In Kafka coesistono dimensione realistica e dimensione
simbolica. La narrativa dello scrittore boemo è caratterizzata da un
puntiglioso realismo nella descrizione di fatti, ambienti, persone,
oggetti e situazioni e, nel contempo, è contrassegnata da un pronunciato
onirismo. Così le pagine di Kafka esprimono suggestioni che parlano
direttamente all’inconscio del lettore, che finisce col riconoscere
nelle vicende dei personaggi qualcosa che riguarda molto da vicino la
propria vita.
Così è successo anche a me, che ho letto questo libro giovanissimo,
ricavandone una forte impressione.
Solitario, timido, col fisico minato da una forma di tubercolosi che lo
porterà alla morte in giovane età, Kafka riesce a conferire un valore
universale ai propri incubi e alle proprie angosce, parlandoci della crisi
della nostra civiltà, della solitudine, dell’incomunicabilità e dell’alienazione
dell’uomo contemporaneo, dell’assenza di significato e del senso di
estraneità che prova l’uomo moderno, dell’oppressione generata dalla
burocratizzazione fredda ed impersonale dell’esistenza, un ingranaggio
che stritola qualsiasi possibilità di vita autentica.
Viviamo in un mondo incomprensibile, dove potremo essere chiamati a
rispondere di colpe che ignoravamo e non sapevamo di dover espiare. Kafka
prefigura, nelle sue opere, i reali e realizzati incubi totalitari del
ventesimo secolo che, pur assumendo forme politiche diverse, cercheranno
di conculcare la libertà dell’individuo.
Tutti questi motivi costituiscono anche il succo di Der Prozess, l’unico
romanzo compiuto di Kafka, pubblicato nel 1925. In particolare lo
scrittore praghese qui insiste sui temi della colpa e della condanna.
Joseph K, uno scrupoloso impiegato di banca trentenne, riceve, presso l’appartamento
in cui vive, un ordine di comparizione in nome di un misterioso tribunale,
da parte di due strani poliziotti che lo dichiarano in arresto. Un
processo è stato istruito nei suoi confronti per un delitto che gli è
ignoto. Gli viene concesso, tuttavia, di attendere ancora ai propri
affari. Dapprima sicuro di sé, successivamente schiacciato da una
organizzazione giudiziaria di cui gli sfuggono i meccanismi, Josef K.
finisce per trascurare il lavoro, ossessionato totalmente dalle esigenze
del processo e dalla propria impotenza di fronte a un potere soverchiante.
Isolato, con ormai l’intera città che lo scruta e lo accusa, egli si
vede costretto ad accettare una condanna che lui stesso, senza saperne il
motivo, ritiene priva di scampo. All’alba del giorno del suo
trentunesimo compleanno, altri due signori vestiti di nero si presentano
davanti a casa sua, lo prelevano e lo conducono alla periferia della
città, dove sarà giustiziato.
Joseph K. incarna, in ultima analisi, la solitudine e la rinuncia alla
vita dell’uomo contemporaneo, dall’esistenza pietrificata e priva di
affetti, che è costretto a contemplare già in vita la propria morte.
Anche se è doveroso aggiungere che Il processo è
un'"opera aperta", i cui significati non sono univoci e
stabiliti una volta per tutte. La narrativa di Kakfa si presta a
molteplici interpretazioni. In Josef K., per esempio, un critico acuto
come Giuliano Baioni vede l'individuo innocente ostracizzato dalla
volgarità e dalla meschinità della vita collettiva. Eroe innocente e
puro "egli è colpevole proprio perché [...] egli è
effettivamente innocente".
Un grande libro. Scriverà eloquentemente André Gide: “L'angoscia che questo libro
respira è, a tratti, quasi insostenibile, poiché, come non dirsi
continuamente: questo essere braccato, sono io?"
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