Il mio rapporto col latino è sempre stato quietamente
controverso. Non che me la cavassi male con declinazioni e versioni.
Tutt'altro.Già a dodici anni, età che coincise col mio primo incontro
col latino, ero quello, nella classe, che prendeva i voti più alti. In
terza media il latino era facoltativo ed io ero il solo che lo aveva
scelto, per cui avevo un'insegnante tutta per me.Eppure, proseguendo al liceo e continuando a conseguire risultati
soddisfacenti, nei pomeriggi da dedicare alle versioni provavo una strana,
nevrotica inquietudine. Sarà stato per la mia scarsa vocazione o per l'educazione
ricevuta in famiglia, legata all'utilitarismo e al solido principio di realtà
delle tradizioni contadine, ma mi sembrava di perdere tempo. Vabbe', col latino si studiavano
a memoria regole sintattiche
da applicare poi in onerose traduzioni. Ma nessuno ti spiegava l'utilità
e i vantaggi di tutta questa fatica, le ragioni di tanta applicazione.
Tutt'al più, gli insegnanti più avvertiti ti dicevano che il latino
insegna a ragionare. Ma a me (a noi) sembrava che ci fossero altre
materie più collegate al mondo del lavoro che richiedevano altrettanta
capacità di ragionamento e altre cose nella vita ben più interessanti
cui dedicare tutto quel tempo che richiedeva lo studio meticoloso del
latino.
Alle mie domande di allora risponde il volume del professor Enzo
Mandruzzato. Il quale, confermando i miei vecchi dubbi, inizia il suo libro proprio dicendo che forse il latino, così come è insegnato nelle
scuole, non serve a molto e che a nulla servono il terrorismo e il
perfezionismo. Esistono, nell'insegnamento scolastico, secondo l'autore,
alcuni paradossi: per esempio si richiede all'allievo la conoscenza
perfetta della sintassi, ma non si richiede il possesso mnemonico di un
ricco vocabolario.
Diverso è invece il discorso per quanto riguarda l'utilità dello
studio e della lettura diretta dei classici latini: Virgilio, Orazio,
Cicerone, Petronio.
Non dimentichiamoci che Roma e il latino rappresentarono il culmine
dell'antichità.
Il latino poi è stata una lingua "internazionale", durò
come lingua-esperanto per almeno un millennio. Era, dall'antichità sino
al Medioevo, il corrispettivo dell'inglese di oggi o, magari, dello
spagnolo di domani.
Non è vero, ci fa notare Mandruzzato, che il latino sia difficile;
il latino ha invece una struttura coerente che lo rende meno difficile
dell'italiano, che pure dal latino discende. Il latino è una lingua
chiara, limpida, sintetica e lapidaria. "Il popolo dei fatti,
- ci dice il professore a pagina 25 -, ebbe la passione della parola.
Detta, ma anche scritta".
Lo studio del latino, inoltre, è necessario per gustare al meglio la
letteratura italiana successiva.
La diversa concezione della vita rende a volte difficile la
traduzione. Molti vocaboli, pur accomunati dall'etimologia, hanno un
significato diverso in latino e in italiano.
Non si tratta dunque, nel caso del libro del professor Mandruzzato,
di un volume scolastico sul latino, o almeno non si tratta soltanto di
questo. Al contrario, è un testo che comunica con vivacità lo spirito
e il fascino di una cultura, quella latina, che continua a dialogare con
noi.