Enzo Mandruzzato, Il piacere del latino. Per ricordarlo, impararlo, insegnarlo, Mondadori, 1989

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Il mio rapporto col latino è sempre stato quietamente controverso. Non che me la cavassi male con declinazioni e versioni. Tutt'altro.Già a dodici anni, età che coincise col mio primo incontro col latino, ero quello, nella classe, che prendeva i voti più alti. In terza media il latino era facoltativo ed io ero il solo che lo aveva scelto, per cui avevo un'insegnante tutta per me.

Eppure, proseguendo al liceo e continuando a conseguire risultati soddisfacenti, nei pomeriggi da dedicare alle versioni provavo una strana, nevrotica inquietudine. Sarà stato per la mia scarsa vocazione o per l'educazione ricevuta in famiglia, legata all'utilitarismo e al solido principio di realtà delle tradizioni contadine, ma mi sembrava di perdere tempo. Vabbe', col latino si studiavano a memoria regole sintattiche da applicare poi in onerose traduzioni. Ma nessuno ti spiegava l'utilità e i vantaggi di tutta questa fatica, le ragioni di tanta applicazione. Tutt'al più, gli insegnanti più avvertiti ti dicevano che il latino insegna a ragionare. Ma a me (a noi) sembrava che ci fossero altre materie più collegate al mondo del lavoro che richiedevano altrettanta capacità di ragionamento e altre cose nella vita ben più interessanti cui dedicare tutto quel tempo che richiedeva lo studio meticoloso del latino.

Alle mie domande di allora risponde il volume del professor Enzo Mandruzzato. Il quale, confermando i miei vecchi dubbi, inizia il suo libro proprio dicendo che forse il latino, così come è insegnato nelle scuole, non serve a molto e che a nulla servono il terrorismo e il perfezionismo. Esistono, nell'insegnamento scolastico, secondo l'autore, alcuni paradossi: per esempio si richiede all'allievo la conoscenza perfetta della sintassi, ma non si richiede il possesso mnemonico di un ricco vocabolario.

Diverso è invece il discorso per quanto riguarda l'utilità dello studio e della lettura diretta dei classici latini: Virgilio, Orazio, Cicerone, Petronio. 
Non dimentichiamoci che Roma e il latino rappresentarono il culmine dell'antichità.

Il latino poi è stata una lingua "internazionale", durò come lingua-esperanto per almeno un millennio. Era, dall'antichità sino al Medioevo, il corrispettivo dell'inglese di oggi o, magari, dello spagnolo di domani.

Non è vero, ci fa notare Mandruzzato, che il latino sia difficile; il latino ha invece una struttura coerente che lo rende meno difficile dell'italiano, che pure dal latino discende. Il latino è una lingua chiara, limpida, sintetica e lapidaria. "Il popolo dei fatti, - ci dice il professore a pagina 25 -, ebbe la passione della parola. Detta, ma anche scritta".
Lo studio del latino, inoltre, è necessario per gustare al meglio la letteratura italiana successiva.

La diversa concezione della vita rende a volte difficile la traduzione. Molti vocaboli, pur accomunati dall'etimologia, hanno un significato diverso in latino e in italiano.

Non si tratta dunque, nel caso del libro del professor Mandruzzato, di un volume scolastico sul latino, o almeno non si tratta soltanto di questo. Al contrario, è un testo che comunica con vivacità lo spirito e il fascino di una cultura, quella latina, che continua a dialogare con noi.

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Pagina aggiornata il 14.09.07
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