Il
podere venne pubblicato postumo, un anno dopo la morte dell'autore,
nel 1921.
Remigio Selmi eredita alla morte del padre
Giacomo, con cui non era in buoni rapporti, un podere vicino a Siena, chiamato la
Casuccia.
Vedovo, il padre si era risposato per interesse con una donna, Luigia,
di cui non era innamorato, mentre aveva preso in casa con sé una giovane,
Giulia, con cui intratteneva una tresca amorosa. La morte improvvisa del
vecchio impedisce a Giulia di far redigere a Giacomo un testamento in suo
favore e così Remigio diventa l'erede legittimo delle proprietà paterne.
Remigio, considerato dal padre un buono a nulla, ha in verità un animo
sensibile e buono, malgrado la timidezza lo induca talvolta a modi bruschi
e irati. Egli non ha pratica di agricoltura, per cui dopo un po' di tempo
gli affari cominciano ad andargli male e il podere in malora.
Contribuiscono alla sua rovina, con il loro comportamento indolente e
malvagio e con la loro sprezzante negligenza, anche alcuni dei suoi
salariati: Tordo e in special modo Berto, un uomo cupo e violento, sempre
scontento della propria condizione e della propria vita, che sembra aver
individuato in Remigio il capro espiatorio della sua rabbia.
La matrigna Luigia ha in simpatia Remigio, ma gli affari, condotti con
la mediazione di avvocati interessati, li mette spesso uno contro l'altro.
Il vecchio Picciòlo, un salariato che ama la terra e il proprio lavoro,
cerca di aiutare Remigio con la sua sapienza, derivatagli dalla passione e
dall'esperienza di anni di lavoro nei campi, ma non sempre riceve in
cambio dal padrone gratitudine.
Disprezzato dai compaesani, schernito dai dipendenti, incapace di
relazionarsi agli altri e di condursi negli affari, a Remigio va di male
in peggio: contrae debiti, deve sopportare varie azioni legali intraprese
contro di lui per recuperare con la frode crediti inesistenti, il vino gli si inacidisce, gli rubano i
prodotti della sua terra, gli bruciano il grano.
Un giorno, mentre va per i campi in compagnia di Berto, quest'ultimo,
trovando finalmente sfogo al suo odio, lo colpisce alla nuca con
un'accetta e lo uccide.
La vicenda narrata ne Il podere è l'ideale continuazione di
quelle raccontate in Con gli occhi chiusi e ne i Ricordi di
un impiegato. Anche in questa occasione il romanzo di Tozzi attinge
all'autobiografia dello scrittore, che davvero, per un certo tempo, mandò
avanti con difficoltà l'amministrazione dei terreni ereditati dal padre.
Emergono, dal racconto di Tozzi, la violenza degli uomini e della
natura, il risentimento del protagonista (e dello scrittore) contro tutto
e contro tutti, la solitudine dell'individuo nel misurarsi col mondo,
l'inettitudine a vivere, unita però a una sensibilità e umanità
superiori.
Nel cosmo descritto ne Il podere, l'interesse economico gretto e
meschino condiziona i
rapporti tra gli uomini, avvelenandoli.
La scrittura di Tozzi, definita dai critici espressionista, è schietta, aspra e vivacissima, - memorabili
per esempio sono le movimentate pagine in cui ritrae la fiera del bestiame a Siena
-, e non arretra di fronte alla descrizione dei dettagli più crudi; la sua visione dell'esistenza è amara e
disincantata, senza possibilità di riscatto, caratteristiche che contribuiscono a fare di lui uno scrittore di sconcertante
modernità, un caso unico e originale nel panorama della letteratura
italiana del Novecento.
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