Pietro Citati, La malattia dell'infinito, Mondadori, 2008

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copertina libroCitati attraversa, nella sua ultima fatica letteraria, il Novecento, un secolo caotico, controverso, frammentario. Lo percorre parlandoci dei libri e degli autori che sente a lui più congeniali, collegando le proprie riflessioni a tutta la storia della letteratura universale. Il lettore, che poi sono io, rimane quasi estasiato da tanta sapienza, dalla stile talora impreziosito da una scelta lessicale mai banale e da un discorso distante anni luce dalla cappa di volgarità impostaci quotidianamente dalla televisione e dalla vita contemporanea. Citati ci garantisce dilettevoli ore di lettura, parlandoci di libri e di incontri, incarnando, presso noi lettori comuni, l'ideale forse ingenuo e forse genuino del letterato: uno studioso che vive in mezzo al trambusto del mondo, ma che non se ne lascia eccessivamente contaminare e che sa distanziarsi dall'opacità delle cose grazie a una sensibilità raffinata dalle sterminate letture. Citati non è un critico accecato dall'ideologia, e la sua è una scrittura evocativa, colloquiale, narrativa, chiara e piacevole, che cerca di aderire alla letteratura e alla realtà senza servirsi di schemi interpretativi preconfezionati.

Fra gli italiani, il critico toscano si occupa nel suo libro di Emilio Cecchi, Mario Praz, Tomasi di Lampedusa, Gadda, Bassani, Fenoglio, Calvino, Manganelli, Attilio Bertolucci, Caproni, Bufalino. Nei suoi "Ricordi di amici", ci parla del grande regista di cinema Federico Fellini. 
Gli autori stranieri su cui appunta il suo interesse sono Gottfried Benn, Dylan Thomas, Virginia Woolf, Karen Blixen, Borges, Kundera, Nabokov, Cioran, Bernhard, Ingeborg Bachmann, Alice Munro, Yehoshua, Pamuk. L'elenco completo, se teniamo conto anche delle allusioni, dei rimandi  e delle citazioni, sarebbe tuttavia molto più lungo e forse inesauribile.

Malgrado, nel capitolo dedicato ad una delle sue passioni letterarie più recenti, la canadese Alice Munro, Citati scriva incidentalmente "milioni di americani, inglesi, francesi, italiani, tedeschi leggono delirando i romanzi sovente pessimi, talora mediocri, rarissimamente buoni di Philip Roth", giudizio che in gran parte non condivido, La malattia dell'infinito è un gran bel libro che rende giustizia e omaggio alla bellezza e all'importanza della letteratura, anche nella nostra epoca dominata dalla prosaica e deprimente categoria dell'utile.

Una lettura incantevole.

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Pagina aggiornata il 18.08.09
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