Franco Ferrarotti, Leggere, leggersi, Donzelli, 1998

 
Nato nel 1926 nella provincia piemontese, tra Casale Monferrato e Vercelli, Franco Ferrarotti può essere considerato uno dei grandi maestri della sociologia italiana.

In questo libricino di sole 72 pagine, edito da Donzelli, egli ci porge una piacevolissima autobiografia che, trattandosi di uno studioso, è costituita, più che da rumorosi accadimenti, da avventure intellettuali e da contatti con i libri.

La costituzione fisica gracile e la salute cagionevole tengono fortunatamente alla larga il futuro eminente sociologo dalla normale routine scolastica e dalla frequentazione assidua di coetanei ottusi. Disponendo di una biblioteca familiare ben fornita, egli si tiene compagnia leggendo voracemente centinaia di volumi, malgrado lo scetticismo del padre che lo vorrebbe dedito a una vita più attiva.

D'altronde è comprensibile che colui che si assumerà il compito di fondare la sociologia italiana non possa perdere troppo tempo a scaldare banchi e ad ascoltare noiose e, per lui, inutili lezioni scolastiche. Tant'è. Si presenta da privatista agli esami di maturità e invece di portare i canonici tre libri di filosofia richiesti, ne porta 65 suscitando stupore e disorientamento negli esaminatori.

Completa gli studi universitari, collabora come traduttore con la casa editrice Einaudi, nella cui sede torinese divide una stanza con Cesare Pavese, di cui diventa amico.

Studia e conosce un altro mito della cultura novecentesca, il massmediologo per eccellenza Marshall McLuhan.

Leggere, leggersi è soprattutto un inno in lode del libro e della sua supremazia nei confronti dell'altro mezzo che ha avuto il sopravvento nella contemporaneità occidentale, cioè lo schermo.

Ferrarotti si dichiara bibliofilo, bibliomane e bibliofago. Scrive: "Che cosa leggo?Di tutto. Non leggo. Divoro. Sono un lavandino. Sbocconcello le parole, mando giù le frasi prima di averle lette, le intuisco, le indovino. Come leggo? Leggo con il cuore in gola. Attuo nella lettura il rapporto problematico fra reale e immaginario. Leggo in stato di vaga ebbrezza, sospeso fra calcolo razionale e ombre allucinatorie. La lettura è la mia droga".

Solo il libro, nell'opinione di Ferrarotti, sembra garantire la salda acquisizione di una cultura intesa come "speculazione teorica ed esperienza pratica, teoresi e comportamento", come "ritorno critico su di sé", una qualità preziosa, quest'ultima, che sembra distinguere gli uomini dalle bestie.

Secondo l'autore il computer, la televisione e gli altri sussidi audiovisivi finiscono con l'ottunderci. Egli auspica con forza una società che veda ancora il libro al centro del dibattito culturale.

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