Letto nella tarda adolescenza, ho un simpatico
ricordo di questi due volumetti tascabili, scritti da
una delle più rigorose e dure leader
femministe degli anni Settanta, il momento d'oro di
quello storico movimento, così importante da
incidere profondamente sui costumi delle società
industriali.
Vi si critica la sessualità maschile, in modi che
oggi mi sembrano eccessivi e castranti, partendo
dalla rappresentazione che della stessa fornisce la
letteratura maschile, ergo maschilista e fallocratica.
Perché allora un giudizio positivo su questo libro,
dato alle stampe negli Stati Uniti nel 1969?
Intanto perché è un'opera scritta in modo piacevole
e comprensibile, ben documentata e argomentata.
E poi perché attinge a piene mani a quella
letteratura straniera, in primo luogo a quella di
lingua inglese, che io, studente rurale e sprovveduto,
affaccendato ancora nel perfezionamento di
quelle abilità fondamentali che sono lo scrivere e
il far di conto, riuscii ad avvicinare proprio per
merito della Millet.
Ebbi modo di apprendere, grazie appunto a questo
testo, che al di fuori della censurata e casta
letteratura scolastica, esistevano autori che
trattavano della relazione fra i sessi in modo
moderno, brillante, vivo.
I loro nomi? D.H. Lawrence, Henry Miller, Norman
Mailer, Jean Genet.
Il lavoro critico della Millet ottenne molto successo
e non mancarono imitatori. In Italia si tentò
un'operazione simile, rapportata alla letteratura
italiana del Novecento, con il libro di Liliana
Caruso e Bibi Tomasi, I padri della fallocultura,
edito da SugarCo nel 1974, una disamina
polemica e accusatoria dei brani ritenuti dalle autrici più scabrosi e misogini della produzione
letteraria di casa nostra.