Gli
anni in cui viviamo sono contrassegnati da profonde critiche, formulate
dall'opinione pubblica (e, soprattutto, da una determinata area
politica), al sistema
sanitario nazionale pubblico. Questo tipo di organizzazione viene ritenuto
oneroso, inadeguato e obsoleto. Si reclama nella
gestione della sanità una forte iniezione di privato, sia nel
finanziamento del servizio che nella sua gestione.
Il libro di Vineis e Dirindin ha il merito di condurre una disamina
approfondita del nostro sistema sanitario, al fine di sfatare miti e
avanzare proposte fondate. Soprattutto l'analisi, molto acuta e
particolareggiata, è condotta comparando il nostro sistema sanitario a
quello dei paesi più avanzati.
Pur non tacendo sulla necessità di continuare sulla strada della
razionalizzazione e della valutazione rigorosa delle cure offerte,
vengono fuori dal libro alcuni fatti che raramente sono rimarcati dalla stampa nazionale, purtroppo in tema di sanità più orientata alla ricerca
di risvolti scandalistici che al giudizio equilibrato sulle prestazioni
complessivamente offerte.
Per esempio emerge che la spesa sanitaria italiana non è assolutamente fuori
controllo, ma è allineata con gli standard internazionali, che
l'aumento della spesa sanitaria è un trend costante dei paesi
sviluppati, che il tanto vituperato sistema pubblico italiano viene
ritenuto eccellente da prestigiose organizzazioni internazionali,
vantando un grande merito: l'accessibilità pressoché universale. Negli
Stati Uniti, per esempio, modello di paese a tradizione privatistica,
una importante fetta di popolazione è esclusa dall'assistenza
sanitaria, mentre la spesa sanitaria incide sul Pil in misura ben
superiore alla nostra.
Gli autori richiamano l'attenzione sul fatto che la sanità è di fatto un grande business, con
positive
opportunità di creazione di posti di lavoro e poco edificanti attività
di speculazione economica. È proprio perché i privati intravedono nel
nostro paese grandi
possibilità di sviluppo e di profitti nel settore, che
ne reclamano la gestione.
Ma la salute di tutti noi è troppo importante per lasciarla in mano
ai privati. Una sanità privata sarebbe più costosa, più iniqua, e
aumenterebbe la conflittualità e le rivendicazioni sociali. Si fornirebbero
prestazioni di dubbia efficacia, ma remunerative, mentre si tenderebbe a
scaricare sullo stato l'onerosa assistenza ai malati cronici, ai tossicodipendenti,
ai non autosufficienti, ai malati di Aids, quando non a fornire a questa
tipologia di paziente un'assistenza dequalificata.
La salute di tutti, sottolineano gli autori, dipende da interventi
di sanità pubblica, come la storia recente ci ha insegnato. Se la
popolazione italiana è una delle più longeve lo si deve, almeno in
parte, all'organizzazione pubblica della sanità. Non negando problemi
e carenze, è necessario ridurre sprechi, contenere costi, erogare
cure di provata efficacia (in questo supportati dalla Evidence
Based Medicine). L'efficienza produttiva e gestionale va contemperata
con la qualità e l'appropriatezza delle cure, l'uguaglianza,
l'autonomia personale, la solidarietà, l'equità.
Inoltre, tenendo conto del mutamento di patologia verificatosi
negli ultimi decenni, con un aumento delle malattie degenerative e
della disabilità, occorre riequilibrare le risorse fra ospedali per
acuti e territorio e valorizzare quelle professioni, come
l'infermiere, ancora poco appetibili dai giovani, ma così importanti
per erogare un'assistenza efficace alle nuove tipologie di malati.
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