Franz Kafka, Il processo, Feltrinelli, 2002

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copertinaIn Kafka coesistono dimensione realistica e dimensione simbolica. La narrativa dello scrittore boemo è caratterizzata da un puntiglioso realismo nella descrizione di fatti, ambienti, persone, oggetti e situazioni e, nel contempo, è contrassegnata da un pronunciato onirismo. Così le pagine di Kafka esprimono suggestioni che parlano direttamente all’inconscio del lettore, che finisce col riconoscere nelle vicende dei personaggi qualcosa che riguarda molto da vicino la propria vita.

Così è successo anche a me, che ho letto questo libro giovanissimo, ricavandone una forte impressione.

Solitario, timido, col fisico minato da una forma di tubercolosi che lo porterà alla morte in giovane età, Kafka riesce a conferire un valore universale ai propri incubi e alle proprie angosce, parlandoci della crisi della nostra civiltà, della solitudine, dell’incomunicabilità e dell’alienazione dell’uomo contemporaneo, dell’assenza di significato e del senso di estraneità che prova l’uomo moderno, dell’oppressione generata dalla burocratizzazione fredda ed impersonale dell’esistenza, un ingranaggio che stritola qualsiasi possibilità di vita autentica.

Viviamo in un mondo incomprensibile, dove potremo essere chiamati a rispondere di colpe che ignoravamo e non sapevamo di dover espiare. Kafka prefigura, nelle sue opere, i reali e realizzati incubi totalitari del ventesimo secolo che, pur assumendo forme politiche diverse, cercheranno di conculcare la libertà dell’individuo.

Tutti questi motivi costituiscono anche il succo di Der Prozess, l’unico romanzo compiuto di Kafka, pubblicato nel 1925. In particolare lo scrittore praghese qui insiste sui temi della colpa e della condanna.

Joseph K, uno scrupoloso impiegato di banca trentenne, riceve, presso l’appartamento in cui vive, un ordine di comparizione in nome di un misterioso tribunale, da parte di due strani poliziotti che lo dichiarano in arresto. Un processo è stato istruito nei suoi confronti per un delitto che gli è ignoto. Gli viene concesso, tuttavia, di attendere ancora ai propri affari. Dapprima sicuro di sé, successivamente schiacciato da una organizzazione giudiziaria di cui gli sfuggono i meccanismi, Josef K. finisce per trascurare il lavoro, ossessionato totalmente dalle esigenze del processo e dalla propria impotenza di fronte a un potere soverchiante. Isolato, con ormai l’intera città che lo scruta e lo accusa, egli si vede costretto ad accettare una condanna che lui stesso, senza saperne il motivo, ritiene priva di scampo. All’alba del giorno del suo trentunesimo compleanno, altri due signori vestiti di nero si presentano davanti a casa sua, lo prelevano e lo conducono alla periferia della città, dove sarà giustiziato.

Joseph K. incarna, in ultima analisi, la solitudine e la rinuncia alla vita dell’uomo contemporaneo, dall’esistenza pietrificata e priva di affetti, che è costretto a contemplare già in vita la propria morte.

Anche se è doveroso aggiungere che Il processo è un'"opera aperta", i cui significati non sono univoci e stabiliti una volta per tutte. La narrativa di Kakfa si presta a molteplici interpretazioni. In Josef K., per esempio, un critico acuto come Giuliano Baioni vede l'individuo innocente ostracizzato dalla volgarità e dalla meschinità della vita collettiva. Eroe innocente e puro "egli è colpevole proprio perché [...] egli è effettivamente innocente".

Un grande libro. Scriverà eloquentemente André Gide: “L'angoscia che questo libro respira è, a tratti, quasi insostenibile, poiché, come non dirsi continuamente: questo essere braccato, sono io?"

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