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Citati
attraversa, nella sua ultima fatica letteraria, il Novecento, un secolo
caotico, controverso, frammentario. Lo percorre parlandoci dei libri e
degli autori che sente a lui più congeniali, collegando le proprie
riflessioni a tutta la storia della letteratura universale. Il lettore,
che poi sono io, rimane quasi estasiato da tanta sapienza, dalla stile
talora impreziosito da una scelta lessicale mai banale e da un discorso
distante anni luce dalla cappa di volgarità impostaci quotidianamente
dalla televisione e dalla vita contemporanea. Citati ci garantisce
dilettevoli ore di lettura, parlandoci di libri e di incontri, incarnando,
presso noi lettori comuni, l'ideale forse ingenuo e forse genuino del
letterato: uno studioso che vive in mezzo al trambusto del mondo, ma che
non se ne lascia eccessivamente contaminare e che sa distanziarsi
dall'opacità delle cose grazie a una sensibilità raffinata dalle
sterminate letture. Citati non è un critico accecato dall'ideologia, e la sua è
una scrittura evocativa, colloquiale, narrativa, chiara e piacevole, che
cerca di aderire alla letteratura e alla realtà senza servirsi di schemi
interpretativi preconfezionati.
Fra gli italiani, il critico toscano si occupa nel suo libro di Emilio
Cecchi, Mario Praz, Tomasi di Lampedusa, Gadda,
Bassani, Fenoglio, Calvino, Manganelli, Attilio Bertolucci, Caproni,
Bufalino. Nei
suoi "Ricordi di amici", ci parla del grande regista di cinema
Federico Fellini.
Gli autori stranieri su cui appunta il suo interesse
sono Gottfried Benn, Dylan Thomas, Virginia Woolf, Karen Blixen, Borges, Kundera,
Nabokov, Cioran, Bernhard, Ingeborg Bachmann, Alice Munro, Yehoshua, Pamuk.
L'elenco completo, se teniamo conto anche delle allusioni, dei
rimandi e delle citazioni, sarebbe tuttavia molto più lungo e forse inesauribile.
Malgrado, nel capitolo dedicato ad una delle sue passioni letterarie
più recenti, la canadese Alice Munro, Citati scriva incidentalmente "milioni
di americani, inglesi, francesi, italiani, tedeschi leggono delirando i
romanzi sovente pessimi, talora mediocri, rarissimamente buoni di Philip
Roth", giudizio che in gran parte non condivido, La malattia
dell'infinito è un gran bel libro che rende giustizia e omaggio alla
bellezza e all'importanza della letteratura, anche nella nostra epoca
dominata dalla prosaica e deprimente categoria dell'utile.
Una lettura incantevole.
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