esattamente le sue affermazioni, i suoi riferimenti enciclopedici; tuttavia dai suoi scritti ho ricavato, in più di una circostanza, feconde suggestioni.

Uno dei suoi libri più affascinanti è proprio questo L'ordre du discours, letto da Foucault stesso al Collège de France nel dicembre del 1970. Foucault spiega il proprio metodo, i progetti di lavoro, il proprio campo di indagine.
Soprattutto, esamina le procedure che controllano, selezionano, organizzano e distribuiscono la produzione del discorso.

Mi capita di pensare a questo libro quando qualche mia idea, pur valida, viene respinta da un'autorità qualsiasi, quando le proposte ragionevoli di qualcuno vengono ignorate dalle gerarchie. Quando i propri pareri, le proprie intuizioni e percezioni vengono violentemente avversate perché non "istituzionali". Tutti meccanismi di esclusione e di potere che Foucault, in questo libro, per certi versi profetico, ci aiuta a capire e a smascherare.

Ecco, il merito di Internet mi pare proprio questo, di aver allargato il numero dei soggetti parlanti, di aver moltiplicato in modo salutarmente caotico i discorsi, di aver ampliato la libertà, di aver spostato i confini del controllo e dell'esclusione.

Ciò vìola in qualche modo l'ordine del discorso finora stabilito nella nostra società. A molti questo fa paura.

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