Federigo Tozzi, Il podere, Garzanti, 2002

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copertinaIl podere venne pubblicato postumo, un anno dopo la morte dell'autore, nel 1921.

Remigio Selmi eredita alla morte del padre Giacomo, con cui non era in buoni rapporti, un podere vicino a Siena, chiamato la Casuccia.

Vedovo, il padre si era risposato per interesse con una donna, Luigia, di cui non era innamorato, mentre aveva preso in casa con sé una giovane, Giulia, con cui intratteneva una tresca amorosa. La morte improvvisa del vecchio impedisce a Giulia di far redigere a Giacomo un testamento in suo favore e così Remigio diventa l'erede legittimo delle proprietà paterne.

Remigio, considerato dal padre un buono a nulla, ha in verità un animo sensibile e buono, malgrado la timidezza lo induca talvolta a modi bruschi e irati. Egli non ha pratica di agricoltura, per cui dopo un po' di tempo gli affari cominciano ad andargli male e il podere in malora.

Contribuiscono alla sua rovina, con il loro comportamento indolente e malvagio e con la loro sprezzante negligenza, anche alcuni dei suoi salariati: Tordo e in special modo  Berto, un uomo cupo e violento, sempre scontento della propria condizione e della propria vita, che sembra aver individuato in Remigio il capro espiatorio della sua rabbia.

La matrigna Luigia ha in simpatia Remigio, ma gli affari, condotti con la mediazione di avvocati interessati, li mette spesso uno contro l'altro. Il vecchio Picciòlo, un salariato che ama la terra e il proprio lavoro, cerca di aiutare Remigio con la sua sapienza, derivatagli dalla passione e dall'esperienza di anni di lavoro nei campi, ma non sempre riceve in cambio dal padrone gratitudine.

Disprezzato dai compaesani, schernito dai dipendenti, incapace di relazionarsi agli altri e di condursi negli affari, a Remigio va di male in peggio: contrae debiti, deve sopportare varie azioni legali intraprese contro di lui per recuperare con la frode crediti inesistenti, il vino gli si inacidisce, gli rubano i prodotti della sua terra, gli bruciano il grano.

Un giorno, mentre va per i campi in compagnia di Berto, quest'ultimo, trovando finalmente sfogo al suo odio, lo colpisce alla nuca con un'accetta e lo uccide.

La vicenda narrata ne Il podere è l'ideale continuazione di quelle raccontate in Con gli occhi chiusi e ne i Ricordi di un impiegato. Anche in questa occasione il romanzo di Tozzi attinge all'autobiografia dello scrittore, che davvero, per un certo tempo, mandò avanti con difficoltà l'amministrazione dei terreni ereditati dal padre.

Emergono, dal racconto di Tozzi, la violenza degli uomini e della natura, il risentimento del protagonista (e dello scrittore) contro tutto e contro tutti, la solitudine dell'individuo nel misurarsi col mondo, l'inettitudine a vivere, unita però a una sensibilità e umanità superiori.
Nel cosmo descritto ne Il podere, l'interesse economico gretto e meschino condiziona i rapporti tra gli uomini, avvelenandoli.

La scrittura di Tozzi, definita dai critici espressionista, è schietta, aspra e vivacissima, - memorabili per esempio sono le  movimentate pagine in cui ritrae la fiera del bestiame a Siena -, e non arretra di fronte alla descrizione dei dettagli più crudi; la sua visione dell'esistenza è amara e disincantata, senza possibilità di riscatto, caratteristiche che contribuiscono a fare di lui uno scrittore di sconcertante modernità, un caso unico e originale nel panorama della letteratura italiana del Novecento.

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Pagina aggiornata il 13.10.07
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