Ma che c'è dunque di tanto pericoloso nel
fatto che la gente parla e che i suoi discorsi
proliferano indefinitamente? Dov'è dunque il
pericolo?
Quale civiltà, in apparenza, ha avuto più
della nostra, rispetto per il discorso? Dove lo si è
meglio e più onorato? Dove lo si è, pare, più
radicalmente liberato dalle sue costrizioni e più
universalizzato? Ora mi sembra che dietro questa
apparente venerazione del discorso, dietro questa
apparente logofilia, si celi una sorta di timore. E'
come se degli interdetti, degli sbarramenti, delle
soglie, dei limiti, fossero stati disposti in modo da
padroneggiare, almeno in parte, la grande
proliferazione del discorso, in modo da alleggerire
la sua ricchezza della parte più dannosa e da
organizzare il suo disordine secondo figure che
evitano quel che vi è di più incontrollabile.
[...] C'è sicuramente nella nostra società [...]
una profonda logofobia, una sorta di sordo rancore
contro questi eventi, contro questa massa di cose
dette, contro il sorgere di tutti questi enunciati,
contro tutto ciò che ci può essere, in questo, di
violento, di discontinuo, di battagliero, di
disordinato e di periglioso.
Foucault scrive in modo difficile, oscuro. Mi
capita molte volte di non capire esattamente le sue
affermazioni, i suoi riferimenti enciclopedici;
tuttavia dai suoi scritti ho ricavato, in più di una
circostanza, feconde suggestioni.
Uno dei suoi libri più affascinanti è proprio
questo L'ordre du discours, letto da
Foucault stesso al Collège de France nel dicembre
del 1970. Foucault spiega il proprio metodo, i
progetti di lavoro, il proprio campo di indagine.
Soprattutto, esamina le procedure che controllano,
selezionano, organizzano e distribuiscono la
produzione del discorso.
Mi capita di pensare a questo libro quando qualche
mia idea, pur valida, viene respinta da un'autorità
qualsiasi, quando le proposte ragionevoli di qualcuno
vengono ignorate dalle gerarchie. Quando i propri
pareri, le proprie intuizioni e percezioni vengono
violentemente avversate perché non
"istituzionali". Tutti meccanismi di
esclusione e di potere che Foucault, in questo libro,
per certi versi profetico, ci aiuta a capire e a
smascherare.
Ecco, il merito di Internet mi pare proprio
questo, di aver allargato il numero dei soggetti
parlanti, di aver moltiplicato in modo salutarmente
caotico i discorsi, di aver ampliato la libertà, di
aver spostato i confini del controllo e
dell'esclusione.
Ciò vìola in qualche modo l'ordine del discorso
finora stabilito nella nostra società. A molti
questo fa paura.
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