Kate Millet, La politica del sesso, Bompiani, 1979

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Letto nella tarda adolescenza, ho un simpatico ricordo di questi due volumetti tascabili, scritti da una delle più rigorose e dure leader femministe degli anni Settanta, il momento d'oro di quello storico movimento, così importante da incidere profondamente sui costumi delle società industriali.

Vi si critica la sessualità maschile, in modi che oggi mi sembrano eccessivi e castranti, partendo dalla rappresentazione che della stessa fornisce la letteratura maschile, ergo maschilista e fallocratica.

Perché allora un giudizio positivo su questo libro, dato alle stampe negli Stati Uniti nel 1969?
Intanto perché è un'opera scritta in modo piacevole e comprensibile, ben documentata e argomentata.
E poi perché attinge a piene mani a quella letteratura straniera, in primo luogo a quella di lingua inglese, che io, studente rurale e sprovveduto, affaccendato ancora nel perfezionamento di quelle abilità fondamentali che sono lo scrivere e il far di conto, riuscii ad avvicinare proprio per merito della Millet.

Ebbi modo di apprendere, grazie appunto a questo testo, che al di fuori della censurata e casta letteratura scolastica, esistevano autori che trattavano della relazione fra i sessi in modo moderno, brillante, vivo.
I loro nomi? D.H. Lawrence, Henry Miller, Norman Mailer, Jean Genet.

Il lavoro critico della Millet ottenne molto successo e non mancarono imitatori. In Italia si tentò un'operazione simile, rapportata alla letteratura italiana del Novecento, con il libro di Liliana Caruso e Bibi Tomasi, I padri della fallocultura, edito da SugarCo nel 1974, una disamina polemica e accusatoria dei brani ritenuti dalle autrici  più scabrosi e misogini della produzione letteraria di casa nostra.

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