Paolo Vineis, Nerina Dirindin, In buona salute. Dieci argomenti per difendere la sanità pubblica, Einaudi, 2004

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copertinaGli anni in cui viviamo sono contrassegnati da profonde critiche, formulate dall'opinione pubblica (e, soprattutto, da una determinata area politica), al sistema sanitario nazionale pubblico. Questo tipo di organizzazione viene ritenuto oneroso, inadeguato e obsoleto. Si reclama nella gestione della sanità una forte iniezione di privato, sia nel finanziamento del servizio che nella sua gestione.

Il libro di Vineis e Dirindin ha il merito di condurre una disamina approfondita del nostro sistema sanitario, al fine di sfatare miti e avanzare proposte fondate. Soprattutto l'analisi, molto acuta e particolareggiata, è condotta comparando il nostro sistema sanitario a quello dei paesi più avanzati.

Pur non tacendo sulla necessità di continuare sulla strada della razionalizzazione e della valutazione rigorosa delle cure offerte, vengono fuori dal libro alcuni fatti che raramente sono rimarcati dalla stampa nazionale, purtroppo in tema di sanità più orientata alla ricerca di risvolti scandalistici che al giudizio equilibrato sulle prestazioni complessivamente offerte.

Per esempio emerge che la spesa sanitaria italiana non è assolutamente fuori controllo, ma è allineata con gli standard internazionali, che l'aumento della spesa sanitaria è un trend costante dei paesi sviluppati, che il tanto vituperato sistema pubblico italiano viene ritenuto eccellente da prestigiose organizzazioni internazionali, vantando un grande merito: l'accessibilità pressoché universale. Negli Stati Uniti, per esempio, modello di paese a tradizione privatistica, una importante fetta di popolazione è esclusa dall'assistenza sanitaria, mentre la spesa sanitaria incide sul Pil in misura ben superiore alla nostra.

Gli autori richiamano l'attenzione sul fatto che la sanità è di fatto un grande business, con positive opportunità di creazione di posti di lavoro e poco edificanti attività di speculazione economica. È proprio perché i privati intravedono nel nostro paese grandi possibilità di sviluppo e di profitti nel settore, che ne reclamano la gestione.

Ma la salute di tutti noi è troppo importante per lasciarla in mano ai privati. Una sanità privata sarebbe più costosa, più iniqua, e aumenterebbe la conflittualità e le rivendicazioni sociali. Si fornirebbero prestazioni di dubbia efficacia, ma remunerative, mentre si tenderebbe a scaricare sullo stato l'onerosa assistenza ai malati cronici, ai tossicodipendenti, ai non autosufficienti, ai malati di Aids, quando non a fornire a questa tipologia di paziente un'assistenza dequalificata. 

La salute di tutti, sottolineano gli autori, dipende da interventi di sanità pubblica, come la storia recente ci ha insegnato. Se la popolazione italiana è una delle più longeve lo si deve, almeno in parte, all'organizzazione pubblica della sanità. Non negando problemi e carenze, è necessario ridurre sprechi, contenere costi, erogare cure di provata efficacia (in questo supportati dalla Evidence Based Medicine). L'efficienza produttiva e gestionale va contemperata con la qualità e l'appropriatezza delle cure, l'uguaglianza, l'autonomia personale, la solidarietà, l'equità.

Inoltre, tenendo conto del mutamento di patologia verificatosi negli ultimi decenni, con un aumento delle malattie degenerative e della disabilità, occorre riequilibrare le risorse fra ospedali per acuti e territorio e valorizzare quelle professioni, come l'infermiere, ancora poco appetibili dai giovani, ma così importanti per erogare un'assistenza efficace alle nuove tipologie di malati.

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Pagina aggiornata il 11.03.04
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